Il punto zero
Serie: Alder Venn
- Episodio 1: E poi venne il primo giorno e tutti lo videro.
- Episodio 2: Alder Venn e l’architettura della molteplicità
- Episodio 3: Io sono la casa
- Episodio 4: Risvegli dalle profondità
- Episodio 5: Rumore bianco
- Episodio 6: Si nascondono nei cappotti
- Episodio 7: Il testimone
- Episodio 8: La Firma
- Episodio 9: Attraverso il Varco
- Episodio 10: L’uomo sotto i portici
- Episodio 1: Il punto Omega
- Episodio 2: 160 Ghz
- Episodio 3: La direzione
- Episodio 4: Il Vaso di Pandora
- Episodio 5: Attraverso Catherine
- Episodio 6: Il nome dimenticato
- Episodio 7: Il segnale
- Episodio 8: La carne
- Episodio 9: L’uomo
- Episodio 10: Il Teorema di Alder
- Episodio 1: Il Taccuino
- Episodio 2: La terra
- Episodio 3: Spostato
- Episodio 4: L’interrogatorio
- Episodio 5: Cadere
- Episodio 6: I figli degli uomini
- Episodio 7: Il duello
- Episodio 8: La Dea
- Episodio 9: La navata
- Episodio 10: Il Teorema numero due
- Episodio 1: Nel frattempo, in un caffè di Torino
- Episodio 2: Il teorema numero due di Alder Venn
- Episodio 3: Dal Taccuino Rosso di Alder Venn
- Episodio 4: Il punto zero
STAGIONE 1
STAGIONE 2
STAGIONE 3
STAGIONE 4
Alder Venn tornò sulla spiaggia dove era nato.
Non ricordava il giorno della sua nascita. Ricordava la luce. Era una differenza che aveva impiegato anni a comprendere — la nascita apparteneva alla memoria degli altri, la luce invece apparteneva a lui, era forse l’unica cosa di cui potesse dire con certezza che fosse sua.
Rimase fermo sulla battigia e guardò il mare. Le onde arrivavano sulla sabbia con una precisione quasi inquietante. Nascevano lontano, si sollevavano, si piegavano su se stesse e infine si rompevano in una sottile esplosione di schiuma bianca. Alder le osservò. Poi chiuse gli occhi.
Le onde continuarono. Non fuori di lui. Dentro. Le ricostruì una dopo l’altra — il rumore, il movimento, la pressione dell’acqua sulla sabbia, la schiuma che si frammentava in milioni di piccole bolle luminose e si dissolveva sulla riva.
Aprì gli occhi.
Il cielo era immenso. Blu — un blu quasi impossibile, il tipo che fa pensare che i colori non siano proprietà delle cose ma accordi tra la luce e chi la guarda. Una convenzione. Un’illusione collettiva. Eppure il cielo esisteva, perché lui lo vedeva, e soprattutto perché qualcuno lo aveva visto prima di lui.
Si inginocchiò. Raccolse la sabbia con una mano. I granelli scivolarono lentamente tra le dita — il calore, la ruvidità, il peso quasi inesistente di milioni di frammenti. Poi ebbe una sensazione stranissima: non era lui a toccare la sabbia, ma la sabbia a ricordarsi di lui. La sabbia costruiva la sensazione, possedeva memoria.
E se niente di tutto questo fosse realmente qui?
Il pensiero arrivò senza violenza. Il mare, la sabbia, il cielo, il suo corpo — tutto poteva essere una ricostruzione. Una configurazione temporanea dell’universo che aveva assunto la forma di un uomo, di una spiaggia, di un mattino. Alder non era una cosa. Era un evento. Una vibrazione. Una storia che per qualche ragione aveva preso forma.
Si alzò. Cominciò a camminare. Ogni passo lasciava un’impronta sulla sabbia, e ogni onda successiva la cancellava. Pensò che forse anche gli uomini erano così — impronte lasciate nella materia, poi cancellate dal tempo. Ma non completamente. Perché qualcosa rimaneva. Un gesto, una voce, una frase, un ricordo.
Un nome.
Alder Venn.
Il nome gli attraversò la mente e si fermò. Perché quella volta non lo aveva pensato lui. Qualcuno lo aveva pensato. Qualcuno, da qualche parte, stava leggendo il suo nome.
