Il ricordo del Ponte
Serie: Mare
- Episodio 1: Mare
- Episodio 2: La ricerca di un sogno
- Episodio 3: Il ricordo del Ponte
STAGIONE 1
Appena si aprono le porte mi precipito dritto in bagno, quasi corro, fin in fondo al corridoio davanti a me. Ignoro completamente Mark, che sento salutarmi da lontano.
Entro e subito mi accascio sul primo cesso libero che vedo e vomito. Vomito la cena di ieri sera, il caffè di stamattina e nient’altro, non avendo fatto colazione.
In un misto marroncino e verdastro, con un po’ di schiuma biancastra in cima, sale un odore acido di formaggio andato a male e carne putrefatta. I pezzi di cibo, non ancora digeriti, galleggiano e si mischiano tra loro. Più lo vedo e sento e meno riesco a trattenermi.
Però sto vomitando l’anima, soprattutto ora che continuo ad avere conati a vuoto, non ho più nulla da buttare fuori ormai. Ma continuo, con singhiozzi strozzati in cui sputo solo schiuma e liquido trasparente. Una volta che finalmente tutto cessa mi fermo e, seduto per terra, fisso la parete del bagno.
Con lo sguardo perso in un mondo che non è questo.
Poi mi alzo e, senza forze, barcollo fino al lavandino. Mi guardo ancora allo specchio; ora sono piuttosto pallido e un po’ verdastro. Mi rinfresco con l’acqua gelata, aiuta almeno un po’. Mi guardo e vedo i miei occhi, di un marrone scuro, sono tutti arrossati e gonfi.
Li chiudo e sento subito ancora sollievo. Mi si fissa l’immagine di ‘sta notte nella mente: la luna e le stelle, la spiaggia e il silenzio, le onde e il vento, la nebbia e il ponte.
Oh… Ora si che sto bene!
È bastato pensarci e vederlo solo per un istante per sentirmi subito benissimo. Penso alle onde, agitate che si scagliano sulla spiaggia e ora non sento caldo, non più. Ci penso ancora e mi concentro sulla spiaggia, al vento che la sposta e ora posso respirare. Sento l’aria salata del mare che mi riempie i polmoni, i capelli spostarsi e fresco sulla pelle. Penso alla luna piena, che guarda dall’alto, e passa il mal di testa, i capogiri e la nausea. Faccio finalmente un respiro profondo, senza problemi e difficoltà . I miei polmoni si riempiono con il profumo del mare.
Apro gli occhi e mi guardo di nuovo.
Il ponte scompare nella mia mente e tutto torna come prima. Forse ora sto un po’ meglio, ma neanche tanto. Però, almeno ora, so come posso stare bene, come posso sopportarlo. Come affrontarlo.
Mi risciacquo di nuovo il volto con l’acqua ghiacciata e mi preparo mentalmente ad affrontare la giornata. Tiro un altro respiro, con un po’ di fatica, ma so che il ponte mi aiuta. Mi dà coraggio e mi incammino verso la porta.
Mi tengo su, appoggiato con la mano sinistra al lavandino e con la destra afferro la maniglia della porta. Chiudo gli occhi e quell’immagine mi invade la mente di nuovo.
Sorrido felice.
Non mi sento più solo.
–
Varcata la soglia della porta del bagno, un’altra fitta mi preme sul fianco destro. Come una lama fredda che mi sfregia e brucia le interiora. Il male aumenta ad ogni passo, è come se la forza di gravità stesse cercando di buttarmi a terra.
Chiudo gli occhi e penso al ponte, solo così posso raggiungere la saletta ristoro.
Mi trascino appoggiato al muro, barcollando un po’, con gli occhi ancora chiusi e mi concentro su quell’unica immagine. Arrivo sulla porta -che è sempre spalancata- e mi riposo un attimo, appoggiando la testa allo stipite. Apro piano gli occhi e vedo che è vuota.
Una fitta acuta mi colpisce il petto e sento, dentro, un liquido caldo e tossico, che si espande e mi brucia la ferita.
Mi tengo allo stipite della porta con una mano e con l’altra cerco di individuare il male sul petto. La infilo sotto la maglietta e cerco, sulla pelle sudata, un qualsiasi segno. Il calore intenso si estende, insieme al dolore. Mi riempio i polmoni con aria pesante e passo la mano, che trema, su tutto il busto.
Mi fermo quando trovo una riga ruvida, spessa e lunga.
Faccio un respiro profondo, almeno come posso, e mi accascio sulla prima sedia che trovo. Mi alzo la maglietta e guardo la cicatrice che mi segna sotto il petto: è lunga quasi quanto la mia mano ed è spessa più di un dito. La tocco ed è gelida, come una lama, lasciata fuori durante una fredda notte d’inverno. Ed è ruvida e rugosa, come la corteccia di un albero, rovinato dal tempo perso. La pelle nuova è più rossastra e gelatinosa, segna una ferita ormai chiusa, che sento ancora viva. Il dolore del taglio, acuto e asciutto, si fa sentire. Come anche il sangue, caldo, che cola sulla pelle sudata.
Chiudo gli occhi e ci penso di nuovo, penso all’unica cosa che può aiutarmi: il ponte. E al freddo, spinto dal vento, con il profumo unico del mare, che resta fermo sulla pelle. Sembra una carezza, dolce e necessaria.
Mi aiuta davvero e lo odio.
Non capisco perché mi stia succedendo tutto questo. Fino a l’altro ieri andava tutto bene.
Cosa è successo, così di netto e all’improvviso?
–
Mi alzo di colpo e ignoro la scossa che mi prende e scuote tutta la testa.
Vado dritto alla macchinetta del caffè, barcollando e di fretta, sbatto il fianco sinistro contro il mobile e mi appoggio sul piano bianco con il gomito, cercando di restare in piedi. Con l’altra mano stringo la maniglia del cassetto e, con lo sguardo perso, lascio passare i minuti. Il sudore mi cade dalla fronte, cola giù dal mento: goccia dopo goccia, sto creando delle piccole pozzanghere trasparenti sotto di me.
Sento un rigurgito rancido che sale e tento di mandarlo giù, senza riuscirci. Deglutisco a vuoto, sono troppo disidratato, non ho più saliva. Sputo una miscela gelatinosa e verdastra, che si espande in un liquido giallino.
Apro il cassetto con fatica e, tremando, prendo un tovagliolo. Pulisco lo sputo come meglio riesco e poi prendo una cialda. Provo a metterla nella macchinetta, che è già pronta per essere usata, ma mi scivola dalle mani sudate e tremanti.
Con lo sguardo la seguo: rimbalza sul piano e cade per terra, gira su se stessa un paio di volte e poi rotola piano fino all’uscio della porta. Proprio fino ai piedi di Mark…
Serie: Mare
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