Il mondo di sotto.

La pioggia ha finito di cadere e un sole bianco cala verso il suolo.

Gli uccelli hanno sfiorato il terreno con le loro pance, incurvato la schiena e puntato al cielo. Come Bea, che però non è mai tornata a primavera. Gli occhi piccoli e neri dell’unico rondone rimasto sullo steccato, mi guardano, forse è una mia impressione; vorrei che mi guardassero. E’ il mio desiderio ossessivo di capire come sia stato possibile che Bea l’abbia inghiottita la terra nella nostra ultima corsa oltre la staccionata. Eravamo qualcosa insieme, lei, io e il gruppo. Tutto pare essere rimasto lì, anche il rudere, a ricordarmi che in quella corsa ho tenuto la mano di Bea stretta nella mia per l’ultima volta e che lei aveva corso per me. 

Il bisogno di dare a tutto un senso cresce, con gli anni diventa anch’esso adulto, poi vecchio e pare destinato a non morire, come le cose incompiute.

Per mesi ho continuato a fare domande a Tore e a Nando, poi hanno detto di voler dimenticare e il nome di Bea non l’hanno più pronunciato. Ginger spesso piangeva, nelle settimane successive, nei mesi a venire, fino a che non ha incontrato un tizio che le ha regalato la magia dei sorrisi e ha preferito fare quello, sorridere anche per Bea «perché» diceva «lei non può più farlo».

«Ci dimenticheremo di lei?», avevo appena finito di bisbigliare. Ginger aveva tirato fuori dallo zaino la solita mela pomeridiana e aveva alzato le spalle.

«Forse dovremmo», aveva risposto masticando.

A Nives non avevo mai fatto quella domanda. Lei di solito non rispondeva a nessuna domanda, preferiva raccontare storie sui campi, sull’acqua fredda dei lavatoi e sui mangiagambe, capaci di divorare senza lasciare tracce. Raccontava quelle vicende mentre si grattava le protuberanze del viso che, negli ultimi tempi, avevano preso a pruderle. Bea mi aveva confidato che non voleva più giocare correndo vicino al rudere per timore che davvero i vermi mangiagambe le portassero via l’unica gamba che la sosteneva. Non avevo confortato il suo timore, nemmeno sfiorandole i ciuffi di capelli che le tagliavano in due la fronte. Bea era così saltata oltre la staccionata, imitando il volo degli uccelli, lontana dal resto del gruppo, planando nell’erba e scomparendo da questo mondo.

Dopo, ero rimasto con la signora Nives per un po’ di tempo, fino a che il sonno se l’era portata via e il rondone di Bea era rimasto a me. «Minuzzoli di pane, intrisi nel sangue sono l’ideale», si era raccomandata la signora Nives.

Lo aveva insegnato lei a Bea come prendersene cura e, in quel momento, lo insegnava a me.

Avevo atteso che il rondone dispiegasse le ali, lo faceva più volte di seguito negli ultimi tempi, quando sfilavano rasente il muro gruppi di simili in richiamo. Una mattina lo avevo visto aprire le penne facendoci filtrare l’aria, drizzare la coda e sollevarsi da quel piccolo recinto che gli avevo costruito nell’angolo, sotto la tettoia. Avevo provato una fitta terribile allo sterno. 

Si prova una profonda solitudine quando un rondone se ne va, poi diventa stupore.

Sui giornali avevano scritto di tutto, che anche al Nord erano scomparsi bambini con la peculiarità di essere nati imperfetti; casi da ricollegarsi a Bea e alla sua gamba malformata. Nessuno aveva mai creduto a dei ragazzi che raccontavano di com’era avvenuta la sfida alla corsa nel campo, oltre lo steccato. Tore stesso era arrivato a dire «ragazzi, lo abbiamo sognato. L’erba era troppo alta, qualcuno sarà stato nascosto tra gli steli e se l’è presa.»

Così giorno dopo giorno, era nata nell’immaginario collettivo l’idea di un uomo malvagio che prendeva i bambini, le madri avevano allertato i figli obbligandoli a rientrare un’ora prima del tramonto e i padri avevano dato l’ordine di non disubbidire alle madri. Di tanto in tanto, parlavo anch’io con mia madre, le raccontavo dei mangiagambe che avevano terrorizzato Bea.

Il suo sguardo serio mi bloccava nel proseguire.

Il tutto era stato cementato da sicurezze passate di bocca in bocca; si diceva che il rapitore di bambini avesse la faccia nera come la pece, che girasse nei boschi, che dormisse nei masseti tra i gusci di castagne e che fosse più animale che uomo. Io guardavo i rondoni dalla finestra, come ombre nel cielo, allungavo una mano fuori quando pioveva, per sentire la pioggia battere nel palmo e dimenticarmi dell’uomo con la faccia nera fino a che mi parevano essere passate delle ore, anziché anni.

