L’APPARTAMENTO

Serie: IL PROFUMO


Un anonimo ragioniere si rifugia periodicamente nella sua casa al mare. Una verità sconvolgente, però, stavolta lo attenderà. Racconto in due episodi.


Ho un segreto.

Ecco come iniziava il privatissimo diario del ragionier Ceranesi. E chissà come sarebbe proseguito, se solo l’uomo non si fosse arreso subito dopo aver buttato giù quell’unica, striminzita riga, destinando poi le memorie al rabberciato doppiofondo di un comodino.

Sino ad allora, dunque, il suo inestimabile segreto restava prerogativa dell’increato, impresso a fuoco unicamente nella modesta fantasia di un anonimo computista.

Nemmeno la sciupata moglie sembrava esserne a conoscenza, pur intuendo che le notti peregrine del marito avessero qualcosa di sospetto.

Notti singole: una al mese, con cadenza inderogabile.

A giorni diversi, certo, benché sempre entro un lasso di tempo che non superasse la mensilità.

Qualunque altra donna sarebbe stata divorata dal tarlo della gelosia. Lei no.

Chi mai avrebbe avuto lo stomaco di prendersi il Ceranesi?

Lui: un pavido ometto sulla cinquantina, di un metro e sessanta scarsi, corredato di calvizie, pancetta, doppio mento e il persistente miasma di sudore impiegatizio misto alla sua colonia all’aroma di disabituante per piccioni.

Suvvia! Non scherziamo!

Il Ceranesi sbuffò all’idea della vecchia moglie che lo compativa, figurandosela impettita sul divano del soggiorno, in posa dolente e dignitosa, sotto a una luce da quadro del Vermeer, le mani raccolte in grembo, uno scialle bianco attorno alla testa, mentre si confessava con un intervistatore immaginario, come se parlasse in diretta nazionale.

«Povera Dora…» borbottò l’uomo nel decrepito ascensore che arrancava verso il quinto piano della palazzina.

Sotto alle suole, la gomma rossa del pianale faceva presa come carta moschicida, mentre le impiallacciature in simil rovere avevano iniziato a scollarsi dalla cabina, gonfiandosi in bolle e bubboni dal fetore chimico di plastica bruciata.

Presto sarebbe stato finalmente solo, a centosettanta chilometri da casa, rinchiuso nel suo segreto.

E la cosa non suscitava in lui il benché minimo senso di colpa: in fondo, quello era un peccato risibile.

Tutto ciò che si era limitato a fare era stato unicamente di non informare mai Dora dell’esistenza dell’appartamento.

Eccolo, il “grande” segreto.

All’inizio non aveva saputo spiegarsi le ragioni del suo silenzio, ma col passare del tempo il Ceranesi si era accorto che quel piccolo nido (pochi metri quadrati all’ultimo piano di un condominio chiavarese) sarebbe stato la sua unica àncora di salvezza dalla soffocante quotidianità che lo attanagliava.

Da nove lunghi anni, ormai, il discreto impiegato aveva preso l’abitudine di ritirarsi là, una notte al mese, non solo per sfuggire al grigiore della propria esistenza, ma appunto per coltivare quel segreto. In fondo tutti ne avevano uno, di segreto. Ed era forse la gelosia di un segreto a dar l’illusione di esistere. Ceranesi dunque utilizzò il suo, così innocuo, per ritagliarsi una parvenza di vita; quella vita che non aveva mai saputo vivere.

Mentiva al solo scopo di appellarsi a una menzogna che confutasse tutto il grigiore di un’esistenza votata all’irreprensibilità.

Sarebbe stata solo questione di tempo, però, e presto o tardi l’Illusione per antonomasia avrebbe intercettato l’orbita solitaria della sua vorace inventiva. E così era accaduto.

Un inverno di cinque anni prima.

La Chimera massima, il Miraggio dei miraggi: Katia, il Vero Amore, aveva bussato timidamente alla sua porta. Da quella volta tutto cambiò.

La frequenza dei viaggi restava la stessa, ma adesso quelle poche ore di esilio avevano preso il sapore di una rigenerante fuga romantica.

