Il ragazzo di Sabri

Serie: Cuori Solitari


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Sempre vuol dire... mai

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«Il ragazzo della mia amica era un tipo da stargli alla larga. Il suo viso d’angelo non passava inosservato né, tantomeno, i pettorali scolpiti e le natiche da stallone, sode come il marmo. Ma quello che stonava di più era la sua spiccata intelligenza, tanto inusuale per il maschio medio: teneva sotto controllo gli ormoni almeno quanto sconvolgeva quelli delle povere malcapitate. Eppure, quando servivano, ne tirava fuori a vagonate.

Si diceva di lui che fosse un vero bastardo: questo, a dispetto dei discorsi di facciata, lo rendeva un vero mito tra il popolo femminile. Dal primo istante, la sua presunzione di sapersi irresistibile mi ha intorbidito l’anima.

E pensare che quella mattina l’avevo messa in guardia:

– Sabri, non mi piace la tua espressione.

– Mamma mia… ma non è uno schianto?

– Sabri, mi ascolti? Lo sai che reputazione si porta dietro. Ti farà impazzire, per poi scaricarti alla prima occasione.

– E tu lasciami impazzire.

So che non mi crederete, eppure quel diavolo deve avermi letto le labbra: non avevo finito di parlare che già stava in mezzo a noi. Gli bastarono cinque minuti per trasformare la mia amica in una raccapricciante marionetta: ma con me se lo poteva scordare. Fu sufficiente il mio sguardo sprezzante per fargli capire di che pasta sono… non una Barbie qualunque. Eppure, la soddisfazione durò un solo istante, oscurata dal preoccupante presagio che già mi attanagliava l’anima: avrei perso la mia amica.

Lui mi squadrò e comprese. Lo vidi nei suoi occhi che di colpo cambiarono espressione, passando dal gioco divertito di un gatto con una topolina a quello rabbioso del leone davanti alla domatrice. E, allo stesso tempo, della belva che finalmente poteva ruggire.

Sabri scomparve dall’oggi al domani. Quando la chiamavo, stava con lui o aveva un impegno con lui. Del resto, nell’improbabile caso che fosse stata libera mi avrebbe comunque parlato di lui. La nostra amicizia affondava le radici nell’infanzia e non c’era nulla di quella storia che non mi si parasse già davanti agli occhi… lei era una brava ragazza, troppo ingenua per una tipo del genere. E a ben guardare, quel balordo mi aveva posto di fronte a un aut-aut: un ricatto a cui io no, non potevo sottostare. Evitai allora di imbarcarmi in una battaglia persa dove Sabri sarebbe stata l’ostaggio, e mi defilai portando con me una dolorosa scheggia nel cuore.

Ma certi uomini hanno una fame insaziabile. Non gli bastò manovrarla e spolparla come un osso… un pomeriggio me lo trovai dietro, mentre facevo la mia corsa giornaliera. Usavo andare nella periferia, dove gli ampi spazi consentivano di muoversi tranquilli attorno al cinema multisala. Quante volte succedeva di sorridere tra me, scorgendo dei movimenti fin troppo riconoscibili nelle auto appartate sulle piazzole di sosta dell’enorme parcheggio.

Lui mi affiancò, mettendosi al mio passo:

– Ciao. Che coincidenza!

– Certo! Proprio un caso fortunato … che ti serve?

– Chi ti ha detto che cerco qualcosa?

– Allora gira al largo.

Accelerai distanziandolo, e la cosa mi regalò una soddisfazione tutta femminile.

Ma quello mi venne dietro.

– Va bene, lo confesso: voglio parlarti.

– Non significa che lo voglia anch’io.

– Ho visto come mi guardi.

– Meglio se ti fai una bella visita dall’oculista.

Passavamo in quell’istante in un punto appartato, la zona più lontana dalla strada trafficata. Lui si parò di colpo davanti e, con tutto il peso del corpo, mi spinse dietro una siepe. Aveva una tuta elasticizzata che mostrava praticamente tutto: quel tutto che lui non faceva niente per nascondere.

– A chi vuoi darla a bere? Tu sbavi per me, l’ho sentito dal primo momento: ammettilo.

Non feci in tempo a replicare che la sua mano prese la mia e la ficcò tra le sue gambe. La teneva in modo da forzarla a stringere: e io toccai quello che più di tutto mi sembrò essere il suo cuore pulsante. Un cuore che, con forza, batteva per me. Ebbi un sussulto violento, inaspettato mentre lui, preso da una smania ferina, accorciava le distanze fino ad annullarle. Somigliava a un leone selvaggio… un essere pieno di sé, prepotente e arrogante. Ma non gli mancava il coraggio e questo, lo dovetti confessare a me stessa, mi sorprese come nient’altro prima: la ragazza esemplare, che si faceva un vanto di saper controllare le proprie emozioni arrivando perfino ad affermare di non possedere il pesante fardello del corpo, ebbe un attimo di esitazione.

