Il parcheggio aziendale

Le lancette dell’orologio indicavano che il colloquio di lavoro era ormai alle battute finali.

Paolo per l’ennesima volta durante quell’oretta deglutì a fatica, a causa del pomo d’Adamo ostaggio di una cravatta spietata. Ciononostante era contento di come stava andando.

«E negli ultimi mesi ho lavorato all’introduzione end to end del nuovo ERP, occupandomi degli User Requirements, della scrittura di procedure e del training agli utenti» declamò, sperando che i due selezionatori, un uomo e una donna, non fossero distratti dai movimenti oscillatori del suo fondoschiena, frutto dell’estrema difficoltà di trovare una posizione anche solo lontanamente comoda.

Tanti paroloni, faccio finta di sapere il fatto mio, mi preparo un esempio su ogni requisito del job posting, perché tanto me lo chiedono sempre e mica vi vengo a raccontare l’esempio negativo, vi racconto quello che voglio io e voilà. Finora tutte le domande tecniche le ho sbrigate senza problemi, sentiamo la prossima, pensò.

La donna sorrise. «Molto chiaro, grazie. Io sono a posto, tu…?»

«Okay anche per me, non ho altre domande» rispose seccamente l’uomo.

Perfetto. Ora la solita tiritera se ho delle curiosità, e certo che ce le ho, mi sono preparato pure qui con domande innocue che sembrano al tempo stesso così profonde, stile messaggi dei cioccolatini oppure oroscopi vaghi che così ci prendono sempre. “Quali sono le sfide più grandi che attendono la vostra azienda?” è un evergreen e se me ne chiedono un’altra, butto lì un “Qual è il vostro vantaggio competitivo rispetto alla concorrenza?” e voilà, pensò Paolo, assaporando la fine di quel colloquio andato come si aspettava, lui che, pur giovane, nell’Italia dei contratti brevi o fasulli, aveva sviluppato una discreta esperienza in fatto di colloqui.

Sì, tutto come si aspettava. Fino a quel momento, però.

La donna riprese la parola: «Adesso che abbiamo finito con i contenuti tecnici del ruolo, vorremmo parlare di chi siamo noi, della nostra Vision, Mission e Purpose, perché per noi è fondamentale capire se il candidato è adatto alla nostra cultura aziendale.»

Paolo trasalì per un attimo.

Speriamo che non se ne siano accorti, speriamo speriamo…

«C’è qualcosa che non va?» chiese l’uomo.

Ecco, appunto.

«No, no, è solo la cravatta che mi stringe, tutto qua.»

«Se è per quello, può pure allentarla» ribattè l’uomo con tanto di occhiolino.

Nel frattempo la donna stava proseguendo il suo panegirico dell’azienda. Paolo però la ascoltava a fatica.

Che diavolo mi prende? Mi sento il cuore in gola, sto sudando…

«In sostanza, qui non siamo colleghi, qui siamo una famiglia!» enfatizzò la donna.

A quel punto Paolo fu sicuro della causa del suo malessere: stava vivendo un dejà vu

«Qui siamo una famiglia» mi disse con enfasi la selezionatrice delle Risorse Umane, ma io non stavo davvero ascoltando, volevo solo sapere se ero stato assunto o no. Col senno di poi, avrei dovuto chiedere-

«In che senso siete una famiglia? È perché passate più tempo con i colleghi che con i vostri famigliari?» Paolo fu sorpreso dalle sue stesse parole.

La donna, da par suo, inarcò un sopracciglio. «Non capisco la battuta. Comunque, per risponderle, siamo una famiglia perché prestiamo la massima attenzione al benessere psico-fisico dei dipendenti.»

«Come?»

«Scusi? Non capisco» replicò la donna con espressione prima solo confusa e poi anche sorpresa, quando il candidato chiarì che era curioso di sapere cosa facesse concretamente l’azienda per il benessere dei dipendenti.

