Il raglio della fiducia

Serie: A piedi controcorrente - Cronache semiserie di un fuggitivo pandemico -


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Daniele, stanco e zoppicante, cerca disperatamente un posto dove dormire tra telefonate, Oki, bastoni e una strada che sembra non portare da nessuna parte. Proprio quando tutto sembra bloccarsi nella fatica, appare Sophie con Juan, e l’episodio cambia improvvisamente aria.

L’asino ragliò e Sophie smise di parlare. Almeno con me.

Mi guardò, sorrise, poi si girò verso l’animale, lo grattò sul muso, inclinò la testa e disse:

«Hai ragione Juan, ma non ti preoccupare, Daniele non è cattivo. Anche io ho fatto finta di non sapere l’italiano, no?»

Poi si girò verso di me e disse:

«Vero che non sei cattivo?»

Sorrise nuovamente, poi allungò la mano verso il mio viso, l’appoggiò al mento e mi chiuse la bocca.

«Ti sorprendi facilmente, eh?»

Afferrò la corda che Juan aveva legata al collo, si guardò intorno e disse:

«Che facciamo? Juan è stanco e anche io. Qui mi sembra perfetto per fermarsi a fare una pausa.»

Si fermò per qualche istante, si sciolse i capelli, poi si girò verso di me. Gli occhi nocciola socchiusi, sorrisino e continuò:

«No?»

Restai in silenzio. Riuscivo solo a guardarla negli occhi.

Poi Juan ragliò di nuovo.

Lo guardai e lui scosse la testa. Sorrisi, mi guardai intorno e, a due passi da dove avevo appoggiato lo zaino, cresceva un bel ciuffo d’erba. Lo raccolsi, mi avvicinai con calma a Juan e gli allungai il fascio verso il muso.

Lui ragliò e scosse nuovamente la testa. Mi diede un’altra occhiata. Gli sorrisi e, a quel punto, aprì la bocca e tirò con forza il fascio d’erba dalle mie mani, iniziando a masticare.

«Bravo, Juan» gli dissi, mentre gli accarezzavo la guancia. «Al contrario della tua padrona, lei è proprio una bastarda.»

Sophie spalancò la bocca, fingendosi offesa.

«Bastarda io?»

Juan continuò a masticare senza intervenire. Come tutti i saggi, sapeva quando era meglio restare fuori da una discussione.

«Non io» dissi, indicando l’asino. «L’ha pensato lui. Io ho solo tradotto.»

Sophie mi guardò per qualche secondo, poi scoppiò a ridere.

Non una risata elegante, di quelle che si vedono nei film francesi con la luce giusta e le tende bianche mosse dal vento. Rise proprio di gusto, piegandosi leggermente in avanti, con i capelli che le caddero sul viso e una mano appoggiata alla corda di Juan.

In quel momento pensai che forse mi ero infilato in un problema.

Un altro.

Ma, per una volta, non avevo nessuna voglia di uscirne.

«Te lo avevo detto che non era cattivo, Juan.»

Poi si girò verso di me e continuò:

«Insomma, Daniel? Ti stavi preparando per accamparti?»

Mentre mi guardavo intorno le dissi:

«No. In realtà stavo camminando, poi…»

E lì mi bloccai.

Dove cazzo stavo andando?

Il cinguettio degli uccelli, il sole che attraversava i rami degli alberi e illuminava lo zaino parcheggiato accanto a uno di essi. I bastoni infilzati nel terreno.

E una strada.

Senza una meta, senza una destinazione.

Solo una ragazza e un asino.

Forse era tutto lì.

«Oi, Daniel. Dove sei andato?»

Poi i suoi occhi.

Scossi la testa e dissi:

«Scusa. Mi ero perso per un attimo.»

La guardai. Lei mi guardò.

«E ora?»

Bella domanda, pensai.

Poi sorrisi e dissi:

«Be’, ora un po’ meno.»

Lei sorrise, accarezzò Juan e lo portò vicino al mio zaino. Legò la corda all’albero e si mise a sedere sull’erba. Allungò le braccia e si distese.

«Ah, che giornata. Chi lo avrebbe detto.»

Io la guardai.

Era lì, distesa. La canottiera nera che le scendeva da una spalla metteva in risalto quelli che, almeno in apparenza, sembravano i seni più belli che avessi mai visto in vita mia. Le braccia esili ma toniche, con una pelle olivastra. I pantaloni larghi, verde scuro, quasi si mimetizzavano con il colore dell’erba.

Madre natura che si rilassava nel suo ambiente naturale.

Il raglio improvviso di Juan mi richiamò all’ordine.

Lo guardai e lui mi stava fissando, quasi incazzato, mentre continuava a masticare l’erba.

Gli feci un cenno, per fargli capire che aveva pienamente ragione, e mi misi a sedere accanto a lei.

Lei tirò su la testa e si appoggiò sui gomiti.

«Hai trovato un posto dove dormire?»

Sorrisi e, mentre con le mani strappavo i fili d’erba che avevo tra le gambe, le dissi:

«In realtà è da stamattina che provo a chiamare, ma fino a ora non ho trovato niente. E credo di aver esaurito la lista dei posti in convenzione.»

«Quindi dormi con me?»

Smisi di staccare i fili d’erba e mi girai verso di lei.

«Hai una casa portatile per caso?»

«Certo. Quella è casa mia.»

E con la mano mi indicò Juan, che stava sempre lì, con l’erba in bocca, a guardarci.

«Juan è casa tua?»

«Ma no, scemo. Lui è la mia famiglia. Guarda dietro la sella.»

Dietro la sella c’era un sacco grigio legato con due corde e, da un lato, pendeva una sacca di cuoio marrone, mezza aperta. Dentro si intravedevano un altro sacco di nylon grigio e alcune stecche di alluminio nere.

«Hai una tenda?»

«Certo» rispose lei. «Dove credi che abbia dormito in questi giorni?»

«Non so nemmeno da dove vieni, se è per questo.»

Lei sorrise, poi disse:

«Se mi aiuti a montarla, ti do il permesso di farmi compagnia. In due, in una tenda ci si sente meno soli, non credi?»

La guardai e devo essere sembrato serio, visto che il sorrisino le sparì dalle labbra e mi guardò stranita.

Quando mi alzai sentii il suo sguardo seguirmi.

Mi avvicinai a Juan, presi la tenda dalla sacca e, mentre lo accarezzavo, gli dissi:

«E tu che fai? Me la dai una mano?»

Lui girò la testa dall’altra parte e ragliò.

Lei si mise a ridere. Di gusto.

Poi si alzò, si avvicinò a me e prese le stecche di alluminio.

Mi guardò dritto negli occhi e disse:

«La montiamo insieme.»

Io le presi la mano, misi la sacca su una spalla e le dissi:

«Allora andiamo. Ho visto uno spiazzo qui vicino. Sembra perfetto.»

Lei mi guardò e disse:

«Allora andiamo. Mi fido.»

E ci avviammo, accompagnati dal raglio di Juan.

Continua...

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