Il punto di non ritorno

Serie: All'Isola del Tesoro


Il piccolo Desto amava i fuochi d’artificio.

Adumavano l’incandescenza di un fuoco di piroette colorate nel giro dello scoppio, suonava come il colpo di un cannone.

Gli batteva fortissimo il cuore annodato alle mani della mamma sul terrazzo, dove da pietra a pietra fino al porto esplodeva la mezzanotte del capodanno e il suo papà, finalmente a casa, gli aveva raccontato delle giostre in mare aperto sotto cieli di tempesta, delle battaglie eroiche vinte a suon di schiaffi e fuochi d’artificio sparati all’ultimo secondo.

Gli parlò anche di un grande tesoro, ma in un modo talmente fitto -quando si dice una cosa per intenderne un’altra di valore infinitamente più grande, senza che nessuno se ne accorga- che ne svelò il mistero solo molto tempo più tardi.

*

“Questi cani rognosi battono i colori dell’avidità del denaro, signori miei; sua maestà crede di avere la precedenza nel Mare al di là del Mare: nessuno gli ha mollato un ceffone quand’era ora di farlo! Magari andiamo noi a dargliene un paio, che ne dite?”

Saltarono al colmo dello schiamazzo da una nave all’altra a cavallo di fuochi d’artificio, finendo in mezzo a cime, sul ponte, fra le vele -il signor Barile, quella volta, spezzò in due l’albero maestro.

Ci furono spade puntate alla gola, infine, e sensi di colpa contrari quando si ammutinarono tutti contro il Barone.

“Parlè?” si azzardò a biascicare quello, che se ne approfittò del guizzo confuso degli sguardi loro per farsi ombra fra le ombre e sparirgli da sotto agli occhi.

*

L’isola di Faar era conosciuta con un sacco di nomi. Compariva seguendo i disegni di una ragione che c’è negata di capire, su qualsiasi mare fosse necessario, ed era un labirinto di foreste che appaiono e scompaiono nei vetri della luce che si frange soprannaturale sulle onde. Nel cercare il tesoro si persero qualche decina di volte; al fondo della giungla le scimmie gli rubarono tutto quello di cui s’erano riempiti le tasche.

Rischiarono di cadere in un pozzo senza fondo, uscirono poi di nuovo in spiaggia col groviglio alle budella di chi ha sbagliato strada: mezzo sepolto dalla sabbia stava, ai piedi del guercio, un doblone rosso d’oro purissimo.

Girandoselo a testa o croce, nel taglio vide incisa tutta una serie di coordinate, e nel cadere l’occhio all’orizzonte, fu a tutti chiaro l’avvicinarsi di una nave.

Ne era prologo di straordarie meraviglie la polena di un angelo dalle trame d’oro in tensioni di luce tutto intorno. Si allungava in forme fantastiche fino a poppa, circondata di corde di vela in vela; dai quattro alberi si andavano legando festoni, lanterne accese e lo stendardo leggendario della bandiera bianca a teschio nero ch’è concessa solo ai Corsari del Re.

Erano passati anni, ma Desto se n’era accorto solo adesso, e pianse.

“Amico mio” gli disse sbarcando Capitan José Maria de’ Nicefòri, insieme a Longanime e Lenti Storte.

“Siamo venuti a prendervi, abbiamo ancora un tratto di mare da fare insieme”

“Dove dobbiamo andare?”

Nel biancore che cominciava ad alzarsi in cielo ad annunciare il sole nascente, Desto cominciava a capire.

“Vi porto a conoscere il Re dei Pirati.”

-Fine-

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