
Il pesce leggendario
Serie: Helena Everblue
- Episodio 1: Il disagio numero uno
- Episodio 2: La nave del capitano Acabh
- Episodio 3: Nani scaltri e misteriose femmine
- Episodio 4: Il pesce leggendario
- Episodio 5: La dama nera
- Episodio 6: Jonathan Bull, il salvatore del mondo
- Episodio 7: Legami indissolubili
- Episodio 8: New Mondo
- Episodio 9: Sangue nobile
- Episodio 10: Vendetta e Amore
- Episodio 1: Amore e vendetta
- Episodio 2: La fanciulla nella fotografia
- Episodio 3: La fanciulla senza nome
- Episodio 4: Maschera nera. Cuore nero
- Episodio 5: Pesci leggendari per clienti spocchiosi
- Episodio 6: Ombra difettosa
- Episodio 7: Un uomo buono
- Episodio 8: Il boss, il vecchio, e l’ingannevole toro
- Episodio 9: Pietà per gli ultimi
- Episodio 10: Uomini e Ombre
STAGIONE 1
STAGIONE 2
La bestia lattea osservava i piccoli legni con occhi vacui. Marinai a bordo di barche che galleggiavano tra il blu e l’azzurro del Mare Esterno erano un insignificante sgarbo alla sua quiete. Sopra le loro teste, il cielo cuciva stracci di nubi.
Gli uomini rimasti a bordo della Requoll sembravano essersi dimenticati di Bull.
Il toro rise. Con le braccia libere da costrizioni, rivolse un gesto sgarbato al cappio penzolante. Si guardò attorno. Isma indirizzava ordini a destra e a manca, pareva uno di quei nanetti che a volte rallegrano le sagre. Il capitano Acabh si era posizionato a prua, le mani serrate sul meccanismo che manovrava il grande arpione.
«Compagni!» urlò. «Il colpo fatale spetta a me».
La bestia sputò acqua e fumo dalla schiena. Un lamento stridulo straripò dai meandri della sua bocca, i timpani vibrarono. Tra il tramestio di passi e la confusione in continuo divenire, l’ombra difettosa svanì in uno spazio tra le assi del ponte principale.
Lì, avvolta nell’oscurità vecchia compagna, attese.
Le scialuppe erano ormai a pochissima distanza del leviatano, le lance protese a sfiorare la lucida e grassa pelle.
«Colpite il mostro, uomini!» comandò Acabh. «Fiaccatelo in modo che possa trafiggere il suo cuore infernale».
I marinai urlarono, preda dell’estasi che ammanta la paura. E come l’uomo nero si nasconde sotto il letto, l’enorme pesce si nascose nell’abisso.
Silenzio. Gli uomini scrutavano a pelo d’acqua; si muovevano a scatti, le armi sollevate pronte a colpire. D’improvviso un tuono, quattro lacrime dal cielo.
«È così che fuggi alla mia vendetta?» Il capitano manovrava il grande arpione come fosse parte del suo stesso corpo. Vedeva sagome nel blu, demoni nell’azzurro. Il mostro, la sua bianchezza innaturale. «Acabh! Ricordi questo nome? Era il nome di mio padre. Sono passati quarant’anni dal giorno in cui attaccasti la sua nave. Ero poco più di un marmocchio, ma c’ero anch’io. Come unico sopravvissuto, ci sono adesso. Non sottrarti alla mia giustizia, mostro! Affronta il tuo destino».
Un’ombra nel mare, tutt’altro che difettosa. Indifferente alle parole degli esseri umani, il gigantesco pesce si stava allontanando.
«Non così in fretta» sibilò Acabh. Il grande arpione scheggiò le onde. Carico dell’odio di colui che un tempo fu bambino, penetrò nella carne del mostro. Fu l’inizio di una breve fine.
Il pesce leggendario travolse barche e uomini, legno e carne. E quando anche la Requoll esplose in un’infinità di schegge, Jonathan Bull scivolò nell’oblio.
