Il rifrullo del diavolo.

Eravamo a casa di Will.

Aveva acceso il caminetto e l’odore di resina si mischiava a quello del mio sudore.

Ettore continuava a fissarmi, era il suo turno. La volta prima era toccato a Mirko che ora stava seduto nella poltrona con l’aria di chi vuole godersi il film.

Il film era la mia nudità e quell’essere, vecchio e tremante, steso ai miei piedi. Batteva i denti come fosse all’addiaccio. Era Spillo, il vecchio senza arte né parte che faceva del sottopasso alla stazione il proprio rifugio.

Si buttava col culo per terra,  tenendo tra le mani un rosario con una grossa croce di ferro e una bottiglia di vodka –che quella sera era ancora piena-, merce comprata a pochi euro nel negozio del Cinese. Nei due metri per due del Cinese ci trovavi di tutto, dall’acqua minerale, ai maglioni in acrilico. Prima o dopo, sarebbe toccato anche al Cinese, diceva Mirko. Gli altri annuivano.

Will spintonò il vecchio e lo fece cadere, il rosario gli uscì dalla tasca del giaccone. Will lo raccolse facendolo roteare nell’aria. Spillo alzò gli occhi al cielo. Nel tratto da Via Panzani a via dello Studio, non mi ero accorta che fosse tanto magro. Lo avevano tenuto a fianco Will e Mirko, barcollante come un ubriaco a tarda sera. Mirko gli puntava la lama sul costato. Ettore mi cingeva la vita facendo calare le sue grasse mani sul mio fondoschiena. Imboccammo via dei Calzaiuoli. La cupola del Brunelleschi svettava contro il cielo e pareva dire che certe cose non cambiavano nei secoli. Ogni tempo aveva esseri umani dai volti identici che, in punti precisi della città, vendevano il delirio ad altri uomini, anch’essi dal volto identico. Le donne perbene non uscivano la notte e, se lo facevano, si tenevano strette le borse e i seni. In quel fare, anche le puttane avevano trovato un modo per apparire sante.

In via dello Studio un vento inatteso mi arrivò in faccia. Era come un respiro uscito dall’antro di una caverna. Mi domandavo chi fossi io davvero, se una donna o il demonio, così come mi chiamava Will.

Dinanzi al portone di legno in via dello Studio, Mirko spinse dentro il vecchio. Ettore rideva con la sua risata, grassa anch’essa.

«Corri» gli ringhiò dietro.

Will si voltò a cercare il mio sguardo. Facevamo coppia fissa da due anni, ma ci avevo messo un anno e mezzo a capire che era un bastardo e che si tirava dietro gli altri due come fossero le sue braccia e le sue gambe. Mi guardava a quel modo quando voleva mettermi in difficoltà. La mia difficoltà adesso era far morire di paura il vecchio.

Tutto era cominciato due mesi prima. Will aveva iniziato a dire che bisognava marcare il territorio.

«Marcare come?» aveva chiesto Ettore.

«Pisciargli sulla testa, a questi sporchi clandestini, senzatetto ubriaconi. Aprirgliela in due se si rende necessario».

Aveva fatto un gesto inequivocabile con la mano.

Ettore aveva guardato me. «E a lei?».

Tutti e tre avevano riso. «Lei mi ruberà l’anima» aveva sentenziato Will.

«Come il diavolo?» aveva sottolineato Mirko.

«Sì, come il demonio. Il mio demonio».

Aveva pronunciato quelle ultime parole dandomi una carezza sulla guancia, come lisciasse il pelo di un animale. La sera prima aveva vaneggiato sopra il mio corpo nudo sussurrandomi che ero il suo male.

***

Benedíctus fructus ventris tui, Iesus. Sancta María …


Il vecchio pregava in latino. Ettore gli mollò un ceffone.

La volta prima era toccato a un ragazzo di etnia rom. Gli avevano promesso che si sarebbe potuto divertire con me, a gratis. Dal vicolo dove chiedeva ai passanti qualche spicciolo, si attaccò dietro di noi senza bisogno di ripeterglielo. Dentro la casa, il ragazzo, sì e no, una quindicina d’anni mi aveva strizzato l’occhio. Avevo sollevato la gonna, quanto bastava a provocargli una reazione fisica evidente.