Quell’uomo era capace di questo.

Mi bastò però qualche secondo per riprendere il controllo e scostarlo con forza. Lui rimase con la bocca semiaperta, uno sbuffo di saliva che gli usciva dal labbro inferiore, come le iene che sbavano dopo aver sferrato il primo attacco.

– Piuttosto che tradire Sabrina entro in convento. E ricordalo bene, se non ci saranno conseguenze sarà solo per non far soffrire lei. Sparisci!

Mi guardò sconvolto. Mentre i suoi occhi affogavano in un’ombra di odio e frustrazione, urlò:

– Te ne pentirai, stupida ragazza!

L’avevo ferito a morte: lo sapeva lui, lo sapevo io. Il suo insulto finale non fece che darmi la certezza assoluta di una vittoria schiacciante.

Quella fu l’ultima volta che gli parlai, Commissario.»

«Sì, Giulia, abbiamo le immagini davanti al cinema. E l’ultima lettera di Sabrina…»

«Non capisco, la lettera che valore ha? Quel vigliacco le ha raccontato una marea di menzogne… per questo lei mi ha scritto quelle parole: eppure, prima di leggere l’ultima, già l’avevo perdonata. Ho provato a chiamarla subito per spiegare, per dirle che no, le cose stavano diversamente, ma era già troppo tardi… perché quell’assurdo gesto? Perché buttare la vita così?»

«Ci dispiace nel più profondo per tutto quello che è accaduto. Ne abbiamo viste tante nella nostra carriera; questa, però, ci ha toccato dentro. Una giovane che ci lascia così e un altro che…»

Sì bloccò, confidando in una reazione involontaria.

«Vi ho detto come sono andate le cose: non ho alcuna colpa. Sabrina meritava qualcuno che la amasse… tutto, tranne una fine così.»

Il commissario sospirò, poi dette un’occhiata sconsolata al suo assistente. Entrambi avevano delle figlie poco più giovani della ragazza che stava di fronte a loro. E stavolta la tragedia era troppo grande da digerire, anche per due mastini da strada com’erano loro, vent’anni alla Omicidi e una serie di arresti da far impallidire il Tenente Colombo.

Poggiò una mano sulla spalla di Giulia, seduta a testa bassa in quella stanza che già somigliava a una cella.

«Ma certo, Giulia, certo… non l’hai ucciso tu.»

Serie: Cuori Solitari


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Discussioni

  1. Leggo che la serie finisce qui e in un certo senso per me ha una logica: l’estremizzazione del cuore solitario. La lasci nel dubbio con bravura, pero’ “quella stanza somigliava già a una cella. ‘Ma certo Giulia… certo, non l’hai uccisa tu’ “.

    1. Sì, Francesco. Ho voluto dar modo ai lettori di lavorarci un pò su. In definitiva, che non fosse immediato.
      Ma come ben evidenzi tu, in quella frase c’è scritto molto. Se non tutto.

      E ti sei guadagnato, anche tu, l’ambito titolo di “Cuore Solitario”.

  2. … Per uno che non ama i finali a sorpresa…
    Complimenti Robért de Sablé. Questo è notevole. Non solo scritto sapientemente e con proprietà, ma anche accuratamente pensato per costringere il lettore a rileggere più volte per dare una risposta alla domanda finale, ovviamente senza riuscirci.

    1. Sono davvero soddisfatto per questo tuo commento. Mi permette di avere una visione dal punto di vista di un ottimo lettore e contemporaneamente mi spinge a fare il punto su alcuni meccanismi che utilizzo nella scrittura.
      Confermo, non amo il colpo di scena finale. Per una fortuita coincidenza proprio ieri mi complimentavo con due nostri colleghi, @rosarosa e @mattia_schifaudo che, nei loro ultimi testi pubblicati, mi hanno stupito con il finale che non ho comunque considerato trattarsi di un colpo di scena, bensì una evoluzione della trama. Ecco spero di riuscire a spiegare ual è il mio concetto, forse non perfetto, però in sostanza trovo che ci sia differenza tra un qualcosa che “esplode” e altro che invece di colpo “lascia vedere”.

      Detto in modo differente, non amo stupire ma scrivere, senza nulla togliere a chi sa anche costruire dei finali davvero pirotecnici.

      Per quanto riguarda la domanda finale, premesso che prima di scrivere quello che sto per scrivere ho dovuto cercare come si chiama la figura retorica relativa, molto si nasconde nell’ultima frase che, scopro oggi, si definisce tecnicamente “antifrasi”.

      Grazie di cuore del tuo passaggio: se non ti dispiace, nominerei anche te “Cuore Solitario”.
      Benvenuto nel club, peraltro descritto in uno degli episodi (che porta il titolo della serie).