Il pozzo d’oro del sogno
Mi avvicino al pozzo al centro del cortile.
Per un attimo vengo assalita dal terrore puro: la paura viscerale di scivolare, di cadere o di veder cadere loro dentro un pozzo nero. Mi sporgo per un solo istante e osservo l’interno: temo che quel corridoio scuro mi inghiotta e non mi lasci uscire mai più.
Sono con i miei figli. Prendo Irene in braccio, sentendo il suo peso solido sul mio fianco. Poggio la mano sulla spalla di Dominique. Ci sporgiamo insieme sul bordo di pietra. L’odore di carta muffa e terra bagnata sale dalle profondità.
Guardo giù. Il fondo del pozzo non è nero. C’è un riflesso d’oro liquido, denso, splendente. Sento uno strano pugno allo stomaco. Questo colore mi ricorda la notte passata in bagno tra il water e il lavandino.
«Mamma, brilla! Che cot’è?», grida Irene, battendo le mani bagnate contro il mio collo.
«È oro vecchio, rimasto a galla», rispondo, e il nodo all’intestino finalmente si scioglie.
Infilo la mano libera nella tasca della giacca, stringo le forbici da sarto, quelle d’acciaio freddo. Le tiro fuori e le lascio cadere nel vuoto. Sentiamo insieme il tonfo sordo, profondo, nell’acqua laggiù. Il riflesso d’oro si increspa, crea cerchi concentrici, poi torna immobile. Perfetto.
Sento dei passi calpestare le foglie secche oltre il cancelletto. Alessandro è arrivato a prendere i bambini. Li aiuto a sistemare le giacche, Dominique mi stringe la mano, Irene mi dà un bacio umido sulla guancia. Li guardo allontanarsi, le loro voci si spengono mentre la macchina si allontana. Ora il cortile è vuoto.
Mi riaffaccio sul pozzo. Mi sporgo un po’ di più. Chissà che rumore farebbe il mio corpo se andasse oltre l’oro, se raggiungesse il fondo del pozzo.
Ancora pochi centimetri e potrei scoprirlo.
Ma non sono sola.
Una figura si avvicina lentamente dal fondo del muretto. Mi tiro su per vederlo meglio.
Ha gli occhi scuri, una maglietta scura che profuma di vento e di tabacco buono.
Non parla. Mi scruta per un po’ il viso, guarda quel primo capello bianco sulla mia fronte senza giudizio, senza dare ordini. E me lo accarezza piano.
Poi mi prende il viso tra le mani e mi bacia. Quelle labbra carnose le riconoscerei tra mille. Ma non sono sicura sia lui.
Non voglio pensarci, mi lascio trasportare da questo strano brivido che parte dalla testa, scorre veloce, mi dà scosse alla spina dorsale e arriva fino ai piedi.
«Guardami», mi sussurra.
Spalanco gli occhi, li pianto nei suoi. Neri come il buio del pozzo, circondati da carnagione mulatta, giacca della divisa scura. Lo riconosco.
Dopo tutto questo tempo, è tornato da me.
Non lo vedo dal giorno della lettera, vent’anni prima.
Non gli chiedo il perché di quella lettera, ma lui sembra capire i miei pensieri.
«Scusami se puoi…mi sembra tu stia bene ora» mi dice.
«Insomma…»
Assume un’aria interrogativa ma non parla. Così lo faccio io.
«Per anni ho sognato ogni notte che ci saremmo sposati e avremmo avuto un bambino mulatto. Lo sognavo proprio vicino a me e quando la mattina mi svegliavo, sentivo ancora qualcosa sul mio fianco ma non c’era niente e nessuno. Te lo volevo scrivere per messaggio ma mi avevi detto di non sentirci più».
Invece di rispondermi mi abbraccia, poi mi tira su.
Poggio i palmi delle mani sulla pietra umida del bordo del pozzo. L’aria fredda mi sale sotto la gonna.
«Però nella lettera ti avevo spiegato perché mi stavo allontanando da te» mi dice mentre si stacca da me e prende il mio mento tra le mani.
«Cosa c’entra? Ma dovevi decidere tutto tu?», mi scanso un attimo, il rancore mi lacera ancora l’anima. «Non mi hai dato nemmeno modo di replicare! Mi hai lasciato lì alla Stazione Termini e sono ripartita con quei due fogli scritti al computer, tra l’altro, manco a mano!»
«Ti dicevo infatti che scrivo male. Comunque ti amavo tanto, ma non ero fatto per te in quel momento!»
«Cavolo ne sapevi allora?» piango e urlo tutta la rabbia accumulata anno dopo anno, centimetro di pelle per centimetro di pelle.
Le sue mani grandi, calde, si appoggiano decise sui miei fianchi pesanti, stringendo la carne con una fame autentica, solida. Mi solleva leggermente per incastrarmi meglio sul bordo di pietra. Non chiede il permesso, ma io mi lascio andare. Gli stringo le spalle robuste con le gambe, aprendomi completamente.
Abbassa la zip con un movimento secco, lo sento premere duro e caldo tra le mie cosce.
Entra dentro di me d’un colpo solo, profondo, senza premesse inutili. Il brivido fisico cancella ogni traccia di nervosismo e di paura.
Getto la testa all’indietro, i miei capelli sfiorano la pietra del pozzo.
Le sue mani risalgono sotto la mia maglietta, afferrano il mio seno pieno, pesante, premendo le dita contro i capezzoli duri. Mi spinge contro il bordo a ogni colpo, un ritmo cieco, carnale, che risuona nella pietra.
Sento l’attrito della roccia sulle chiappe, il calore fluido che mi invade il bacino e sale dritto allo stomaco. No, stavolta non ho paura di cadere nel pozzo. Mi aggrappo a lui e guardo oltre la sua spalla.
Sento i muscoli interni contrarsi, un’ondata violenta che parte dalle viscere e mi travolge la testa.
Vengo con un grido profondo, un brivido che mi scuote la pancia, la schiena, la vagina. Lo stringo forte a me e scoppio in lacrime.
Lui spinge ancora, fino in fondo, poi si svuota dentro di me, lasciandomi bagnata, sfinita, viva.
Rimango seduta sul cornicione, con il respiro pesante che si confonde con il suo. Guardo giù, tra le nostre gambe incrociate, verso il fondo del pozzo.
«Che c’è?»
«Per due anni mi sono dannata l’anima, ho mandato a fanculo tutta la mia famiglia, mi sono ubriacata e ho fumato fino a dimenticare con ogni minima particella del mio corpo che tu esistessi veramente!»
«Scusa non pensavo…ora basta, pensi di potermi perdonare?»
Quello sguardo da ragazzino impertinente con divisa da militare non se l’è mai tolto. A distanza di anni ha ancora quel sorrisetto che termina in una fossetta sulla guancia.
«Smettila di guardarmi così. Vattene!»
«Ricordati…ti ho amato tanto…»
La sua voce sfuma nell’aria grigia.
«Abbi cura di te C.», rispondo.
Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Erotico
son rimasta basita al finale, l’immagine che sfuma mi ha fatto pensare ad un soldato morto in battaglia. Un racconto crudo e sofferente, che graffia.
grazie per il commento Laura 🙂
Onirico ed evocativo. Bravissima Eva 👏
Grazie Pier per aver letto e apprezzato 🫶
Intenso come un sogno che non si capisce dove finisce e diventa solida realtà.
Grazie Marco ❤️