Il Mostro
Signora Maestra, le scrivo questa lettera ora e poco importa se lei sia ancora in vita o se mai la leggerà . Quello che mi preme raccontare è ciò che ancora mi tiene legato a lei. Non che mi ci siano voluti sessant’anni per maturare il mio giudizio, ma sento che è arrivato il momento giusto, perché gli anni passano e potrei non avere più tempo per farlo. Vorrei che ne rimanesse traccia.
Vede, Signora Maestra, in passato avrei potuto cercarla, rintracciarla, dirle ciò che dovevo. Per anni, ho creduto che non fosse del tutto colpa sua. Fino a quando mi sono chiesto come potesse essere mia la responsabilità : ero solo un bambino di sei anni e non avevo alcuno strumento per capire se fossi io quello sbagliato.
Il punto centrale è che nella mia vita lei è stata più influente dei miei genitori.
Capisce la portata del suo ruolo, Signora Maestra? Come spesso accadeva allora, lei non era soltanto un’insegnante elementare, ma un’educatrice a tutti gli effetti, chiamata a supplire alle carenze cognitive e culturali dei miei genitori.
Proprio per questo mi avevano affidato a lei e non si sarebbero mai permessi di contraddirla: il suo giudizio, per loro, era legge.
Così, quando comunicò loro che soffrivo di un deficit cognitivo e che avrei dovuto frequentare la classe differenziale, i miei genitori non batterono ciglio: lo diedero per scontato. Nessuna visita, nessun controllo, nessun consulto: a suo giudizio ero un ritardato mentale e come tale dovevo essere considerato.
Mi fece uscire dalla sua classe e, vivendo nello stesso quartiere, non ci volle molto perché la voce si diffondesse. Per il suo giudizio ero un ritardato mentale, Signora Maestra. E forse lo sono davvero, ma questo lei non poteva permettersi di stabilirlo senza un’evidenza clinica. Perché lo ha fatto?
Ricordo come se fosse oggi: mi rivedo su quel banchetto con gli occhi di un bambino di sei anni. Avevano tutti facce strane, movenze disarticolate, qualcuno portava ancora il pannolino, e quell’odore di piscio e merda mi si è stampato nel cervello, Signora Maestra. Li ricordo più grandi di me, e facevo fatica a tenerli a bada. Avevo paura, Signora Maestra, perché per un bambino di sei anni quelli erano mostri.
Rammenta i nostri incontri? Spesso ci incontravamo all’intervallo, al bagno: per uno scherzo del destino le nostre classi si ritrovavano lì, in file per due. Lei e i suoi ventisette normodotati, io e i miei quattro mostri. Come credeva che mi sentissi, Signora Maestra, quando provavo in tutti i modi a sembrare normale ai suoi occhi? Piangevo. Cosa voleva che facessi? Ero un mostro per lei, uno che non era in grado di imparare nulla se non attraverso giochi di apprendimento, come si fa allo zoo con le scimmie.
Signora Maestra. A ogni incontro l’educatrice le ripeteva quanto fosse un errore la sua decisione e che vivere quell’esperienza sarebbe stato un errore enorme. Ma lei, insieme alla preside, sua complice, non cedette di un passo. Il suo giudizio rimase irremovibile: disse che non ero in grado di tenere il passo. Ma si arrivò comunque a un compromesso: sarei stato rivalutato l’anno seguente.
Avevate deciso, lei, Signora Maestra, la preside e perfino i miei genitori. Ora ero un mostro a tutti gli effetti, e loro i miei nuovi compagni. Ricordo ancora i nomi di alcuni di loro: Domenico, Anita, Margherita, le loro facce… e la mia.
L’anno seguente, le lezioni erano appena iniziate quando io, con la cartellina sulle spalle, fui invitato dall’educatrice a raggiungerla nella sua classe. Bussai alla porta. Entrai.
Fui accolto come se arrivassi da un altro pianeta, ero quello strano, diverso, pur non avendo nessun problema. Mi assegnò il posto all’ultimo banco. In fondo. E lì rimasi, Signora Maestra.
Sono sempre stato l’ultimo, non capivo il suo metodo di insegnamento: un metodo sperimentale a cui lei fece riferimento che insegnava la matematica con cerchietti, animali e fiorellini, quando avremmo dovuto imparare le tabelline, leggere libri e studiare poesie, e non articoli di quotidiani o di letteratura contemporanea. Un metodo che ci rese orfani di basi solide: sostituì l’impianto tradizionale dell’analisi logica con un approccio basato solo su testi e autori attuali. Quel salto nel buio, insieme alla disastrosa sperimentazione del tempo pieno alle medie, creò una frattura insanabile che per molti di noi significò l’esclusione e l’abbandono.
Perché ha fatto iscrivere me e altri quattro disgraziati in quella scuola media maledetta, mentre gli altri li ha portati altrove, dove avrebbero potuto rimediare al suo errore? Ah già . Dimenticavo: noi eravamo quelli poveri, e quella scuola ci consentiva di non spendere soldi per il materiale didattico, di avere almeno un pasto a titolo gratuito e soprattutto di tenerci lontani dai guai per almeno otto ore al giorno, permettendo ai nostri genitori di dedicarsi esclusivamente al lavoro. Abbandonati. Come animali di un allevamento.
Non riuscii ad andare oltre: aveva fatto di me uno strumento da sacrificare nelle fabbriche o tra le mani dei malviventi.
Ma non aveva fatto i conti con me. Con i miei mostri. Per loro e con loro ho lottato, mi sono sacrificato ogni giorno, ogni notte, e alla fine, Signora Maestra, ho trovato la mia strada: ci sono riuscito. Al contrario di lei. Io sono uno di loro: degli ultimi, dei disagiati, dei diversi, degli ignoranti, di tutto ciò che la società borghese identifica come “mostri”.
Perché se esistono è colpa vostra: di chi giudica, di chi si volta dall’altra parte davanti a chi soffre. Ho aiutato chiunque me lo avesse chiesto, anche solo raccontandogli la mia storia. Così ho riscattato il mio onore, così ho vendicato la sua ignobile arroganza, la sua becera ignoranza.
Perché in questa storia, se c’è qualcuno di sbagliato, se c’è un mostro, Signora Maestra, quello è lei. E oggi alzo la mano e le chiedo di farmi uscire dalla sua classe.
Può lasciarmi andare, signora maestra.
Avete messo Mi Piace1 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Sicuramente un ottimo testo, che ho letto con grande attenzione. Le frasi finali segnano un momento di riscatto molto potente. Per fortuna dal 1977 in Italia maestre o maestri non hanno più alcun potere decisionale in questo senso, poiché ogni percorso di sostegno richiede rigorose certificazioni cliniche.
Come racconto inventato è bellissimo ma ho questo timore invece (per quanto sembra troppo reale): non sarà mica basato su una storiaq vera?
Un ottimo brano di denuncia. Un monito affinchĂ© chi vede e può impedisca l’orrore. Grazie Maurizio.
Non è solo un atto d’accusa, è un modo di riprenderti la voce e ribaltare la definizione di “mostro” su chi ha usato il potere senza responsabilità . La chiusura, “alzo la mano” e “può lasciarmi andare”, mi ha dato proprio la sensazione di un bambino che finalmente diventa adulto davanti a quella porta e se ne va, senza chiedere più permesso.
Molto intenso. Hai una bella prosa.