Il muro mi viene addosso
Serie: Ruminazione e rimuginio di un adolescente
- Episodio 1: I pomodori in frigo
- Episodio 2: Il muro mi viene addosso
STAGIONE 1
Avevo appena concluso quel crimine increscioso, quell’offesa a tutti i pomodori di questo pianeta, quando mia madre entrò in cucina. Mi salutò con voce dolce e mi chiese come stavo. Le risposi che stavo bene, poi rigirai la stessa domanda a lei e ricevetti una risposta uguale alla mia.
Continuai a mettere a posto la spesa mentre mia madre prendeva dal frigo tre zucchine e quegli stessi pomodori cuore di bue che avevo messo lì poco prima, poi proseguì con le solite domande: “Come è andata la giornata?” e “Che cosa hai fatto?”
Replicai come mi era d’abitudine ormai da molto tempo: “Bene.” “Niente.”
Poi, seguendo lo stesso copione di sempre, chiesi a lei le stesse cose. Mi rispose: “Ho lavorato come al solito e quando ho finito sono passata a fare la spesa.” Poi cadde il silenzio.
Presi una busta di plastica contenente delle arance, la portai fino al ciotolone di vetro al di là del tavolo, aprii la busta lacerando la plastica con le mani e riversai tutto sopra quelle mele e quelle banane che già c’erano. Due arance rotolarono giù dal cumulo, una fermò la sua corsa sul piano di marmo sottostante al recipiente, l’altra finì addirittura per terra. Le raccolsi e le rimisi sopra le altre con un po’ più di attenzione. Fu un’azione che durò una ventina di secondi, in seguito ai quali mia madre riprese parola:
“A scuola come è andata?”
“Bene” e risposi sapendo perfettamente cosa sarebbe venuto dopo.
“Hai preso qualche voto?”
“No, nessuno.”
“Non hai fatto niente, insomma.”
Tentava forse di stuzzicarmi con un’affermazione simile, ma io mantenni il sangue freddo: “Sei esagerata…ho comunque fatto lezione.”
“Ascolta… e invece per l’università? Ti sei deciso?” Anche questa domanda, che mia madre aveva cominciato a farmi nell’ultimo periodo, oramai stava diventando da copione. Piano piano si era fatta strada nelle conversazioni quotidiane: la sentivo sempre più spesso assieme alla sua compagna inseparabile: “Ti sei prenotato un TOLC?” (si tratta dei test di ammissione per alcuni corsi universitari).
Eppure ancora non ero in grado di non farmi turbare da domande simili.
Quando mia madre mi aveva rimproverato, sarcasticamente, per non essere sceso in fretta ad aiutarla a portare la spesa dal bagagliaio dell’auto fino alla cucina, io non avevo reagito. Quando ero stato accusato, con lo stesso tono, di non fare niente a scuola, ancora niente. Ma a sentirmi chiedere dell’università vedevo la stanza stringersi attorno a me. Mi sembrava come se il muro mi fosse venuto addosso, si fosse chiuso su di me e mi avesse schiacciato; senza spappolarmi le ossa, ma tenendomi lì, immobilizzato, facendomi sentire la sua pressione senza possibilità di fuga. Sentivo il bisogno di reagire, di difendermi da quell’attacco, a prescindere che esso provenisse dal muro, dalla domanda o dai miei stessi pensieri.
“No, mamma. Non ho ancora deciso, sto ancora riflettendo.”
“Ma almeno hai deciso che TOLC fare? Quello per psicologia o biologia?”
Il muro mi schiacciò giusto un pochetto in più, abbastanza da farmi fare una smorfia. Risposi a mia madre in modo secco: “No mamma, non ancora.”
Mia madre, alla quale rimaneva da tagliare ancora solo una zucchina, si fermò un attimo, alzò lo sguardo dal tagliere e fissandomi dritto negli occhi per giusto un attimo prima di riprendere con la sua attività, mi disse: “E cosa stai aspettando a farlo?”
Sentii il mio corpo richiudersi in sé stesso.
Non avevo la più pallida idea di cosa stessi aspettando; forse un momento di illuminazione o di epifania, che mi facesse capire tutto ciò di cui avevo bisogno, che potesse dissipare tutta quella fitta nebbia che vedevo ogni volta che cercavo di guardare al mio futuro. Sapevo che non sarebbe arrivato. Sapevo bene che il mio futuro era nelle mie mani e nelle mani di nessun altro. Eppure rimandavo continuamente la scelta.
Di per sé, non si trattava di una scelta difficile: dovevo semplicemente decidere quale test fare per primo, prepararmi a sostenerlo, farlo e poi prenotarmi il secondo. Inoltre, non era niente di inconciliabile con i miei impegni e con la scuola.
Allo stesso tempo, tuttavia, sembrava una sfida molto complicata da affrontare. Forse perché voleva dire accettare il cambiamento, la chiusura del grande capitolo della mia vita chiamato “scuole superiori” e cominciare già a pensare a quale strada avrei voluto intraprendere da lì a qualche mese, nonostante la completa oscurità che la circondava. Un buio che avevo paura di guardare in faccia. Per questo motivo rimandavo continuamente il momento in cui lo avrei affrontato.
Dalla mia bocca uscì un incerto “Non lo so… sto ancora riflettendo su quale fare per primo, anche perché magari ne voglio fare solo uno tra il TOLC per psicologia e quello per biologia… quindi…” ma tentai di farlo suonare il più naturale possibile.
“Però c’è bisogno che tu ti muova. Non puoi restare a ragionare tutto il tempo: hai bisogno di prenderne atto, magari cominciando, intanto, prenotandotene uno subito.”
A quelle ultime parole il muro si strinse a tal punto da provocare in me una reazione dirompente, un forte rigetto verso l’idea che in quel preciso istante avrei dovuto prendere il mio cellulare e prenotarmi subito un TOLC. Velocizzai il ritmo al quale rimettevo a posto la spesa. Avrei voluto terminare lì la conversazione. Nel frattempo dissi: “No, adesso no. Stai tranquilla che nei prossimi giorni me lo prenoto. Non c’è bisogno che ti preoccupi.”
E lei continuò dicendomi che sarebbe stato impossibile non preoccuparsi, perché era mia madre e una serie di altre cose che non ascoltai quasi per niente; ero troppo concentrato a pensare che avevo quasi finito di mettere a posto la spesa. Una volta fatto me ne tornai in stanza.
Non fu l’ultima conversazione del genere che io e mia madre abbiamo avuto a riguardo. Ce ne furono diverse, molto simili a quest’ultima, a prova dell’esistenza dell’abituale e noioso copione che molte nostre conversazioni seguivano.
Qualche settimana dopo mi sarei finalmente prenotato un TOLC per psicologia. Fu una decisione dettata dal fatto che, se avessi aspettato oltre, sarei finito a dover sostenere il test durante il mese di maggio, il periodo più difficile per uno studente del quinto anno di liceo. Insomma, una scelta dettata dall’urgenza.
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