«Non ancora, ragazzo, fai attendere questo diavolo. Anche tua madre è un diavolo o è una puttana? Dicci cos’è tua madre!». Will era sadico, godeva nello stordire gli altri, nel trovare il loro punto di rottura. Tutti ne possedevano uno, diceva. Si avvicinò, passando la lingua in ogni parte di me gli fosse a portata. Feci quello che mi aveva detto di fare. Mostrai il mio corpo, smembrandolo da ogni pudore. Il ragazzo fu costretto a urlare che sua madre era una grande puttana, poi quando, con i pantaloni calati, si sentì legare le braccia, il suo viso dal rossore dell’eccitamento fisico virò al giallo della bile e sbiancò. Non contai i colpi sferrati in mezzo alle gambe e sulla testa, lui urlava e Mirko batteva. Il suo sangue mi bagnò i piedi e la pancia. Lo gettarono più morto che vivo, dietro il lungarno, dove l’erba alta scendeva verso le acque dell’Arno. Gli intimarono di tacere o gli avrebbero strappato la lingua. Anche a sua madre.

***

Maria, grátia plena…

Spillo pregava davanti alla mia carne esposta come merce al mercato.

«Rincoglionito che non sei altro».

Will alzò il tono della voce, tirandosi su dal tavolo dove era stato poggiato fino a quel momento. Lasciò il rosario al centro dell’ovale e si affiancò al vecchio mollandogli un calcio. Il vecchio attaccò a dire che voleva essere lasciato in pace a pregare i santi e la vergine Maria; farfugliò che eravamo peccatori, poi al secondo calcio di Will, più potente del primo, si pisciò nei pantaloni.

Ettore prese a saltellare sulle gambe come un ballerino di tarantella, Mirko applaudiva, poi disse che aveva bisogno di andare al cesso. «Continua a pregare, vecchio».

Si alzò dalla poltrona.

Adesso nella stanza eravamo in quattro, e nelle pareti rimbombava la nenia che Spillo aveva ricominciato a biascicare.

Sancta Marìa, Mater Dei…

Will, sentendosi deriso dal vecchio, mollò la presa dai miei capelli, io misi la mia sul crocefisso, brandendolo come un coltello e, in una successione che non avevo programmato ma che aveva guidato la mia mano in un percorso naturale, lo conficcai con forza nella gola di Will. Un fiotto caldo mi colò sul polso. Ettore mi balzò alle spalle, le sue mani miravano al mio collo. Fu inatteso quello che vidi dopo. Il vecchio si alzò di scatto, lasciandomi sorpresa per tanta agilità, travolse il grassone di Ettore, mandandolo a sbattere contro la finestra. L’agguato lo aveva lasciato sconcertato, facendogli perdere secondi di lucidità che, invece, servirono a me per mettere a fuoco la finestra. La spalancai e, insieme, Spillo ed io, come se avessimo dei connettori invisibili nel cranio, capimmo cosa dovevamo fare. Lo afferrammo per le gambe, rovesciandolo oltre il quarto piano. Un rumore di scatola cranica frantumata risalì nell’aria. M’infilai in fretta gli abiti e corsi a chiudere la porta del bagno. Will aveva il vizio di tenere le chiavi all’esterno, non voleva che mi barricassi dentro qualche stanza e, soprattutto, voleva avere la libertà di entrare nel mio intimo quando più gli aggradava. Mirko batteva i pugni contro il legno massiccio, diceva che ero una lurida sgualdrina, invocava i nomi di Ettore e Will, imprecando contro Dio.

Frugai nel mobile di sala a cercare i flaconi del biofiamma, Will li teneva lì, pronti all’uso per il caminetto. Ne rovesciai il contenuto sulle poltrone, sul letto e sulla tappezzeria. Per ultimo sul corpo di Will, che si sforzava ancora di respirare. Aprii il gas e appiccai il fuoco. Il vecchio pregava. Lo afferrai per un braccio tirandolo a forza giù per le scale.

Corremmo, per quanto possa correre una donna che si tiri dietro un vecchio, fino allo svolto della via, ritrovandoci davanti all’ingresso del Duomo. Le fiamme uscivano dalla finestra come lingue dalla bocca di un drago, dietro di noi, i curiosi erano accalcati sul marciapiede. 