«Bè, ci sono… varie iniziative, c’è il counseling, poi… poi uno può aprire un ticket all’HR in India e… e nel dettaglio questo viene spiegato durante l’onboarding…».

Adesso è lei che mi sta rifilando i paroloni, pensò Paolo, che prontamente ribattè: «No, sa, chiedevo perché anche nella mia azienda attuale parlano di benessere dei dipendenti, poi sul contratto ho firmato per 38 ore a settimana, ma ne faccio regolarmente 10-11 al giorno, più la reperibilità nelle notti e nei weekend, rigorosamente non pagata – non che sia una questione di soldi, per me non esistono straordinari che possano compensare il non avere una vita al di fuori del lavoro. Poi nella mia azienda attuale l’attenzione al dipendente la dimostrano con corsi-fetecchia sull’energia, dove si insegna come produrre di più ed evitare il burn-out; che poi lì hanno riscritto la medicina moderna, non ci sono casi di burn-out: basta non parlarne, chiamarli in altro modo o stigmatizzare il lavoratore!»

«Non è opportuno per noi parlare di altre aziende…» intervenne nuovamente l’uomo.

Paolo però tirò dritto. «Perché? Eppure mi sembrate molto simili. Potete raccontarmi quello che volete sulla cultura aziendale, ma per quel che mi riguarda, c’è solo una domanda per capire qual è la vera cultura di un’azienda.»

A quel punto il ragazzo fu interrotto dai suoi stessi flashback

«Capo, secondo me non è giusto farci lavorare tutte queste ore!»

«Che cavolo vuoi? Dai le dimissioni, allora, tanto se te ne vai, ce ne sono altri 10 in fila per entrare!»

E ancora…

«Capo, oggi esco un po’ prima, alle 18, che devo portare il mio cane dal veterinario, non sta bene…»

«Sì, sì, come no, tutte scuse. Mezza giornata oggi, bravo!»

Alle 18, tra l’altro, era già straordinario…

E soprattutto…

Esco intorno alle 20. Nonostante sia una routine, per la prima volta noto che il parcheggio aziendale è ancora pieno di macchine. Non è solo per via dei lavoratori in turno, molte di queste macchine le riconosco, c’erano anche stamattina, quando sono arrivato…

«Penso che non abbia senso continuare…» disse la donna, ora agitata.

«No, dai, sentiamo… quale sarebbe questa domanda illuminante?» insistè l’uomo in tono di sfida.

Paolo tornò in sé. «Alle 8 di sera, dopo che un dipendente ha lavorato quasi per 11 ore ed esce per tornare a casa, quante macchine ci sono ancora nel vostro parcheggio? Quanto è pieno il parcheggio, escludendo chi lavora in turno?»

«Cosa?» Ora anche l’uomo non seguiva il discorso.

«Ecco, è tutta qui, la cultura aziendale!» disse Paolo, alzandosi, per la gioia del suo fondoschiena. «Comunque, non serve che mi rispondiate, so dov’è l’uscita. Arrivederci!»

Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. No Paolo, no! Stavi andando così bene. Eri a un passo anche tu dall’assorbimento totale nella cultura aziendale. Qualche altra risposta da copione, una stretta di mano, una sigla sul contratto e saresti potuto entrare finalmente in una splendida gabbietta dorata, provvista anche di parcheggio notturno custodito. Pazienza, sarà per il prossimo colloquio, per questo ti sei salvato. Fiuuu.

  2. “La donna sorrise. «Molto chiaro, grazie. Io sono a posto, tu…?»”
    Un’azione (per lasciar intendere chi sta parlando), un punto e poi il dialogo. Mi piace molto questo modo di costruire i dialoghi, sono in pochi a saperlo usare eppure con un po’ di volontà può essere alla portata di tutti e segna uno spartiacque tra gli autori che vogliono espandere le opzioni di costruzione di un dialogo e gli autori che invece si accontentano. Bravo, mi piace.