Il pudore

“Lui e Nadia non sono mai andati molto d’accordo. Per questo ha sentito così tanto il bisogno di starle vicino fino alla fine”. 

Questo devono aver pensato tutti, riguardo a me e agli ultimi giorni di vita di Dada, come ero solito chiamarla quando eravamo piccoli. Non che avessero completamente torto.

Seduto la sera sulla poltrona in simil pelle nella sala di casa sua, con lei invece sdraiata di fronte a me ad occupare la quasi totalità del divano, nel tentativo di recuperare in una manciata di mesi gli anni che avevamo passato ad ignorarci pur vivendo praticamente nella stessa città, non sapendo mai esattamente come non fare spegnere del tutto una conversazione già agonizzante, con una solerzia mai sperimentata prima mi precipitavo nella sua stanza ogni volta che aveva bisogno di qualche cosa dimenticata lì dentro.

È lì che l’ho notata, l’occhio allenato a dispetto delle apparenze, sul comodino affianco al letto. Una scatolina bianca con una banda verde e una grigia. L’ho aperta, ho strappato lungo il tratteggio pregando che lei non si accorgesse di quel rumore di alluminio deformato e ho infilato il tutto in tasca. Poi sono tornato in sala come niente fosse, con in mano il caricabatterie che mi aveva chiesto.

Ho continuato sino alla fine, arrivata in un pomeriggio di febbraio insolitamente caldo, quando non avevo saputo dire se le lacrime che stavo versando fossero dovute maggiormente alla sua irrimediabile perdita o alla definitiva presa di coscienza dell’uomo di merda che sono diventato.

In piedi di fronte al leggio della Chiesa il giorno del suo funerale, pronunciando con mandibole indolenzite le parole scritte per lei la sera prima, compiacendomi meschinamente per i singhiozzi che queste provocavano, strafatto come l’improbabile, cazzo di tossico che altro non sono, constatavo con una certa soddisfazione che non ci sia niente come una bottarella di coca al momento giusto per mascherare gli effetti di fine corsa dell’ultima compressa di Fentanil rubata dalle scorte di mia sorella.

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Discussioni

  1. Difficile passare per un testo come il tuo e scivolare via verso la prossima lettura. Inchiodata alle parole per cui non ci sono aggettivi spendibili che rischierebbero solamente di catalogarle. Invece è meglio lasciarle libere, così che possano sprigionare la vergogna del gesto di colui che non si redime, soffocato dalla sua dipendenza. Bello, bellissimo ed estremamente difficile. Originale così tanto che pensi che lo avresti voluto scrivere tu. Invece, per saper dire certe cose, bisogna esserci dentro. Complimenti Roberto

  2. Ciao Roberto. L’ho letto quattro volte prima di decidermi a lasciare una traccia del mio passaggio. Sì, penso che sia giusto farlo, sarebbe bello se la maggioranza di chi ci legge lo facesse, anche se talvolta le parole fanno fatica a formarsi nella mente prima che nella tastiera. E’ un racconto che non può lasciare indifferenti, ti colpisce proprio lì, sullo sterno, lasciandoti a più riprese senza fiato. Coraggioso, coraggiosissimo, crudele, amaro. E bello, spietatamente bello. E scritto con grande maestria. Bravo, davvero bravo.

    1. Grazie Nyam, le tue parole riescono egregiamente ad appagare la componente innegabilmente narcisistica di me che fatico a tenere a bada quando leggo un commento come il tuo.

  3. Mi ha colpito l’eleganza e l’originalità del testo, un certo grado di verità messo a disposizione di una narrativa lineare e asciutti. Tra Hubert Selby Jr. e Rachel Cusk, per una volta sono colpito dalla voce elegantemente autolesionista del narratore, che spero vorrà aprirci altri petali di questo fiore nero che sembra racchiudere al suo interno dei germi di speranza.

    1. Ci sono parole che meritano un cenno rapido e cortese come il saluto di circostanza ricevuto da un superiore. Altre, quelle che fanno male, che meriterebbero un’indifferenza impossibile da manifestare. Talaltre, infine, che richiedono imperativamente una risposta che scivoli come fiato fra un dente e l’altro
      Poi ci sono le tue, che non possono che essere assaporate il più a lungo possibile prima di essere assimilate e riposte controvoglia in una busta ruvida al tatto e calda alla vista, con la consolazione però di poterle andare a riguardare di quando in quando. Grazie