Anche oggi.

La pioggia ha finito di cadere.

Il sole è un’enorme palla bianca. Non si è mai visto un sole così.

Ho parcheggiato l’auto in fondo alla provinciale. Una sbarra metallica chiude il passaggio fino ai campi, quello che un tempo era segnato dal via vai continuo delle nostre suole.

Il paesaggio è cambiato, la vegetazione è salita fin dove ha potuto, rinsecchendo i sentieri. Ho camminato tenendo a riferimento il rudere. Il fondo dei pantaloni mi si attacca alle caviglie, frustandole; l’orlo è zuppo d’acqua, un forte odore di erba mi sale nel naso facendomi starnutire.

Lo steccato penzola tenuto insieme da un vecchio fil di ferro arrugginito, l’unico superstite di un cavo tirante. A vederlo s’intuisce che ha i giorni contati e che basterà il prossimo vento di tramontana ad abbatterlo. Mi avvicino, lo misuro, mi arriva sì e no al fianco. Sorrido pensando allo sforzo che dovevo fare da ragazzo per superarlo. Negli ultimi anni l’ho scavalcato decine di volte, tutte quelle in cui ho cercato di ricordare il punto esatto in cui ho visto cadere Bea. Avevo giurato che fosse lì, invece non era; poi che fosse il punto in cui le gramigne s’intrecciavano fitte, un’altra volta tutti i punti del terreno mi erano sembrati buoni. Ho battuto anche i piedi nel fango, aspettando di sentire chissà cosa. Forse un’eco, provenire dal mondo di sotto.

Da bambino, dopo il fatto di Bea, mi domandavo se i rondoni volassero così bene anche da quelle parti.

Sono sempre qui. Si alzano e s’inabissano dando l’impressione di schiantarsi al suolo, invece, quando meno me lo aspetto compiono una parabola inversa lasciandomi a bocca aperta.

Seduto per terra ho disteso le gambe, piegato il collo all’indietro, piccole fitte si allargano sulle spalle diramandosi come dita invisibili. Anche i nei della signora Nives erano diventati invisibili. Il giorno dopo ch’era morta si erano cancellati, pareva addirittura più giovane.

Il rondone solitario sullo steccato saltella con un certo ritmo, tre passetti in avanti e due indietro. Vorrei che guardasse me con quei piccoli spilli al posto degli occhi, capaci di trafiggere il mio bisogno di verità.

Tre passetti in avanti. Non compie quelli all’indietro. Si è fermato. Pare davvero cresciuto.

Vorrei m’imbeccasse. 

Apro la bocca, forse metterà delle molliche di pane nella mia gola. 

Invece s’invola e rimane a mezz’aria con un battito d’ali ad altissima frequenza.

Siamo rimasti immobili nel tempo, lui e io.

Oltrepasso lo steccato, cammino di pochi metri e sono sotto di lui che emette un suono gutturale e si allontana lasciandomi nel mezzo di una piana circolare di meno di un metro. E’ una chiazza concentrica, priva del tarassaco, spoglia di ortiche, l’istinto mi dice di voltarmi a cercare lo steccato. Voglio muovermi. Non posso. Sono dentro il terreno, conficcato come una radice. Sento il bisogno di correre. Il terreno si apre e mi bagna fino al ginocchio, d’istinto allungo una mano a cercare quella di Bea, come nella nostra migliore corsa da bambini.


Quella che penso sia pioggia sale umida dalle zolle, mi cola da ogni parte; è una pioggia fatta di esseri minuscoli, anch’essi bianchi, senza testa e senza coda, un unico corpo di migliaia di particelle lattiginose che si muovono come vermi a dilatarmi i pori. Sprofondo fino al bacino. Artiglio il perimetro con le dita, ma l’unico risultato è affondare ancora di più. Sono per metà del corpo dentro a un mondo sommerso, i piedi affondano, poi le caviglie, la carne delle ginocchia. Avverto risucchiare i tendini, le ossa sono aspirate da una ventosa.

L’orizzonte si è fatto bianco, pare il bozzolo di una crisalide

.

Il dolore arriva, sommergendomi. Voglio urlare, i polmoni sono densi di qualcosa, si muove e si prende tutto lo spazio. Sono senz’aria. L’orrore mi priva del ragionamento. Batte nelle tempie. Rallenta il sangue, credo di non averlo più. Un’ombra si allarga sopra la mia testa, come una manta gigantesca che arriva dal cielo anziché dal mare.

E’ il rondone che torna.

Lo vedo in un ultimo sguardo, sta calando in rotazione e verrà a salvarmi.

Sono poltiglia, digerita e poi rigurgitata.