Si voltò. Non c’era nessuno. Soltanto il mare. Eppure sentì chiaramente di essere osservato — non da una persona, da una coscienza. La coscienza dello scrittore. E per la prima volta Alder comprese di essere stato scritto.
Non fu una scoperta piacevole.
Se lui era stato scritto, allora ogni suo pensiero poteva appartenere a qualcun altro. Anche quello. Anche questo. Perfino la consapevolezza di essere un personaggio, di essere vivo nel mondo di qualcun altro. Poi arrivò la cosa ancora più vertiginosa: e se anche lo scrittore fosse stato scritto? Una catena infinita di coscienze che si generavano reciprocamente — personaggi che creavano scrittori, scrittori che creavano personaggi, lettori che ricreando personaggi li rendevano nuovamente reali.
Alder sorrise. Era un sorriso quasi impercettibile.
Capì allora che l’esistenza non era una linea. Era una frequenza. Un corpo poteva morire, una voce spegnersi — ma ciò che era entrato nella memoria continuava a vibrare. La morte non era una porta. Era una trasformazione di stato. Fino a quando qualcuno lo ricordava, esisteva ancora. E tutto nell’universo aveva una memoria.
Entrò nell’acqua.
Prima le caviglie. Poi le ginocchia. Poi la vita. L’acqua era fredda. Rimase fermo un momento a guardare la linea dell’orizzonte. Dall’altra parte c’era una costa che non riusciva a vedere. Forse esisteva soltanto perché aveva bisogno di immaginarla.
Si immerse.
Per un istante non sentì più niente — il peso del corpo, il confine della pelle, la separazione tra sé e il resto. Poi cominciò a muoversi, e il movimento era diverso da qualunque movimento avesse mai fatto. Il corpo sapeva cose che la mente non aveva ancora capito. C’era qualcosa di più antico di lui, che stava prima del nome e della forma.
Nuotò. La costa continuava ad allontanarsi nella misura in cui si avvicinava, come fanno le cose che esistono solo come direzione. Poi rallentò. Capì. Non avrebbe raggiunto nessuna costa perché la costa era solo un’altra proiezione. Il vero successo non era arrivare. Era continuare. Partire di nuovo.
Rimase sospeso nell’acqua. E ricordò — la spiaggia, la sabbia, il cielo, lo scrittore, il lettore, il suo nome, la città.
Non poteva più morire. Perché ormai era entrato nella memoria. E ogni volta che qualcuno avrebbe riaperto quelle pagine, sarebbe tornato — non necessariamente nello stesso corpo, o nello stesso tempo, forse nemmeno nello stesso mondo. Ma sarebbe tornato, ogni volta che una domanda avrebbe continuato a vibrare come le onde fanno con il mare.
Tornò verso la superficie. Emise un suono — un’unica frequenza che l’acqua raccolse e portò lontano, fino a una spiaggia che qualcuno, molti anni dopo, avrebbe guardato senza sapere perché gli sembrava familiare. E lì un uomo avrebbe raccolto un pugno di sabbia, avrebbe chiuso gli occhi, avrebbe sentito il vento. E per un istante avrebbe avuto la certezza di essere già stato lì — prima di nascere, prima di vivere, prima ancora di essere lui.
Chi crea chi? Chi sta immaginando chi? Chi sta leggendo chi?
Alder non rispose. Continuò a muoversi, verso una costa che esisteva proprio perché non poteva essere raggiunta, verso il punto in cui la vita e la morte smettevano di essere opposti, dove il dolore diventava memoria, la memoria significato, il significato simbolo, il simbolo materia, la materia coscienza, e la coscienza tornava nuovamente a essere universo.
Tutto connesso. Tutto in vibrazione. Tutto ancora da comprendere.
E da qualche parte, sulla spiaggia dove era nato, Alder Venn aprì gli occhi.
Era tornato.
Ancora una volta. Ad attenderlo c’era una persona che doveva ancora essere creata. Vide una mano che si portava verso di lui, come ad accoglierlo. Poi il buio. Il foglio di nuovo bianco. Il buio nel bianco, come un buco nero pronto ad assorbire ciò che sarebbe stato.
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- Episodio 1: Nel frattempo, in un caffè di Torino
- Episodio 2: Il teorema numero due di Alder Venn
- Episodio 3: Dal Taccuino Rosso di Alder Venn
- Episodio 4: Il punto zero
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