IL PRIMO GRANDE VIAGGIO – ZIBO

Serie: IL TRASFERTISTA


Dopo una rocambolesca partenza per la mia prima trasferta estera, mi ritrovo catapultato in Asia dove nuove esperienze ed avventure segneranno il resto di tutta la mia vita...

Dopo quella prima notte passata nel lussuoso albergo di Pechino, ancora immerso nel torpore dovuto alla differenza di fuso orario, mi svegliai.

Dalla finestra la vista di una pagoda mi fece capire che non avevo sognato; ero proprio arrivato in Cina.

Registrai l’orologio sulla differenza oraria di più sei ore, poi siccome per la colazione era ancora presto e per la stanchezza la sera precedente sprofondai sul letto senza aver fatto la doccia, decisi di farmi un bel bagno nella grande vasca, stranamente ubicata vicino alla finestra e direttamente sopra la moquette della camera.

Immerso in quell’acqua ma ancor di più nei miei pensieri, sentivo il brusio della città che penetrava dalla finestra chiusa e tentavo di figurarmi come sarebbe stato quel mondo là fuori che presto mi avrebbe completamente fagocitato.

Raggiunsi il salone predisposto per la colazione e vidi il Bomba che già seduto ad un tavolo rotondo, stava girando il centrotavola pieno di piattini.

Da lontano, mi sembrava di vedere un criceto gigante che si infilava in bocca tutto quello che si trovava a portata di mano.

Visto che in giornata avremmo dovuto prendere un altro aereo, incrociando le dita che Carlo non fosse ancora in completo panico come il giorno precedente, anch’io presi posto dandogli il buongiorno.

La vista di un cabaret pieno di zampe di gallina e quegli strani odori, mi tolsero l’appetito e mi concessi solo una tazza di caffè americano e qualche strano biscotto.

Successivamente al check-out, un taxi ci portò nuovamente all’aeroporto dove partimmo alla volta di Zibo.

Ad attenderci sulla pista c’era un Tupolev 154 di costruzione russa, al tempo battezzato la bara volante causa i numerosissimi incidenti nei quali questo modello di aeromobile era stato coinvolto e il Bomba nuovamente dovette ricorrere alla fiaschetta metallica e farsi qualche cicchetto.

Mi colpì il fatto che in aeroporto c’erano diversi cartelli scritti in Cinese ma anche con espliciti disegni, dove veniva vietato sputare e orinare in aree non propriamente adibite; in seguito, capii che tanti cinesi provenienti dalle zone rurali non avevano di certo ricevuto lezioni di bon ton.

Su quell’aereo i cinesi trasportavano di tutto, anche perché al tempo non c’erano le odierne restrizioni.

Vidi signore con canestri di verdura; quelle con in braccio una gallina o un’anatra; addirittura vidi un signore con un maialino; insomma, un tale casino da far rientrare nella normalità le scene del film l’aereo più pazzo del mondo.

La pericolosità di quegli aerei non era tanto intrinseca dell’aereo, ma soprattutto dovuta al fatto che i piloti cinesi erano spesso ubriachi o si addormentavano.

Dopo quel volo, aggrappati alle tuniche di tutti i santi ai quali ci eravamo raccomandati, finalmente arrivammo a Zibo.

Una macchina russa, con un cruscotto pervaso da diverse spie accese, dopo circa due ore di gincana ci condusse a destinazione in una zona periferica la cittadina di Jinan.

Arrivammo così alla Huayang Industrial Textile, un poligono chimico industriale che ospitava anche l’edificio dove avremmo dovuto portare a termine il commissioning di una grossa filatura.

Un penetrante odore di fuliggine e il grigiore del cielo, mi fecero pensare che nelle vicinanze ci fosse stato un incendio boschivo, ma successivamente il capo cantiere mi spiegò che quella era la normalità dovuta al fatto che in Cina gran parte dell’energia elettrica è prodotta da centrali termoelettriche a carbone e nei paraggi ce ne erano parecchie.

