
Il porto
Ma lo sai che anticamente i pescatori erano ricchi?
Lo erano come chi cuoceva il pane, chi arava la terra e ne coglieva i frutti. Ognuno gettava il suo amo, un po’ per orgoglio e un po’ per camparci. Poi sono impazziti in molti, sono caduti nell’invidia di chi ne portava a casa di più e più grossi. “Ma tu come fai a pescarne così tanti?”, chiedevano. E si inventavano trucchi per mantenere il segreto. La collaborazione si è estinta: ognuno per sé. E la scusa che si diceva per giustificarsi era: “Nessuno di loro ha mai pagato i miei debiti e mi ha mai messo sulla tavola il pane”.
Nel parole del mare noto gridi di pietà; nelle parole dei pescatori una dose di timida colpevolezza. Noi tutti dovremmo chiedere perdono al porto che ci ha ospitati, perché non ci siamo presi cura di lui.
Gli ho fatto visita ieri sera, come un pellegrino torna al luogo sacro dopo anni di latitanza, e vi ho trovato un’oscura poesia. Il cielo basso, il manto lucente di stelle più vive di chi abita la terra. In loro ho visto la malinconia dell’uomo e un pensiero romantico. A queste stelle, così vicine da essere intruglio dorato dell’anima, non restituiremo la crepa d’amore che aprono in noi.
E le barche abbandonate nel grumo raffermo, solido e fetido del porto vorrebbero dire: “Anche noi abbiamo una storia, anche noi abbiamo una memoria”. Ospitano reti usurate e battono bandiere ferme, senza forza della brezza.
Quelle rocce sulla punta del molo ci vedono ora dalle tre della notte, i pesci abboccano ancora, ma sempre meno bambini, sempre meno innamorati vengono a trovarlo, quel povero porto.
Prima, nel silenzio della notte, raccontavo ai pesci di mia moglie, delle mie figlie, della vita che mi sfiora da lontano. I pesci non ascoltano più abboccano e basta. Anni fa venivano picciriddi a giocare, a curiosare, giovani ubriachi a cantare. Io dicevo loro di cantare forte, ma davvero forte, di gioire a gran voce, ma fuori dal porto. Perché al mare piace il sussurro.
Questo sono io, questo il mio porto abbandonato. La mia croce e il mio peccato. Nessuno si ricorda di noi, solo del male che abbiamo fatto come esseri umani.
Ora, mentre ti parlo del pescatore invecchiato che sono, del porto esausto che mi ospita di tanto in tanto, arriva un bambino.
– Ma come fai a pescare i pesci?
Io mi volto, lo guardo in viso. E’ dolce e scuretto, con ricci ondulati e corti.
– Sei figlio di pescatore?
– No.
Allora rivelo il mio segreto:
Non c’è nessun segreto, se non quello di prendermi cura di ciò che mi procura da vivere.
Grazie Antonino, speravo trasparisse la volontà di fare un tributo a questo porto che, sì, mi è molto caro.
Grazie per il commento!
Ciao Simone, con questo splendido e profondo tributo ad un luogo a te caro, presumo, lo hai reso vivo e partecipe della quotidianità vissuta da ogni persona e creatura legata ad esso, un luogo reso triste solo dalla avida mano dell’uomo. La bellezza dei luoghi andrebbe preservata, perché parte di noi stessi, ma con questo brano ricco di poesia, gioia, malinconia e nostalgia, hai comunque ridato vita ad un luogo ricco di ricordi e significati! A presto!