Il pianto nel buio

Ho perso il conto delle notti insonni. Voglio solo poter dormire, in pace, senza che i sogni mi vengano spezzati via con violenza.

Spalanco gli occhi nell’oscurità.  Non capisco cosa mi svegli tutte le notti, una sensazione, un fremito di paura, un disturbo senza nome né volto; ma oggi qualcosa è diverso: sento un suono nel buio.

Fa freddo, ma nonostante questo sono madido di sudore. Il suono proviene oltre la porta della camera. I nervi e i muscoli si tendono come cavi d’acciaio. Resto fermo e ascolto. Non è un semplice suono, ma delle voci, offuscate, flebili e incomprensibili. Forse è la gente in strada o i vicini; ma ho una strana sensazione, un brivido.

Mi alzo, cerco l’interruttore della luce, non si accende. Un blackout. Pure questa dannazione!

Provo comunque a raggiungere la porta della stanza, ne apro solo uno spiraglio, allungo l’orecchio: le voci sono più udibili, sembrano pianti di bambini.

Prendo coraggio e supero la porta per raggiungere il corridoio. Il pavimento è freddo, non ho nemmeno pensato di mettermi qualcosa addosso in quel momento.

I lamenti vengono dal salotto. Cammino a tentoni verso la porta chiusa. Il cuore palpita sul torace, la sudorazione aumenta. Il buio sembra sempre più fitto, un muro di tenebra. Sento le voci oltre la porta. Percepisco anche delle parole, ma sono incomprensibili.

Questa volta non indugio, entro di scatto. Il salotto è nella totale oscurità. Un terrore gelido mi penetra fino alle ossa come fossi immerso in una pozza ghiacciata. I lamenti non arrivano da un punto preciso della stanza, sono ovunque. Mi entrano nel cervello e nel cuore. Sento un dolore che non mi appartiene, mi scava nell’anima; ma ciò che mi logora più di ogni altra cosa, è il buio, ho come l’impressione che mi divori.

Provo comunque ad accendere la luce, tutto inutile. Mi lancio verso la finestra, cerco con le mani la corda della persiana. La tiro su più veloce che posso. Sono affamato di luce, anche solo quella flebile dei lampioni. Altro gesto inutile. Oltre la finestra vedo solo il buio più assoluto.

Possibile che anche la strada sia senza energia?

Non ce la faccio più! Non sopporto queste sensazioni che mi stanno travolgendo. Corro verso la porta, sbatto un ginocchio su un mobile, non mi importa. Chiudo la porta alle mie spalle e mi allontano. Ho gli spasmi da quanto tremo. Strofino le mani sugli occhi e asciugo delle lacrime che nemmeno so di aver versato.

Barcollo attraverso il corridoio appoggiando la mano sul muro. Con la coda dell’occhio vedo una sagoma biancastra, mi volto di scatto con un tuffo al cuore, ma è solo il mio volto pallido come un cencio che si riflette su uno specchio che ho dimenticato di avere. Forse i miei occhi si stanno abituando all’oscurità.

Le voci non si placano, ma per lo meno sono troppo deboli per entrarmi nelle membra.

Dei bambini spettrali vogliono comunicare con me?

Potrei vestirmi e uscire dall’appartamento, ma la zona urbana non è tra le migliori della città, soprattutto al buio. I vivi possono essere anche peggio dei morti.

Mi accascio seduto con la schiena al muro. Sono sfinito, mi sento prosciugare le forze.

***

La luce del sole filtra tenue attraverso le finestre della cucina, devo essere crollato. Le voci sono scomparse, così come l’ondata di sensazioni provate.

Mi alzo e vado in salotto. Sembra come nulla fosse mai successo.

Solo l’idea che tutto questo si potesse ripetere mi terrorizza. Forse sto solo impazzendo ed è tutto dentro la mia testa, eppure era così reale.

Meglio se faccio i bagagli e mi trasferisco per un po’ dai miei genitori, per poter ponderare meglio su tutto quello che ho appena vissuto. Forse, magari, riuscirò finalmente a dormire.

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Discussioni

  1. Gli incubi e l’insonnia sono temi universali, affrontarli in maniera intima non è facile ma proprio perchè sono intimi è possibile descriverli con parole uniche e personalizzate: qui riscontro il punto di forza e al tempo stesso di debolezza del racconto. Descrivere un sentimento oscuro è un atto di coraggio e esplorazione fondamentali nel bagaglio di uno scrittore, ma la potenza che ne scaturisce è dimezzata se non si usa un linguaggio “elaboratamente personale”. Quello che sto cercando di dire è sebbene il tuo stile narrativo enunci un’abilità di scrittura, esso non supporta a dovere il tema affrontato poichè manca l’unicità della pazzia, la (tua) relatività della sofferenza. Servirebbero più parole laceranti, sarebbero come un kerosene in grado di infiammare questo passaggio che già di suo si presente come uno slow burining, senza però incendio finale. Scusa, quanto sono logorroico!

    1. Grazie del feedback. Sono sincero: il racconto è vecchiotto. L’avevo scritto circa un anno fa per un piccolo contest, ma non è stato ovviamente accettato. Non ho discolpe nell’ammettere che l’ho ripreso e pubblicato qui senza nemmeno revisionarlo (anche se al suo tempo aveva subito delle revisioni). Rileggendolo ora mi rendo conto di quanto lo stile fosse ancora più acerbo, inoltre ho riscontrato delle ripetizioni.