Rassegnato agli odori di un barbecue perennemente acceso, per quanto di carne da mettere sotto i denti in quel posto proprio non ce n’era, cercai di adattarmi alla situazione tentando di concentrarmi sul lavoro e d’imparare quanto più possibile da quella prima esperienza estera.

Visto i racconti che avevo sentito dai colleghi reduci dai vari cantieri cinesi, mi ero premunito riempendo la valigia anche di beni di prima necessità.

Potevo infatti contare su due salami, una grossa fetta di grana padano e alcuni tubetti di latte liofilizzato e maionese che tenevo gelosamente e segretamente custoditi in valigia come se fossero stati dei lingotti d’oro.

Il posto era veramente infausto, tanto che l’unica mensa in quel poligono industriale era stata soprannominata ristorante il colera e l’unico pseudo bar era stato battezzato bar la ciminiera.

Infatti, voci certe, narravano che due anni prima tre cinesi dopo aver mangiato in quel ristorante morirono di colera; il bar era invece costruito a ridosso di una ciminiera e spesso alcune esalazioni si facevano strada tra le numerose crepe del muro.

Insomma, non era sicuramente un posto da prendere in considerazione per passarci le vacanze e bisognava stare ben attenti di mangiare solo ed esclusivamente cose cotte se non ci si voleva ritrovare seduta stante chiusi in bagno.

L’alimentazione principale per noi europei erano le peanuts, unica cosa di provenienza certa.

Quando arrivava qualcosa di apparentemente commestibile per colazione, pranzo o cena il menu era sempre il medesimo:

ciotola di riso al vapore; strane brodaglie; verdure al vapore; mian bao, una sorta di pancarré che il Bomba utilizzava come riempitivo e le immancabili zampe di gallina.

In quel caldo umido le giornate erano pesanti anche perché per aiutare il Bomba, che soffriva di limitate capacità motorie e si era appollaiato con il suo computer vicino al quadro elettrico, facevo su e giù dalle rampe di scale che collegavano i quattro piani della filatura in cerca dei sensori di campo che lui mi indicava.

Alla sera ci si ritrovava in una sorta di saletta ricreativa per la solita partita a carte e consumare qualche minuta tazzina da tè riempita di Jhonnie Walker.

Dopo cena invece Carlo si ritirava nella sua stanza perché sosteneva che la mattina avrebbe dovuto alzarsi presto; presumo avesse difficoltà nello smaltire tutto quel mian bao che si mangiava e poi sicuramente c’erano da considerare tutti rituali per sistemare il suo parrucchino.

Tra i pochi forestieri trasfertisti presenti c’era anche un certo Sig. Lomastro, un tecnico piacentino dedito all’impianto di condizionamento e che ormai in quella sorta di prigione ci viveva da diverse settimane.

Lomastro sosteneva d’essere anche un cuoco buongustaio e in quel posto soffriva particolarmente sentendosi anche impotente nel poter reperire ingredienti utili a cucinarsi qualcosa.

Passarono alcuni giorni e malgrado condividendo quell’inferno ci si facesse vicendevole coraggio, vedevo che pian piano la disperazione si stava impossessando delle persone ma soprattutto di Lomastro.

Chi beveva un paio di bicchierini dopo cena era passato alle tazze e chi fumava qualche sigaretta si tritava ormai il pacchetto intero; il Bomba aveva invece aumentato le dosi di mian bao e incredibilmente era l’unico che riusciva ad ingrassare dopo le trasferte cinesi.

L’unica cosa positiva che ricordo di quel posto, fu che l’amministrazione locale un giorno ci invitò nella città di Zibo in una sorta di centro culturale per partecipare ad un meeting for foreigner people.

Durante quell’incontro con le più alte cariche politiche di quel distretto, ci posero numerose domande, che a lato della curiosità cinese, in quel contesto furono più mosse dalla saggezza orientale che predilige ascoltare piuttosto che parlare.

Fecero numerose domande sulla nostra cultura e sulla percezione che avevamo della loro e poi ci venne espressamente chiesto di dare suggerimenti su come avrebbero potuto migliorare la loro ospitalità.

