Il mondo in una stanza 

Serie: Trilogia della scrittura

Che cosa faresti se il tuo mondo fosse la tua stanza?

Nessuno di quelli che conosco mi ha mai risposto davvero, nonostante abbia posto questa domanda tante volte a tante persone diverse. Me lo sono chiesto io stesso per anni ed anni, quando ero piccolo osservavo la finestra, spiavo il mondo che scorreva da solo, senza il mio aiuto e, figurarsi, senza bisogno del mio apporto per continuare a girare su sé stesso come la trottola impazzita che è.

Non mi soffermo sui dettagli della mia malattia o del perché io non possa uscire da qui ma posso rivelarvi che non è a causa di difficoltà motorie, cammino e corro come uno qualsiasi di voi, difficilmente potreste notare la differenza sotto questo aspetto.

All’inizio è stato tutt’altro che semplice convivere con questa consapevolezza: tu potrai soltanto essere spettatore dalla finestra della tua camera, potrai solo sbirciare, insinuarti come un indesiderato nella vita degli altri ma nessuno potrà mai venire a conoscenza della tua esistenza. Si tratta di un ostacolo mica male, come se ognuno di voi fosse circondato da uno specchio invisibile che non permette di essere visto da nessuno, che impedisce il minimo contatto umano, tranne quello con la propria famiglia e sotto determinate norme.

Cosa poteva fare un ragazzo come me se non immergersi nelle uniche materie che gli permettessero di muoversi all’interno di universi inesplorati, inimmaginabili per la loro complessità e la loro forza, le uniche che gli garantissero un po’ di vita: la lettura e la scrittura.

Ho scoperto che tanti autori hanno fatto della loro fantasia e della loro capacità di analizzare le persone un punto di forza ed hanno comunicato al mondo messaggi di grande valore; alcuni, addirittura, hanno utilizzato la testa al posto dei piedi quando era più difficile viaggiare per la gente e hanno ricostruito paesi lontani con grande capacità narrativa.

Per tanti anni sono stato un esploratore provetto, uno che non aveva paura di sporcarsi le mani e scendere all’inferno, uno che difficilmente si spaventava per qualcosa; ricordo che mio padre mi presentava ogni settimana un foglio bianco sul quale io annotavo tutti i volumi che desideravo leggere al più presto e me li procurava dalla biblioteca o acquistandoli.

Ben presto non sono più stato soddisfatto alla sola idea di leggere e basta: dovevo far parte di quella comunità di scrittori che avevano lasciato ai posteri qualcosa. Del resto che diavolo poteva voler scrivere uno che non aveva mai lasciato nemmeno casa propria? Rimasi con quel dubbio nelle budella per giorni, pensavo e ripensavo ma l’unica conclusione alla quale giungevo era che, forse, non ero adeguato che non potevo, nonostante gli esempi precedenti, mettere mano al foglio ed inzozzarlo, lordarlo con parole che non meritavano di essere lette.

Quasi senza rendermene conto un giorno trovai sulla mia scrivania una risma di fogli ed una macchina da scrivere senza nessun biglietto o qualcosa che potesse farmi intuire la provenienza di quel regalo. Il primo approccio con quello strumento fu di estrema timidezza, come quando incontri una donna in un bar e vorresti chiederle come si chiama ma non trovi le parole, o forse il coraggio, almeno credo. Mi avvicinai quasi per caso alla sedia e presi posto; la mia postazione si trovava proprio di fronte alla finestra e potevo osservare tutto quello che succedeva fuori. Ricordo di aver visto per mesi, forse per anni, mi perdonerete se non riesco a tenere in mente una chiara traccia dello scorrere del tempo, dei bambini correre spensierati al parco. Immaginavo che cosa potessero dire, cosa potessero pensare mentre la loro vita passava tranquilla, almeno per il momento.

Era difficile trovare le parole giuste, era complesso esprimere quello che provavo nel poter creare la mia storia, una che non mi vedesse incatenato a quella roccia ma che mi consentisse di andare oltre, di viaggiare con la fantasia.