***
Il toro riaprì gli occhi. Senza ricordare perfettamente come, era riuscito ad issarsi sulla banchina di un porto che non conosceva. Il dì era caldo e luminoso quindi i suoi vestiti non avrebbero faticato ad asciugarsi. Si guardò attorno: la gente di quel luogo sembrava occupata in faccende più interessanti di uno spaesato omaccione fradicio. Poco male; era vivo. Il resto, come il domani, sarebbe arrivato da sé.
Provò a individuare qualcosa che gli risultasse famigliare. Non riusciva a concentrarsi; un puzzo indefinibile gli affossava le narici mentre un suono mai udito assaliva le sue orecchie. Il ringhio di un gigantesco cane rabbioso.
“Forse sto sognando” pensò. Poi gli venne da ridere. “No. Quel fottutissimo pesce mi ha mangiato e adesso mi trovo all’ inferno”. Scrollò le spalle, sapeva che prima o poi ci sarebbe finito.
Per fugare ogni dubbio, si pizzicò una guancia. Le unghie mal curate spruzzarono sangue. Era vivo…più o meno.
Senza rendersene conto, stava camminando verso l’interno. Spalancò le palpebre: dinanzi a lui s’innalzavano le più grandi costruzioni che avesse mai visto. Enormi palazzi che sfioravano il cielo, tane di giganti.
Qualcuno ebbe l’ardire di sfiorargli una mano; un ometto tarchiato costretto nell’abito più improbabile che Jonathan avesse mai visto. Nella mano destra stringeva una rigida busta nera. Se ne andò senza nemmeno un cenno di scuse. Se fossero stati soli lo avrebbe sgozzato come un pollo. Non erano soli, ma circondati da persone. Uomini e donne: dieci, cento, migliaia di facce sconosciute. Al di là di esse si trovava la più grande strada che avesse mai visto; molto più larga della via principale che tagliava la Zona Alta di Newcity. Un’infinità di carri la attraversavano, alcuni erano trainati da cavalli, ma altri si muovevano a una velocità impossibile senza che nessuna bestia li trascinasse. Sputacchiavano fumo nero dalla parte posteriore. Scoregge del demonio. A Jonathan non servì molto a capire che il puzzo e il rumore che aveva attribuito a un cane enorme arrivavano da lì.
«Amico!».
Si voltò di scatto.
«Ehi amico, va tutto bene?».
Accanto a lui si era fermato un vecchio. Lo fissava da oltre le sopracciglia cespugliose, appoggiandosi a un bastone. Del suo corpo d’ebano era una gamba a mancare.
Gli indirizzò una smorfia sbilenca.
«Perché quella faccia, amico? Ti sei preso una sbronza coi fiocchi, ma vedrai che poi passa tutto!».
Jonathan sputò per terra e il vecchio replicò con una risatina catarrosa.
«Sei cinese, amico?» Lo scrutò con attenzione. «Mmm, non mi sembri cinese».
Nel cuore nero di Jonathan, la rabbia stava riprendendo il posto che le competeva. «Non prendermi per il culo, storpio! Questa non è Newcity, vero?».
L’anziano scosse il capo. «Newcity?! Mai sentita».
«E allora dimmi dove siamo! Cos’è questo inferno?».
«Ok ok, ma la prossima volta vacci piano con la bottiglia!».
Sollevò una mano scheletrica a indicare il cielo; una macchia di pece nell’azzurro. Solo in quel momento Jonathan vide la statua. Era imponente; alta forse cento metri. Raffigurava un uomo coronato; nella mano sinistra stringeva una tavola, nella destra una fiaccola. Era quasi totalmente verde, a eccezione di un piccolo particolare. I suoi occhi: blu cobalto come il mare in burrasca.
«Ma che cazzo…».
Lo storpio rise nuovamente. «Benvenuto a New York, amico».
