
Il mondo è bello perché è vario
Serie: I viaggi di Elisa C. Ritorno a Piantorto
- Episodio 1: Ritenta, sarai più fortunato
- Episodio 2: Bisogna imparare a lasciarsi sorprendere
- Episodio 3: Panta rei
- Episodio 4: Quando tornare a casa non è come te lo aspettavi
- Episodio 5: La mia nemesi
- Episodio 6: Il mondo è bello perché è vario
- Episodio 7: Noi andiamo al Manhattan, vieni?
- Episodio 8: Come si vive una vita immobile?
STAGIONE 1
Sono sincera quando affermo che i miei sentimenti per Irien erano svaniti e non ero gelosa del fatto che si fosse rifatto una vita senza di me. Ciò che faticavo ad accettare era che la sua scelta fosse ricaduta proprio su Clara. Dopotutto però, pensare che per una volta lei era stata la seconda scelta, questo sì, mi recava soddisfazione.
Certo, non mi sarei mai aspettata che ci fosse anche un figlio di mezzo. Clara aveva la mia stessa età, ventiquattro anni, e io non mi sentivo neanche lontanamente pronta a considerare l’idea di un figlio, figuriamoci farne uno.
-Il mondo è bello perché è vario- avrebbe commentato mia nonna e a ragione. Ognuno è libero di fare le proprie scelte nel momento che ritiene più opportuno e la bellezza sta nel fatto che la maggior parte delle volte noi, queste scelte, non le condivideremmo, eppure non sta a noi giudicarle. Clara probabilmente non avrebbe condiviso la mia scelta di lasciare tutto e partire in solitaria per un anno. Lei non avrebbe capito la necessità di quella decisione, così come io non capivo il desiderio di mettere su famiglia.
La mia partenza era stata necessaria per due motivi. Innanzitutto, mi sentivo bloccata in una sorta di impasse emotiva, nonché professionale. Una volta terminati gli studi mi ero trovata ad affrontare quel momento che tanto avevo temuto per tutta la vita, da quando avevo preso coscienza delle difficoltà dell’essere adulti. L’università era stata l’ultimo momento di spensieratezza, in cui ancora potevo fingere di essere alla ricerca della mia strada. Ero ancora nulla, ma potevo essere tutto. La realtà era che non sapevo dove stessi andando e lo studio era un luogo felice in cui rifugiarmi. Da anni mi dicevo che era solo questione di tempo e che, prima o poi, avrei trovato la mia vocazione, mentre vecchi compagni di scuola si laureavano in medicina, diventavano insegnanti o imparavano un mestiere. Eppure, osservando i loro traguardi, sapevo che non sarei stata felice nei loro panni. Trovare un lavoro, possibilmente ben pagato, con un contratto a tempo indeterminato, affittare o comprare casa, pagare le bollette e ubriacarsi la sera al pub di fiducia, facendo progetti di vita che non guardavano più in là di un matrimonio e un mutuo. Sapevo che quello non era ciò a cui ambivo, ma d’altra parte non ero in grado di determinare neppure ciò che volessi. Da qui, l’idea del giro del mondo. Avrei trovato la mia vocazione, mi dicevo, qualunque essa fosse. E invece, niente. Oltretutto, tornata a casa, scoprivo che tutto era andato avanti anche senza di me.
Di tutto questo non parlavo con nessuno, soprattutto non con i miei genitori, perché non volevo farli preoccupare; inoltre, sembravano così indaffarati con le loro nuove attività. Con quei pochi amici che mi erano rimasti in patria, invece, non avevo molto più da spartire, per quanto mi dolga ammetterlo. Loro erano andati tutti in quella direzione da cui io avevo disperatamente cercato di allontanarmi, tutti alla ricerca di lavori stabili che li avrebbero appagati solamente dal punto di vista economico. D’altronde, era questo che la società ci aveva imposto, lasciandoci ben poco margine di alternativa. Anche la mia momentanea fuga all’estero non era che questo: momentanea. Avrei dovuto comunque scontrarmi con la realtà e scendere al compromesso che gli altri avevano accettato prima di me. Si trattava solamente di rimandare il fatidico momento.
Ma cosa sarebbe accaduto se non fossi mai partita?
La sera del nostro sesto anniversario, Irien organizzò una cena romantica in un agriturismo. Ci teneva particolarmente a queste ricorrenze, anche se io non condividevo la pomposità del gesto. Bisogna sempre ricordare le sue origini familiari, ovvero i Bovini, e i Bovini festeggiano sempre in grande stile. Dopo una giornata trascorsa alla scrivania in ufficio, gli parlavo di quanto desiderassi fare un viaggio all’estero, lontano, fuori dall’Europa, dove non ero mai stata, eppure lui non sembrava prendermi sul serio. I suoi pensieri erano altrove e il suo sguardo fremeva. Che cosa aveva in mente?
Quando ci servirono il dolce, un flan di cioccolato e pere dal cuore tenero guarnito di menta e di una qualche salsa non ben identificata (per quanto potessi soffrire il gusto di menta soltanto sullo spazzolino da denti, era il dessert più semplice che avessi trovato sul menù), Irien fece portare una bottiglia di uno spumante che non conoscevo, ma dall’aria piuttosto costosa. E poi lo fece, si inginocchiò, sfilò un anello dalla tasca e mi chiese di sposarlo. Io, per l’emozione, quasi rovesciai il mio bicchiere di spumante, le bollicine mi avevano già dato alla testa, e feci un salto sulla sedia, per poi gettarmi tra le sue braccia completamente in lacrime. Fortuna che avevo deciso di rinunciare all’idea di partire per un viaggio intorno al mondo…
Ah, che diamine! Non riesco neanche a pensare una cosa del genere. La verità è che non saremmo neanche arrivati a quel punto, perché già all’antipasto, in cui la scelta sarebbe ricaduta tra tartine di caviale e bocconcini di paté di fegato, sarei scappata per rifugiarmi in una pizzeria da asporto.
