Il Re dei Venti

Esiste una leggenda antica quanto il creato che narra di come ogni evento sia destinato a un ciclico divenire. Dal nulla un Re sorge e fonda il proprio impero, forgiandolo con l’ardore del proprio spirito mentre un Re distante è condannato a un lento oblio, lasciando spazio a quelle che saranno le generazioni future. Un serpente che si morde la coda in un flusso di eventi a cui nessuno può sottrarsi, metafora ultima dell’Uroboro che attanaglia il Fato in persona. Pura crudeltà insita in un concetto impregnato di predestinazione al quale mi sono sempre opposto con veemenza. Finché ne ho avuto le forze, perlomeno. D’altronde, per quanto longevo possa essere, ogni Re ha diritto a una fine. Gioiosa e pacifica, ci si augura. Intrisa nel sangue, per quanto mi riguarda.

Sospiro, affranto, osservando il rosso tenue di cui sono ricoperte le mie mani. Colpa di una profonda ferita all’altezza del ventre, la stessa che mi è stata inflitta quando ho deciso di scendere in guerra. Non che avessi altre possibilità: da sempre l’Equilibrio richiede sacrificio. Peccato solo che il mio non sia così semplice da digerire.

Mi affloscio sul trono che a breve mi sarà sottratto, gli occhi pesanti ricolmi di un liquido che un Dio non dovrebbe mai sfoggiare: lacrime.

«Anum.»

Il mio disperato lamento, bloccato in quel singolo istante in cui un dardo ha trafitto il cuore della mia regina. La amavo, più di ogni altra cosa al mondo. Eppure, nulla ho potuto per evitare che fosse colpita. Non avrebbe dovuto seguirmi in battaglia – innumerevoli volte l’avevo ordinato – ma questo è lo scotto da pagare per una fedeltà assoluta che solo la mia Anum aveva saputo donarmi. I miei sudditi, invece, gli stessi a cui io stesso avevo dato forma avevano deciso di fuggire come serpi, consapevoli dell’inarrestabile cambio di corrente che avrebbe destabilizzato ogni anfratto dell’universo, spostando la scacchiera là dove una manciata di nuove creature ancestrali avrebbero potuto seguirla.

«Non saresti dovuto venire, An.»

Sussurra una figura longilinea al culmine del salone, spesse ali di un metallo amaranto che le cingono le spalle, sottili e delicate come quelle di una musa. Una descrizione indecorosa per l’Emissaria del mio nemico, per nulla adatte a testimoniare l’assoluta perfezione di un corpo in grado di lasciare di stucco. Occhi brillanti di un azzurro glaciale, capelli lunghi e arricciati di un porpora spento, giusto per aggiungere alcuni dettagli a colei che avrebbe potuto essere la più gradevole tra le donne di ogni Regno. Purtroppo, eventi inaspettati ci avevano messo i bastoni tra le ruote, trasformando quella che si sarebbe potuta definire un’amicizia fraterna in un’accesa rivalità. Senza odio o rancore, come mostra il suo sguardo orgoglioso, seppur per nulla semplice da digerire.

«Sin troppe sono le cose che non avrei dovuto fare.»

Mi lagno, cercando con la testa di assumere un atteggiamento fiero. Mio malgrado, le lacrime che mi rigano le guance non mi aiutano a riguardo, etichettandomi al contrario come un affranto sin troppo avvinghiato a un passato ormai perduto.

«Non è ancora detto. Ti supplico, An: ferma questa follia. Arrenditi al mio padrone e nulla potrà più intimidirti!»

Sorrido, un istinto nervoso più che una reazione spontanea. Infondo, il padrone a cui fa riferimento altro non è che l’incarnazione più pura del caos, la stessa che richiede la fine di ogni cosa per un capriccio che definirei incomprensibile.

«Non succederà, lo sappiamo entrambi. I cieli e il mio creato non si prostreranno mai al tuo signore.»

Digrigno i denti, nauseato dal sapore dolciastro del mio stesso sangue.

«È finita, An. Ogni cielo e universo ti rinnega. Persino tuo figlio: ha mai conosciuto la tua vera identità?»

Abbasso il mento, colpito nel profondo.

«No e mai succederà.»

«Eppure le conseguenze delle tue azioni lo porteranno inevitabilmente a scoprirlo. Risparmiagli questo dolore, An. Non per me ma per lui. Arrenditi, ti scongiuro.»

Mossa subdola, tipica dell’Emissaria. Ragionevole, certo, ma non per questo in grado di farmi vacillare. Sarei morto, consapevole che il mio ragazzo, ovunque si trovasse, sarebbe rimasto al sicuro, protetto da quella stessa ignoranza a cui lo aveva relegato.

«Spiacente, Lilith, ma non succederà. È stato un piacere averti al mio fianco, finché è durata. Possa solo il futuro essere più generoso della strada che hai deciso di intraprendere.»

Un sorriso, armonioso, infangato da lacrime di origine divina. Questo, il mio ultimo istante mentre mi abbandono al nulla cosmico da cui agli albori fui generato, ascoltando in sottofondo i rombi assordanti di un universo sconvolto dalla perdita del proprio padre fondatore.

«Sii sempre libero, figlio mio.»

Le mie ultime parole, trasportate dal vento in un luogo meraviglioso su cui persino il mio sguardo non si era mai posato.

Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Fantasy

Discussioni

  1. Racconto davvero interessante (e scritto con uno stile pulito e chiaro), che lascia immaginare un mondo fantastico da cui potrebbero emergere altre avventure.
    Mi è piaciuto molto soprattutto il tema della ciclicità ben descritto nel primo paragrafo. L’Uroboro è uno dei miei simboli (e concetti) preferiti.
    Bravo!

    1. Ciao Sergio, ti ringrazio mille per il tuo feedback: è davvero molto importante per me. Quando l’ho scritto, ho pensato a questa storia come l’incipit per un’opera più lunga di cui in futuro porterò altre parti su edizioniopen. Il concetto di base su cui si basa il filone è quello della predestinazione e ciclicità, enfatizzato dall’analogia mitologica con Uruboro e la presenza di divinità Sumere della creazione rivisitate.

      Grazie ancora!

  2. Un volo dentro al mistero e alla leggenda, il serpente che si morde la coda, mi ricorda il Tutto e Uno, simbolo cosmico di somma conoscenza e altre cose. Affascinante presentazione di un momento che crea equilibrio, un potere decade per lasciare spazio a un altro potere, affinché non rimanga il “vuoto”. Comunque ci consegna anche l’idea di una eterna e antica catena.

    1. Grazie mille per il feedback, Bettina. Ciclicità e predestinazione sono i filoni principali dell’opera, facente parte di un’antologia ben più sviluppata di cui in futuro porterò altro su edizioniopen. Sono felice di essere riuscito a trasmettere il concetto!.

      Grazie ancora.