Il “Regina Day”
Come ogni mattina Paolina era seduta alla sua postazione.
Come ogni mattina Paolina imprecava contro i macchinari difettosi.
“Non voglio mica finire come Irina!” sbraitava Paolina, scaracchiando sul pavimento gore di catarro miste a saliva di diametro pari a quello di un lago di montagna. Irina era la collega che, la settimana prima, era stata trafitta da un chiodo espulso a tradimento dai uno dei macchinari. Il chiodo le si era conficcato nella fronte, stile corona di spine. Le sue urla di rabbioso dolore, connotate da bestemmie impronunciabili e minacce di azioni legali, ancora rimbombavano nella testa di Paolina. Paolina era il diminutivo di Paula, suo nome di battesimo. Paolina lo usava solo con chi tentava di abbordarla, rispondendo, alla susseguente domanda “Americana?”, in modo invariabile “No, spastica”.
In quel momento entrò in corsia Ugo, il muscolare manutentore dei beni aziendali, con i suoi capelli setolosi ed i suoi muscoli gonfi di anabolizzanti esaltati da una maglia attillata.
Una delle operaie, Regina, l’ultima arrivata, cadde dallo sgabello nel tentativo di guardare le sode rotondità del deretano di Ugo. Fu un tonfo sordo. Regina aveva picchiato la tempia contro una pedaliera ed adesso giaceva inerte a terra, immobile come una bambola di pezza, mentre un rigagnolo di sangue si espandeva sempre più copioso sul pavimento. Paolina si avvicinò furtivamente alla postazione di Regina, e dopo avere verificato, con un paio di pedate nel costato, che costei era deceduta, asportò il portafoglio dalla sua borsa, strizzando l’occhio alle colleghe superstiti con la promessa di spartire il bottino.
Sopraggiunse il titolare della ditta.
Guardò prima Regina esanime a terra, e, subito dopo, ad una ad una, le operaie.
Regina era nuova, talmente nuova che quello era il suo primo giorno di lavoro e non aveva ancora firmato un contratto di assunzione. Regina non avrebbe dovuto essere li. Le operaie captarono il messaggio implicito, e, a turno, annuirono. Loro avevano necessità di soldi e all’imprenditore sarebbe costato meno il loro silenzio. Inoltre Regina non era restata simpatica a nessuno. Le colleghe l’avevano subito etichettata come un’opportunista boriosa e di facili costumi. Fu il marcantonio di Ugo ad occuparsi dello smaltimento del cadavere. Nei giorni a seguire le operaie dichiararono che Regina non si era mai presentata sul luogo di lavoro. Dopo poche settimane il nominativo di Regina entrò nel registro delle persone scomparse. Dopo pochi mesi l’inconsolabile marito la rimpiazzò con una delle operaie. Il bonus “silenzio” permise a Paolina di sistemare molte pendenze. Negli anni a seguire quella data venne segnata sul calendario aziendale come il “Regina Day”.
Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Realtà e ironia. Un mix perfetto che ti ha permesso di scrivere una storia, in fondo, molto triste che mette in evidenza quanto una vita umana abbia un “costo” molto basso e quanto l’animo umano si facilmente “acquistabile”.
Forse il finale un pò troppo veloce rispetto agli eventi in esso contenuti
Buonasera Marco, purtroppo hai centrato perfettamente il senso.
Grazie per il feedback
Un proiettile silenzioso, veloce e preciso. Va dritto a segno. Scardini buon senso, facili costumi e natura umana tutto insieme. Bravo.
Buonasera Irene,
ti ringrazio.
Ovviamente spero sempre che i fatti smentiscano la mia visione, dimostrando l’eccessività e l’esagerazione, ma la cronaca quotidiana non lascia spazio a prognosi di senso contrario