Col tempo, il Ceranesi aveva imparato a forgiare un’immagine nitida e dettagliatissima della propria amante, plasmandola esteticamente sulla falsariga degli idoli di giovinezza, spruzzando qua e là accenni di femme fatale e riot grrrl, stemperando poi il tutto con massicce dosi di sentimentalismo dozzinale da soap-opera. Ne aveva modellato l’indole, le debolezze, l’inflessione, i gusti, il passato. Ma anche le cicatrici, le screziature delle vene, le eterogenee tonalità della pelle, la minuziosa distribuzione di rughe e nei, le accurate solcature palmari e plantari. Le aveva creato vigliaccamente un destino da adultera, una vita coniugale frustrante con un marito violento e possessivo, così da apparirle come il paladino che non sarebbe mai potuto essere per nessuna donna al mondo. Alla fine, l’amante dei suoi sogni era ciò che di più lontano esistesse dalla povera Dora.

Ma questo non lo turbava affatto.

Dopotutto, il suo era solo un tradimento immaginario; un amore sognato.

E più vero del reale, si disse spalancando la porta dell’appartamento, fra il clangore delle chiavi che echeggiava lungo le scale della palazzina deserta, svuotata dalla lontananza dell’estate.

Stavolta ad accoglierlo non trovò più il consueto tanfo tombale, bensì un profumo che gli sconvolse i sensi.

Giusto quello che tanto assiduamente avrebbe voluto modellare sul corpo di Katia, senza però esservi mai riuscito.

Per lui, infatti, gli odori erano qualcosa di inafferrabile. Fantasmi in bilico sulle esistenze.

Non aveva mai capito l’intima alchimia delle fragranze, il loro potere di far affiorare reminiscenze e suggestioni, ricordi veri e falsi mischiati insieme come sogni di vite mai vissute.

Il suo più grande limite immaginativo era dato dall’impossibilità di assegnare nomi a quegli aromi liminali, come se la loro inclassificabilità, l’assenza di una componente visiva che ne imbrigliasse la definizione – le parole, si sa, aderiscono meglio alle forme – li rendesse sfuggenti anche alla memoria.

Erano infatti le parole, nella sua mente burocratica, a fissare i ricordi, e non viceversa.

Ecco perché gli era stato così facile modellare l’amante: tutto, nel corpo di Katia, era fatto di parole che rimandavano a forme. A immagini.

Tutto tranne il suo odore.

Eppure a un profumo bastava così poco per soverchiare la parola, quasi che l’olfatto precedesse il linguaggio: l’odore stava lì, annidato nell’avamposto dell’inconscio, in attesa di una nuova folata che ne riattivasse la memoria, facendo scaturire un’esplosione d’immagini e sensazioni nette, seppur inconciliabili col lessico, destinate a durare il tempo di persistenza dell’effluvio, prima di svanire di nuovo nell’oblio dell’innominatezza.

Come entità sospese fra i mondi.

Ciò fu esattamente quel che accadde al ragioniere, non appena varcata la soglia, ma con una sola, sostanziale differenza: il profumo tanto famigliare apparteneva a una donna mai incontrata.

Possibile che la sua fantasia fosse così fervida?

Ceranesi richiuse la porta e restò nel buio del vestibolo.

Tutto si sarebbe svolto come in un rito: prima avrebbe attivato l’interruttore generale nel quadro accanto all’ingresso, poi avrebbe aperto le due valvole dell’acqua situate nella nicchia di fianco al lavabo della cucina, appena dietro al pannello a incastro da cui pendevano le presine, in seguito avrebbe svuotato la vescica, stremata dal viaggio, poi sarebbe sceso alla solita pizzeria d’asporto per ordinare una margherita già tagliata, da divorare a casa, senza nemmeno bere.

Infine si sarebbe spogliato e infilato nudo nel grande letto matrimoniale del reparto notte.

La nudità non implicava alcuna pratica autoerotica: il ragionier Ceranesi tornava dalla moglie sempre illibato.

O almeno: il suo corpo non aveva mai, in quei nove anni, provato amplessi.

Tutto avveniva nella mente.