Scoprii in seguito che Zibo è la città natia dell’antico impero Qi, una città ricca di storia e cultura e nota in tutto il Paese per la sua civiltà.

I giorni si sgretolarono lentamente, come se un mastro scalpellino li dovesse incidere per intero nella dura pietra e non metto in dubbio che per contarli qualcuno di noi, la sera rientrando nella propria camera, facesse anche delle tacche sul muro della sua prigione.

Per me arrivò così l’ultimo giorno e nella saletta ricreazione quella sera dopo cena si creò come una sorta di saluto rituale in vista della mia imminente partenza per Shanghai.

Da un lato quei veterani mi davano consigli e mi rincuoravano in vista della mia prima missione lavorativa in solitaria e dall’altro io gli facevo coraggio che presto anche per loro la pena sarebbe finita.

Quella sera, anche a seguito dell’ennesima immangiabile cena, vidi Lomastro particolarmente provato e sapendo che a Shanghai sarei sicuramente andato a stare meglio, decisi di fargli una bella sorpresa.

Lo invitai nella mia abitazione con la scusa di aver qualcosa per lui e così mi seguì.

Arrivati in camera aprii la mia valigia e per Lomastro in quel momento si aprii la porta del paradiso.

Gli consegnai un salame e una fetta di grana sottovuoto e lui pianse di gioia ed io per non averglieli dati prima.

Il giorno seguente con un largo anticipo sulla partenza del volo, mi portarono in aeroporto con lo stesso catorcio russo e lì con apprensione seduto sulla valigia a lato della pista, attesi per più di quattro ore il Tupolev che incrociando le dita m’avrebbe portato a Shanghai.

Serie: IL TRASFERTISTA


Avete messo Mi Piace6 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. “consegnai un salame e una fetta di grana sottovuoto e lui pianse di gioia ed io per non averglieli dati prim”
    ti giuro mi sono commossa pure io👏 😂

  2. “I giorni si sgretolarono lentamente, come se un mastro scalpellino li dovesse incidere per intero nella dura pietra e non metto in dubbio che per contarli qualcuno di noi, la sera rientrando nella propria camera, facesse”
    Che bella descrizione! Molto evocativa!👏

  3. Mi hanno molto colpito le descrizioni dei luoghi, dei personaggi e delle atmosfere, nel delineare le quali sei stato molto abile nel non appesantire il testo, ma ricercando una certa leggerezza, anche tramite figure che, a volte, risultano essere divertenti.
    Mi unisco a quanto scritto da @cristiana Cristiana, perché credo sarebbe bello poter accedere rapidamente a tutti gli altri episodi unendoli in una serie.

  4. È talmente assurdo quello che racconti da essere assolutamente credibile 😅 Hai una grande capacità descrittiva e sai prendere per mano il lettore e portarlo in giro con te per vedere quello che tu hai visto. Scrivere di te (forse?) valorizza moltissimo i tuoi testi. Parlare di viaggi è sempre accattivante e io mi sono sentita un pesciolino preso volentieri nella rete. Sono luoghi che non ho mai visitato e, a maggior ragione, mi piace leggerne e lavorare di fantasia. Ho adorato le zampe di gallina bollite ( che tra l’altro fanno parte anche della tradizione delle nostre parti e non ci credo se mi dici che non ti piacciono!) e i viaggi in aereo. Io ho visto portare e servire un minestrone bollente in una pentola su un viaggio transoceanico: un odore da rivoltare lo stomaco. Un consiglio, dovresti collegare gli episodi in un’unica serie così è più facile per chi ti legge.

    1. Grazie Cristiana per il tuo commento.Si la storia di questo primo viaggio è vera. Ho iniziato pensando di fare tanti piccoli racconti singoli come fotogrammi ma effettivamente vale la pena di abbinarlo ad una serie…Adesso però non so più se è possibile;chiederò. Purtroppo la limitazione a 1500 non mi da spazio di entrare in tanti dettagli o avvenimenti secondari che devo omettere.Grazie ancora