Serie: Helena Everblue
- Episodio 1: Amore e vendetta
- Episodio 2: La fanciulla nella fotografia
- Episodio 3: La fanciulla senza nome
- Episodio 4: Maschera nera. Cuore nero
- Episodio 5: Pesci leggendari per clienti spocchiosi
- Episodio 6: Ombra difettosa
- Episodio 7: Un uomo buono
- Episodio 8: Il boss, il vecchio, e l’ingannevole toro
- Episodio 9: Pietà per gli ultimi
- Episodio 10: Uomini e Ombre
Che az… di finale spettacolare! Mi hai spiazzato completamente, che sorpresa! Grande! Poi l’idea di anticipare questa rivelazione finale con la descrizione è stata una genialata. Davvero bravo. A suon di dimensioni alternative! Al prossimo episodio. 🙂
Amico, ti ringrazio per la pazienza con la quale stai seguendo questa storia! Nei prossimi due episodi molti misteri troveranno soluzione. Un caro saluto, @giuseppe-gallato
Ciao Dario, con te non ci si annoia mai. Prima Moby Dick e ora una New York di un’altra dimensione. Credo di sapere chi raffigura la statua, ma attendo il prossimo episodio per esserne sicura: a questo punto, tutto può accadere 😀
@micol-fusca , nel prossimo episodio torneremo a palazzo Everblue e ritroveremo una vecchia conoscenza. Non dimenticate che questa seconda stagione ha luogo prima dell’ uccisione di Hugo.😁
“Lo storpio rise nuovamente. «Benvenuto a New York, amico».”
Identica sensazione
@micol-fusca , avrei potuto mettere qualsiasi personaggio per questa parte marginale, ma un cameo di Geremia mi pareva divertente.😂
“Raffigurava un uomo coronato; nella mano sinistra stringeva una tavola, nella destra una fiaccola. Era quasi totalmente verde, a eccezione di un piccolo particolare. I suoi occhi: blu cobalto come il mare in burrasca.”
Oh, mio Dio. Non puoi sapere come questa scena mi ha ricordato uno dei film della serie “Il pianeta delle scimmie”!
Hai ragione @micol-fusca, sinceramente questo rimando non era voluto, ma fa il suo effetto.😁
Che bel plot twist, chi se lo aspettava, chi sa che farà Bull in mezzo a New York. Bravo Diario un bel colpo di scena che mi incuriosisce parecchio. Sempre con uno stile accattivante e molto interessante.
Ci sarà da divertirsi.
Grazie @alessandroricci , in questa New York alternativa il nostro amico incontrerà ana nostra vecchia conoscenza…😃😉
“Scoregge del demonio”
Questo passaggio mi è piaciuto
” come l’uomo nero si nasconde sotto il letto, l’enorme pesce si nascose nell’abisso.”
Bel passaggio
E ancora, un episodio che lascia sorpresi. Parto dal finale che mi ha fatto pensare al Pianeta delle Scimmie. Vedi la statua, e capisci di essere dove non avresti mai pensato di essere. Qua il buon (si fa per dire) Bull non ha viaggiato nello spazio tempo (almeno credo), ma sembra altrettanto spaesato.
Per il resto, episodio scritto davvero bene, ricco di metafore ben pensate e ben giocate, un piacere per il lettore 🙂
Ciao @sergiosimioni, posso anticiparti che nei prossimi due episodi rivelerò quasi ogni cosa. Il cerchio si sta per chiudere. Ah, comunque hai ragione: Bull non ha viaggiato nel tempo. Si è semplicemente trovato in un’ altra parte del mondo. Ovviamente si tratta di una New York alternativa…non dimentichiamo che qui la statua della libertà è un maschio dagli occhi cobalto. Mi sa che nel prossimo episodio ritroveremo una vecchia conoscenza…😁
“preda dell’estasi che ammanta la paura”
Questo passaggio mi è piaciuto
“il cielo cuciva stracci di nubi”
Questo passaggio mi è piaciuto