Un fragore di tuono uscì dalla casa di Will, frantumandola.

Spillo si mise poggiato alla porta della cattedrale di S.Maria del Fiore, spinse con forza e il portone si mosse.

«Voglio pregare», ripeteva parlando dell’anima che se la pigliano i santi solo se è limpida e che la sua era immonda, che aveva appena ucciso un uomo.  Pensai che lo shock gli avesse fritto del tutto il cervello e gli dissi che doveva andare a pregare sul serio.

«E tu» chiese, sorprendendomi per la seconda volta «tu non preghi?».

«Io aspetto qui» risposi «sono il diavolo e il diavolo non entra nelle chiese. Se rimani, ti piglio l’anima».

Spillo sparì nel buio della navata, blaterando nunc et in hora mortis nostrae.

Restai fuori dalla cattedrale, con la schiena sorretta dal marmo.

La porta della basilica di S. Maria del Fiore si richiuse e il respiro mi uscì dai polmoni, come aria compressa, in un rifrullo che prese a serpeggiare lungo i muri di via dello Studio. Sentii il mio stesso alito diventare urlo.

Poi, piansi.

Mi chiesi chi fossi io, davvero.

Non riuscivo a spiegarmi come Satana sapesse piangere.

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(questa narrazione è ispirata alla leggenda orale fiorentina, Il rifrullo del Diavolo. Ubicazione: Via dello Studio, Firenze)

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Discussioni

  1. Atmosfere sulfuree come nel “Signor Diavolo” di Pupi Avati ed un certo spiritismo di provincia come il fu Cerchio 77. Se Fogazzaro fosse nato a Firenze invece che a Venezia ed un secolo dopo avrebbe questo stile.

    1. E’ un racconto che vuole rivisitare una leggenda tramandata oralmente nel tempo e che appartiene al “dentro” le vecchie mura di Firenze. Oltre le mura non è conosciuta. Anche questo è un mistero. Grazie per aver letto.

  2. Appena letta la nota sono andata a cercare, amo le leggende locali tramandate da generazione in generazione. Non so se il diavolo pianga, ma sono portata a credere che possa accadere. Nessuno è totalmente nero o bianco. Mi ha incuriosito molto, mi sono fatta molte domande su di lei, la protagonista. Possiamo essere “posseduti” dal male? Non ho risposta, anche se credo che non tutto ciò che circonda abbia materia.

  3. Duro ma incisivo questo tuo racconto, Bettina. Molto efficace per stile narrativo e contenuto, nel suscitare sensazioni forti, che inducono riflessioni e associazioni di idee sulle tante situazioni di vita reale, quotidiana. Le grandi citta` soprattutto, pullulano di persone disperate, in miseria, e anche di malvagi, perversi e sadici, come fossero posseduti soltanto da uno spirito malefico.

  4. Ho letto questo stupendo racconto con il disturbo degli odori nel naso e il disturbo delle immagini negli occhi. Una spirale di orrori che ti tira giù fino alla fine, la città, cupa, che fa da protagonista e quel vento che non cessa. La maestria del tuo stile colpisce. Veramente unico.

    1. Cristiana, grazie per avermi letto. Il tuo commento è molto apprezzato, essere disturbanti almeno con la scrittura può essere utile, anche se alla fine è il diavolo a piangere, manifestando la propria umanità.
      Voglio pensarlo.

  5. Spendere tempo per leggere Bettina risulta sempre vincente.
    Personalmente ammiro la struttura che sa dare a ogni testo, la “padronanza degli eventi” oserei dire.
    Se il racconto fosse un mosaico, l’abilità di Bettina sta nel porre i tasselli a proprio piacimento, senza sentirsi in dovere di rispettare un ordine particolare, e conseguire infallibilmente un risultato omogeneo, d’effetto.
    Il suo livello è tale ormai da poter affrontare un soggetto difficile come questo. Accosta attualità (triste attualità) ai mali atavici dell’uomo inteso come specie, religione a perversità, gioventù a disperazione. La scelta del registro è appropriata, altro punto a favore. Non ci sono parole fuori posto nei racconti di Bettina.
    Molto intenso e valido.