Lui e Katia facevano l’amore, sì, ma il loro Amore era collocato in un luogo che non contemplava l’uso del corpo e della sessualità, dato che l’incontro si consumava oltre la materia, rendendo la carne inutilizzabile.

Anche l’appartamento era quasi completamente inutilizzato.

Nell’arco di un decennio, infatti, il Ceranesi non aveva mai usufruito di un solo elettrodomestico della cucina-soggiorno.

Il frigorifero, il forno, la tv, erano ancora scollegati dalle prese elettriche; il tavolo da pranzo era coperto dalla stessa tovaglia celeste decorata con stampe a conchiglie e leudi con cui l’aveva trovato il giorno del suo ingresso nella casa; i cassetti delle dispense non avevano mai visto la luce; le posate non avevano mai varcato la sua bocca.

Alcune aree della dimora, poi, non erano state nemmeno mai visitate dal ragioniere: il balcone, ad esempio – che a detta dell’agenzia doveva garantire una “vista mozzafiato” – era da sempre celato al di là dell’avvolgibile (chissà se funzionava ancora, quell’avvolgibile).

Oppure la camera dei bambini.

Ceranesi si era sempre rifiutato di metter piede nella seconda zona notte: sapeva solo che lì c’erano due letti singoli per “eventuali figli futuri”.

«Figli futuri…» ripeté sbuffando di nuovo «…a cinquant’anni? Puah!»

Serie: IL PROFUMO


Avete messo Mi Piace7 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Un desiderio sprofondato in una fuga dalla realtà, ma vera. Eh sì, il ragioniere ha il suo magico momento tradendo senza tradire, facendo l’amore senza amplessi, sognando senza fastidiosi risvegli abitudinari. Morto alla sua stessa fantasia: dal nuovo profumo, almeno così la leggo io, si evidenzia la stanchezza della nuova abitudine, piena di sensi di colpa.
    Bellissimo racconto.

    1. Ciao Nino! Grazie mille per la lettura e per il bellissimo commento🙏🏻 Sono contento che questo racconto si presti a tante interpretazioni, l’ho scritto apposta😊 Nella mia idea originaria voleva essere una storia sull’immaginazione, sulla salvezza che dona e sui rischi che bisogna accettare nell’aprire porte su altri mondi, perché noi stessi potremmo essere la fantasia di qualcun altro.

  2. “Ceranesi dunque utilizzò il suo, così innocuo, per ritagliarsi una parvenza di vita; quella vita che non aveva mai saputo vivere.”
    Ciao, un angolo tutto suo, dove si cercava e trovava, lontano dal caos quotidiano. Bello. Un evadere necessario per sopravvivere.

    1. 🙂 E pensa che l’appartamento esiste davvero! Un vecchio appartamento che la mia famiglia ha usato pochissimo. Ho scritto proprio lì questa storia, dopo che una serie di eventi mi ha spinto a tornare periodicamente a Chiavari, durante quest’ultimo anno.

  3. È davvero avvolgente questo racconto, se vogliamo molto malinconico. Il tuo stile sempre carico di ironia cerca di sviare l’attenzione del lettore dalla realtà vera del protagonista, fingendo una realtà migliore e immaginaria. Veramente però, si respira tutto il ‘profumo’ della muffa di un’esistenza che sembra quasi buttata via. Mi ha colpito particolarmente l’immagine della suola che si appiccica alla moschicida. Poi, alla fine, ci dai un indizio che sembra presagire qualcosa, quel profumo che entra nelle narici. Si può evocare un profumo? Certo che si può. Forse il nostro ragioniere riesce a lasciarsi andare. Bravo

  4. Mi piace tanto l’ironia che pervade l’intero racconto, questo ragioniere chiaramente fantozziano che nasconde alla sua “Pina” questo peccaminoso eppure fisicamente virgineo e vergine acquisto.
    Il tuo stile con me vince facile.

  5. L’aver nascosto alla moglie l’esistenza di un appartamento al mare per nove anni, senza averlo mai praticamente usato, non è da tutti!
    Mi incuriosisce davvero sapere come va a finire questa storia e, pertanto, mi fiondo sull’ultima parte!