Il respiro del legno

Era una mattina grigia, identica a tante altre, Cè sedeva al tavolo della cucina, ancora avvolto dalla nebbia del sonno. Fissava il vapore che si sollevava dalla tazza di caffè, come se cercasse risposte tra quelle spirali evanescenti, dal televisore il notiziario gracchiava una notizia apparentemente innocua.

«Il PIL è sceso dello 0,1%.»

Un economista, con voce metallica, spiegava che si trattava di un segnale preoccupante, ma non allarmante.

Cè non capiva, o forse capiva fin troppo, il mondo sembrava ruotare attorno a quel numero.

Il PIL era diventato un’entità astratta alla quale si affidava il destino di milioni di persone e, in parte, quello del pianeta stesso.

I politici, intervistati da giornalisti ossequiosi, celebravano la crescita del fatturato nazionale e l’andamento dello spread, esibendo risultati e statistiche come gli imbonitori del gioco delle tre carte nei vicoli e nelle stazioni.

Cè ricordava vagamente di aver letto Adam Smith e il suo trattato La ricchezza delle nazioni, forse era cominciato tutto da lì. Un altro nome emergeva dai ricordi scolastici: Simon Kuznets, l’economista che aveva cercato di misurare la ricchezza e la disuguaglianza, li immaginava entrambi chini sui loro fogli, intenti a tradurre l’esistenza umana in formule e statistiche, eppure la vita, prima dei numeri, era altro.

Era nel rumore degli attrezzi delle botteghe che scandivano il ritmo quotidiano del paese; era il fornaio che tossiva all’alba davanti al forno acceso, lo spazzino che graffiava i ciottoli con la scopa di saggina, il muratore che osservava una pietra prima di smussarne gli spigoli.

Era il falegname, custode del tempo e della materia, che lasciava stagionare il legno come si lascia maturare un vino prezioso.

Cè si alzò e uscì, le strade erano ancora silenziose, a Magenta molti negozi avevano abbassato per sempre le serrande, diversi laboratori artigiani erano diventati minimarket, agenzie finanziarie o semplici depositi. Il PIL aveva finito per vincere, l‘avidità di pochi stava erodendo la serenità di molti.

Camminava osservando vetrine vuote e schermi luminosi che reclamavano la sua attenzione, ovunque comparivano pubblicità ritagliate su misura, algoritmi che sembravano conoscere i suoi desideri meglio di lui.

L’intelligenza artificiale gli faceva da ombra, lo seguiva silenziosamente, trasformando ogni debolezza in un’occasione di consumo, le nuove sirene non cantavano dagli scogli, abitavano nei data center, ammaliavano dagli schermi, o eseguivano telefonate ammiccanti.

Ma ciò che lo turbava davvero era l’indifferenza, le persone sembravano non vedere, oppure vedevano e accettavano.

Ridevano delle offerte speciali, si vantavano dell’ultimo acquisto, e si lamentavano dello smog, del traffico e del caos delle città senza mai interrogarsi sulle radici di quei problemi.

Anche la politica e la burocrazia parevano aver smarrito la loro funzione, invece di curare la società, la soffocavano, la svendevano per uno slogan d’effetto

Cè pensava che sarebbe stato più giusto misurare il benessere di una nazione con un altro indice.

Non il PIL.

Ma il BIN, il Benessere Interno netto, un indicatore inesistente, ignorato dagli economisti e dalle televisioni, eppure, forse, era l’unico che contasse davvero.

Si fermò davanti a una vecchia bottega, la porta era socchiusa, entrò; dentro, come in un sogno, il tempo sembrava essersi fermato, un uomo piallava una tavola con gesti lenti e precisi, nella penombra un bambino lo osservava incantato.

La segatura, attraversata da lame di luce, provenienti da una bocca di lupo, fluttuava nell’aria creando volute che danzavano al ritmo del respiro della bottega.

«Non si lavora più così», disse il falegname senza voltarsi, Cé non rispose, si sedette su uno sgabello e respirò l’odore dolce del legno, misto a quello rassicurante dei ricordi di casa, il profumo di legno e dell’infanzia.

Il suono della pialla sembrava un respiro, lento, profondo, umano, fu allora che capì; la salvezza non stava nella crescita infinita, ma nella misura, forse in una decrescita consapevole, nel recupero della manualità, della lentezza e della sacralità dei cicli naturali, non per tornare indietro, ma per ritrovare un legame con il tempo, con il significato delle cose, con sé stessi.

E all’improvviso rivide la bottega di suo padre; era un bambino, giocava tra montagnole di segatura e profumo di legno fresco, aveva trovato due piccole tavolette abbandonate tra gli scarti.

Le raccolse, poi andò dal padre. «Mi dai un chiodo?» il padre sorrise e gliene porse uno.

Sul banco c’era anche il piccolo martello che un fabbro amico aveva costruito apposta per le sue mani bambine, non un giocattolo, ma un augurio.

Con quei pochi materiali realizzò la sua spada che chiamò Durlindana.

La spada di Orlando, scoperta tra le pagine consumate del libro di scuola di sua sorella, non era altro che due pezzi di legno inchiodati insieme, eppure, nelle sue mani, valeva più di qualsiasi tesoro.

Si legò il grembiule del padre sulle spalle, a mo’ di mantello, poi corse fuori, su e giù per il vicolo ad affrontare draghi invisibili,  difendendo castelli immaginari, proteggendo principesse che esistevano soltanto nella sua fantasia.

Ogni giorno sconfiggeva i mostri che assediavano i suoi sogni e le sue paure.

In quel tempo non esistevano indici economici, spread, algoritmi o campagne pubblicitarie, esistevano due pezzi di legno, un chiodo, un martello e la fantasia.

Il falegname continuava a piallare, la tavola respirava, anche la bottega respirava, anche i suoi ricordi, fu allora che Cè comprese che la vera ricchezza non era mai stata nelle cose accumulate., ma risiedeva nella capacità di dare valore a ciò che gli altri consideravano scarto.

Nel trasformare due pezzi di legno in una spada leggendaria, nel vedere un mondo intero dentro un frammento di materia.

Fuori la città continuava a correre, dentro la bottega il tempo custodiva ancora il suo segreto più antico, dove non tutto ciò che conta può essere misurato, e non tutto ciò che viene misurato conta davvero.

Il respiro della pialla continuò a riempire il silenzio.

E per la prima volta dopo molto tempo, Cè ebbe la sensazione che il mondo potesse ancora essere salvato.

Un pezzo di legno alla volta.

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Discussioni

  1. A mio parere, questo è di gran lunga il migliore dei racconti che hai scritto. Sono andata a cercare il significato della parola “PIL”: da noi si chiama “BKT” (Bruttokansantuote). E hai perfettamente ragione, quando dici che non è su questo che bisognerebbe misurare la qualità di vita delle persone… ma l’aveva già detto Robert Kennedy, in quel suo famoso discorso del 1968 in Kansas, e probabilmente è la ragione per cui di lì a poco sarebbe stato ucciso. L’avidità di pochi è talmente infinita che si nutre della povertà e dell’infelicità di moltitudini: ne ha BISOGNO, è l’essenza stessa della sua esistenza. Ecco perchè, alla fine di un racconto su cui concordo praticamente su tutto, mi permetto di non essere d’accordo…
    Questo mondo non ha speranze. E’ condannato ad autoestinguersi, e non ci sarà da rammaricarsene.
    Forse sono andata un po’ fuori tema… anteeksi, me ne scuso.