Spalanca il suo becco enorme, inghiottendo ogni cosa. L’orizzonte e me. 

(per non lasciare incompiuto il racconto Il Gioco – Rue Morgue; tentativo di andare a vedere il punto esatto del terreno in cui scompare Bea). febbraio 2024


Avete messo Mi Piace5 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Ciao Bettina, ho letto anch’io i due racconti l’uno dietro l’altro, scritti entrambi con la tua grande maestria. Horror, e quindi atmosfere cupe ed angosciose che rendi benissimo. Ma anche molto di più, la dinamica del gruppo, la relazione unica fra il protagonista ed il rondone, la figura appena tratteggiata di Nives ma così forte. E l’assenza di Bea, che assenza non sarà mai.

    1. Grazie per aver letto e colto questi elementi che, in effetti, ci sono tutti, fino alla trasmigrazione di Bea nel rondone, da qui la speciale relazione del protagonista con il volatile. Bea non è assente. C’è, ma sotto altra forma. Grazie per il tuo commento sentito.

    1. Grazie per averli letti entrambi, d’altra parte sono collegati, difficile capire il secondo senza aver letto il primo. Mi fa piacere che sia stata una buona lettura per te e, trattandosi di un horror, è sufficiente per me che sia arrivata tutta l’atmosfera inquietante, così come dici. Grazie!

  2. Bravissima Bettina, un horror di un’inquietudine pazzesca. Mi riferisco a tutti e due gli episodi. Si sentiva, leggendo il primo, la necessità di completare la storia e tu l:hai colta questa necessità, regalandoci un finale eccellente.

    1. Francesco, grazie per aver letto tutti e due i racconti. La necessità era la stessa che mi rimuginava in testa quando un racconto mi dice che non è arrivato a termine. Apprezzo che tu l’abbia letto. Grazie per il tuo commento. A presto!

  3. Un commento stringato, anche perché chi non sa, come me, è meglio che non parli troppo.
    Ho apprezzato veramente tanto sia la prima che la seconda parte del racconto. Perfettamente coerente, l’atmosfera è descritta in maniera inquietantemente dettagliata e realistica, e lascia una fortissima nostalgia. Il finale malinconico era, in qualche modo, predestinato dal genere di racconto eppure coglie di sorpresa. Questo è frutto della capacità di Bettina.
    Sono davvero contento di averlo letto.

    1. Ciao Giancarlo, sono contenta io che tu l’abbia letto e ti ringrazio. Che risulti inquietante è più che sufficiente per lo scopo della narrazione e mi fa piacere che il finale chiuda la storia -riavvolgendola tutta- (1 e 2 episodio), pur se malinconico. Sorrido quando dici che che chi non sa è meglio che non parli troppo e mi unisco a te in questa considerazione con pieno riferimento a me medesima. A presto.

  4. Ciao Bettina, mi ero illusa che il ragazzo avrebbe ritrovato Bea, sprofondando in un vortice di fango, sabbie mobili, o altro, in un mondo sommerso, senza piu` limiti. Ma sarebbe stato un racconto di tutt’ altro genere.
    Leggendo questa seconda parte, dopo tanti altri tuoi scritti, ho capito che oltre il solito stile impeccabile, mi piace come rendi eroici i tuoi personaggi, spesso “diversi” o fragili.

    1. M.Luisa, è vero, sarebbe stato tutto un altro racconto. Grazie per aver notato la mia inclinazione a rendere merito alle “diversità e fragilità”, ciò che ci rende interessanti e umani. L’idea di perfezione di solito mi annoia. Apprezzo la tua lettura.

  5. Mi sono recuperata il racconto inserito nel ciclo della Rue Morgue che non so come mai mi fossi persa. Trovo sia geniale questo secondo testo che meritava sicuramente di vedere la luce come complementare all’altro. Mi piace la sensazione di malinconia che questa moderna Stand by me lascia nel mio animo. Le paure dei bambini spesso sono categorizzate come irrazionali. Oppure non vengono semplicemente ascoltate. Tu invece lo hai fatto, hai dato vita a un timore, una ‘voce’ di quelle che ci si sussurra all’orecchio nelle giornate estive. Ti sei semplicemente detta’ perché non può essere veramente così?’. E dalla tua magica penna hanno preso vita le parole danzanti di un poema, evocative di immagini e suggestioni. Da vera maestra.

    1. Ascolto sempre volentieri il tuo punto di vista, cogli aspetti che a volte sfuggono anche a me, dentro le mie storie. Dico che hai ragione e ci rifletto. La storia è uscita così, da sé, credo solo per il fatto che ritenevo incompleto Il Gioco. Ancora mi era rimasto qualcosa da dire. Grazie, Cristiana.