Il racconto di Gwaldir e di come tornò a casa – III & IV

Serie: Il racconto di Gwaldir e di come tornò a casa

III.

Gli aveva raccontato la storia del folle, che aveva rubato di notte i segreti della poesia alle luci ambrate del mattino, e venne trascinato dall’altra parte del mondo. Disse che era un Trovatore delle isole a sud del continente, dove il sole brucia la pelle e racconta storie di sabbia e polvere, che una sera la luna chiamò a sé una marea furiosa.

Dalla burrasca sugli scogli gli apparve una sirena: cantava di un abisso cieco e sordo, se ne lamentava con la lirica stregata, perché non ascoltava le sue poesie e non godeva della sua bellezza.

Trasecolò e ne volle baciare gli occhi di smeraldo, ma lei batté la coda e tornò in mare. Dai flutti parve brillare uno scintillio lontano: passò la notte a cercarla in mare, in quegli abissi senza fine che riempiono l’oceano, ma non la trovò e pianse.

Il trovatore fece un patto con gli dèi del mare: che gli restituissero la sirena in cambio di eterna devozione. La creatura apparve e gli dèi, in cambio, si presero l’anima dell’uomo. Vissero in attesa dell’amore, e quando questi gli spiegò che la natura non concede agli uomini certi tipi di desideri, lei si tolse la vita e venne catturata per sempre dalle onde.

Il folle pianse di collina in foresta, temendo il mare e i suoi numi, e si rifugiò sulla montagna più alta del mondo dove, all’interno di una roccia, scrisse il segreto del tormento prima di morire.

Il re, che aveva mandato un drappello di guerrieri alla ricerca della roccia, ne aveva scovato i suoi tesori: nel cuore della pietra v’era scritto soltanto un nome.

I suoi maghi avevano letto, e non avevano capito. Essendo destinato alla prigionia, al Duatha venne offerta la libertà in cambio della risposta, ma fu un tentativo vano perché i segreti delle parole nascondono abissi di potere e tormento, e Gwaldir non volle parlare. Era una roccia nera, e subito ebbe premura di partire, di cercare il centro di quel nome, la radice della foresta intera, perché era il nome del suo tormento.

Riuscì a fuggire aiutato da una donna dai lunghi capelli color del fumo, e della quale s’era piano piano innamorato perché se ne prendeva cura durante il suo soggiorno in cella; ma non riuscì più a rivederla, perché le notizie corsero in fretta e in men che non si dica le tolsero la vita.

Gwaldir fuggì, e perse la ragione.

IV.

Si ripeteva spesso il proprio nome affinché non dimenticasse, e quando divenne un peso troppo grande se ne liberò. Aveva smesso di parlare coi boschi perché lo imploravano di cercare, contagiati dallo stesso morbo: quel nome che un folle aveva scritto sopra un sasso secoli prima. Certe nuvole che passavano di là lo raccolsero e bevvero lo spirito delle acque giacché, quando scese la sera coi suoi venti e la notte col suo buio, il cielo gl’indicò la strada coi fulmini.

Smarrì le pergamene che portava con sé, perché errava e pensava alla perdizione come l’ultima frontiera della libertà. Quella sera venne posseduto dai diavoli della nostalgia: gli dicevano col solletico nei pensieri che era un codardo, che il coraggio l’aveva lasciato alla sua amata tra le mura del castello, e la pazzia gli consigliò di tornare sui suoi passi verso casa, dove le nebbie gli avrebbero restituito l’anima tra le selve e i corsi d’acqua. Confessò ch’era scappato per sentire la mancanza della sua vita precedente, per diventare umano e ritornare divino e infelice alla sua patria.

La rivedeva in sogno, perché ormai fantasticava solo di essa e la pensava con adorazione ma, quando vogò verso di essa, nessuna nebbia fu lì ad aspettarlo, e nessuna terra. Pianse perché l’aveva persa per sempre, ignaro di quelle leggi che regolano la ruota della saggezza, e sentì il cuore frantumarglisi in petto.

Vagava nel chiaroscuro di una foresta senza nome quando un albero, il più vecchio e forte, s’accorse di lui. L’antico ne ebbe pietà: aveva conosciuto la sua razza prima, e da essa era stato benedetto quando ancora erano i giardinieri della terra.

Gwaldir ne sentì la voce dai rami, venne trascinato come un fanciullo in sonno. L’antico lo accolse tra le rughe delle sue cortecce, gli fece posto aprendosi larghe ferite e il Duatha trovò conforto nel sapore della resina, nel profumo delle foglie e della terra bagnata.

L’Antico gli narrò i segreti proibiti della sua razza, che era corrotta da quando le maree s’erano alzate per inghiottire il mondo, e che la loro vita non era altro che un sogno più lungo di quello degli uomini; che i loro tormenti erano differenti e che si avvicinavano al divino solo nelle ore giovani della sera, quando venivano rapiti e morivano secoli appresso. Parlarono e mutarono le stagioni: le due voci divennero una soltanto, le ossa gli si tramutarono in legno, perché il rituale era compiuto e l’elfo dimenticò la fatica, la noia e la paura.

Giunsero gli uomini in quella foresta, ed abbatterono gli alberi. Ne trovarono uno che s’allungava coi rami verso il cielo, e quando tirava il vento qualcuno sentiva certe parole uscire dalle radici. Gli Osservatori ne ebbero cura, gli costruirono un tempio intorno e presero ad adorarlo.

Cadde l’impero e la gente lo abbandonò: smisero di pregare e scapparono parlando della paura e della guerra. Rimase da solo, e tornarono i suoi fratelli tra le brecce nel terreno: crebbe una nuova foresta rigogliosa, si mossero le acque e scoppiarono terremoti come alle prime luci del cosmo. Il volto del mondo fu sfregiato per sempre: il bosco divenne isola e scesero le nebbie della lupa attorno ad essa. Fu in tal modo che Gwaldir, sognando nelle vecchie ossa di un albero, morì e fece ritorno a casa.

Serie: Il racconto di Gwaldir e di come tornò a casa
  • Episodio 1: Il racconto di Gwaldir e di come tornò a casa – I & II
  • Episodio 2: Il racconto di Gwaldir e di come tornò a casa – III & IV
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    Discussioni

    1. Questi due mini capitoli li ho trovati davvero superbi! Una malinconia aleggia fin dal principio della storia e qua diventa prepotente, travolgente. Ma il finale regala un nuovo equilibrio nella mente del lettore, mentre tra radici e terra osserva quella nebbia che sa di casa. Molto bravo.

      1. Trovo nelle tue parole sempre molta gentilezza per questi miei modesti scritti: ti ringrazio.
        Apprezzo sempre molto l’occhio lungo di chi sa leggere la storia dietro la storia.