Non dimenticherò mai il racconto della proposta di matrimonio di un amico di Irien alla sua ragazza. L’astutissimo ragazzo, Toti per gli amici, come da copione aveva portato fuori a cena l’amata. Già il concetto di “portare fuori a cena” è problematico per me, che non condivido questa idea di considerare una ragazza come un animale domestico che si porta fuori per fare i bisogni o come un’auto a cui far fare un giro ogni tanto, ma sorvoliamo. Terminata la suddetta cena, costata un occhio della testa, a quanto pare – ma per la donna-oggetto, ehm, volevo dire per l’amore della tua vita faresti questo e altro – Toti e Lidia rientrarono nel loro appartamento dove, all’oscuro di Lidia, Toti aveva fatto allestire dai suoi amici uno scenario romanticissimo: l’appartamento illuminato dalla luce di cento candele (ogni volta che ripenso a questa storia muoio dentro al pensiero della pericolosità di questo gesto) e petali di rosa cosparsi sul pavimento. Il salotto era adornato da quello che, stando ai racconti, doveva essere un cuore di rose davvero ingombrante, accanto al quale Toti si inginocchiò rivolto verso la sua amata.
-Didi- così lui chiamava Lidia, -vuoi sposarmi?-
Neanche a dirlo, Lidia era scoppiata in lacrime di fronte alla proposta del tutto inaspettata e, in mezzo ai singhiozzi, aveva articolato un “sì, lo voglio”. Ci tengo a sottolineare “del tutto inaspettata”.
Ammetto di non avere molta esperienza in materia, ma nel mio immaginario il matrimonio è una questione di cui discutere insieme, almeno nel ventunesimo secolo. Non condivido l’immagine da film romantico in bianco e nero in cui l’uomo si prende tutto il tempo necessario per decidere se sposare o meno la fidanzata, poi passa settimane se non mesi a organizzare la proposta di matrimonio e a cercare l’anello perfetto, mentre per la donna si tratta di una decisione da prendere in una manciata di minuti, per lo più in situazioni imbarazzanti come in un ristorante sotto agli occhi di perfetti estranei, dando per scontato che sposarsi sia quello che lei ha sempre desiderato e non abbia la necessità di rifletterci.
Come poteva Didi non aspettarsi la proposta di matrimonio di Toti? Possibile non ne avessero mai parlato prima?
No, non mi ritengo cinica. Sogno viaggi, esperienze, indipendenza, l’amore anche, ma non il matrimonio perfetto. Poteva andare bene negli anni ’50, ma credevo che ormai fossimo tutti d’accordo che si tratti di un concetto sopravvalutato.
“Il mondo è bello perché è vario”. Sì, nonna, avrai anche ragione, ma lasciami almeno dire che questo proprio non lo condivido.
Serie: I viaggi di Elisa C. Ritorno a Piantorto
- Episodio 1: Ritenta, sarai più fortunato
- Episodio 2: Bisogna imparare a lasciarsi sorprendere
- Episodio 3: Panta rei
- Episodio 4: Quando tornare a casa non è come te lo aspettavi
- Episodio 5: La mia nemesi
- Episodio 6: Il mondo è bello perché è vario
- Episodio 7: Noi andiamo al Manhattan, vieni?
- Episodio 8: Come si vive una vita immobile?
A volte è difficile comprendere quale sia la propria “strada”. Io ci sono arrivata a cinquant’anni e, come dici tu, ha poco a che fare con la soddisfazione economica. La tua protagonista ricalca un pensiero che non mi è estraneo, il voler vivere e non interpretare un ruolo. “Il mondo è bello perchè è vario” e guai se non fosse così,
Grazie Micol, sono felice del fatto che anche tu ti riveda un po’ in Elisa.
Mi trovo molto in sintonia con le inquietudini che emergono dal dialogo interiore della protagonista. C’è una fase della vita in cui si rifiutano gli schemi ma non si è in grado di immaginare uno scenario alternativo. Non è una condizione piacevole perché purtroppo il tempo va avanti anche in assenza di scelte e se non siamo noi a prendere una direzione, nella maggior parte dei casi sono le circostanze a tracciare una rotta per noi. Questa Serie mi sta piacendo sempre di più. Comunque, sposarsi, anche no!
Ciao Tiziano,
grazie dei tuoi commenti, fanno sempre piacere 🙂
Sono contenta che il personaggio di Lisa risulti “vero” nelle sue riflessioni e stati d’animo. Speriamo riesca a trovare la sua rotta senza lasciarsi passivamente trasportare dalla vita!
“Già il concetto di “portare fuori a cena” è problematico per me, che non condivido questa idea di considerare una ragazza come un animale domestico che si porta fuori “
Vero, riflessione arguta. Molti modi di dire derivano da un retaggio culturale obsoleto e andrebbero archiviati
Da linguista, sono costantemente a caccia di questo tipo di espressioni 🙂
” Già il concetto di “portare fuori a cena” è problematico per me, che non condivido questa idea di considerare una ragazza come un animale domestico che si porta fuori”
Vero, riflessione arguta. Molti modi di dire derivano da un retaggio culturale ormai fortunatamente superato e andrebbero adeguati ai nostri tempi
” L’università era stata l’ultimo momento di spensieratezza, in cui ancora potevo fingere di essere alla ricerca della mia strada.”
Come capisco le riflessioni di Lisa…
” Dopotutto però, pensare che per una volta lei era stata la seconda scelta, questo sì, mi recava soddisfazione.”
😂 questa è una sottile consolazione
Molto sottile, ma ci si accontenta ahah