La prima settimana di scrittura volò, il tempo non era mai fuggito via così in fretta da farsi rimpiangere eppure era accaduto, alla fine avevo lasciato una pila di fogli colmi di caratteri che, però, ero reticente a mostrare perché credevo inadeguati. Chi ero io per parlare alla gente se nemmeno avevo mai incontrato qualcuno che non fossero i miei genitori o i miei fratelli; potevo permettermi di toccare il cuore della gente se al massimo ne conoscevo l’anatomia?

Forse sono dubbi che lasciano il tempo che trovano ma chiunque abbia mai gettato una riga su un foglio si sarà posto interrogativi simili. Fu questione di un mese o due e poi mi abbandonarono per sempre, troppa era la voglia di mettersi in gioco ma avevo bisogno di più competizione e giudizi più disinteressati di quelli dei miei genitori.

Al foglio che riempivo con la lista dei libri che volevo leggere era stato affiancato uno dedicato alle riviste alle quali spedire i miei scritti. All’inizio non molte risposero, qualcuna pubblicò ciò che avevo da dire e alcuni mi scrissero lettere di elogio ma io volevo di più; era diventato l’unico scopo della mia vita: viverne quante più possibili e lasciare testimonianze adeguate di quanto vissuto. Anni dopo le lettere non si contavano più, si gettavano direttamente, ed ero divenuto un piccolo fenomeno, qualcuno, avevo saputo, mi chiamava “l’uomo della torre” colui che tutto poteva tramite la parola. Ho consumato mani, nastri, risme di fogli e ore inseguendo la prossima storia, non importava il genere, men che mai che cosa ne avrebbe pensato la gente, volevo solo vivere. I miei genitori si dicevano fieri dei miei risultati, in particolare del fatto che ero riuscito a pubblicare un’antologia di racconti ed un paio di romanzi con buon successo di pubblico e critica.

Non saprei descrivere con parole esatte quanto tutto ciò sia durato ma deve essersi trattato di qualche anno; come tutti i giochi, prima o poi stanca. Senza nemmeno rendermene conto ho diminuito il numero di pagine scritte fino a quando sono diventate “zero”. Vorrei poter dire di averlo fatto intenzionalmente, di aver abbandonato tutto quel viaggiare per mia volontà ma è stato più un sottile cambiamento che striscia lungo la schiena e ti avviluppa fin quando non ti accorgi di essere cambiato: io ero diverso dal ragazzo di tanto tempo prima. Le storie stampate su di un riquadro bianco avevano perso il loro fascino e la lettura non mi regalava quasi più alcun piacere ma quasi solo fastidio, come un mal di testa costante che mi impediva di pensare anche al più elementare dei problemi.

Questa mattina mi sono svegliato alla solita ora, più o meno le nove, e mi sono accorto dell’arrivo della primavera perché gli alberi che riesco ad osservare da questo maledettissimo oblò sono in fiore, vivono all’aria che inizia a diventare tiepida di giorno e ci costringe a lasciar a casa i cappotti. Ho visto altri bambini giocare sulla strada nella quale, ormai, di rado passa qualche macchina a velocità ridotta perché si tratta pur sempre di un centro abitato; una generazione è diventata adulta ed io non ho partecipato, una generazione è finita in un putrido cimitero ed io le assomiglio più di quanto non voglia ammettere. Be’, oggi tutto ciò arriva al termine perché l’uccello in gabbia ha scelto di aprire le ali e volare, quando troverete la finestra spalancata non fate domande, saprete dove cercarmi.

Serie: Trilogia della scrittura
  • Episodio 1: Il mondo in una stanza 
  • Episodio 2: La pagina perfetta
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    Commenti

    1. Raffaele Sesti

      Bella storia, raccontata molto bene. Le parti sono scorrevoli e la voce narrante è potente e consistente…sembra quasi di sentirla, in tutta la sua tristezza e voglia di riprendersi a due mani la sua libertà.
      Mi è piaciuto.
      Alla prossima lettura.