
IL RIFUGIO DELLA MENTE
Ancora oggi a volte chiudo gli occhi, li stringo quasi fino a farmi male, e immagino come sarebbe potuto essere nascere in un altro luogo, lontano dalle bombe e dalle macerie, dall’odio e dalla guerra.
Quando ero piccola e ancora non sapevo leggere, amavo curiosare nella biblioteca dei miei genitori. Sceglievo i libri con la copertina dai colori più vivaci e mi ci buttavo a capofitto, scorrendo tra le pagine, ingorda di quelle parole di cui ancora non conoscevo il significato. Mi piacevano quegli strani segni, ma ancora di più rimanevo incantata di fronte alle fotografie che ritraevano terre straniere, a me del tutto sconosciute, e persone che a volte sorridevano alla fotocamera, a volte non si accorgevano neppure di essere nel suo mirino. Cercavo di figurarmi i fotografi che avevano immortalato quegli scatti e li dipingevo nella mia mente come persone a metà tra degli avventurieri e degli artisti. Persone che scalavano montagne altissime o che navigavano su barche di fortuna; persone che si inoltravano nella giungla e si trovavano faccia a faccia con belve feroci; tutto solo per ottenere lo scatto perfetto. Avrei voluto essere come loro da grande.
La mia fotografia preferita era contenuta in un libro dalla copertina totalmente bianca, diversa da quelle che sceglievo solitamente. Nell’angolo in alto a destra si leggevano il titolo e il nome dell’autore, per chi era in grado di leggere. Il fotografo aveva catturato l’istante esatto in cui il sole si abbassa sulla linea dell’orizzonte, un momento prima di cadere nell’oblio, anticipando la sua morte imminente con lingue di fuoco maestose che si irradiano nel cielo in tutte le direzioni. La cosa incredibile era che il tramonto non era il vero protagonista, ma faceva da sfondo alla silhouette di un bambino posto di spalle che giocava con delle spighe di grano. Fu allora che conobbi cosa fosse il grano.
Non conobbi mai, però, il titolo del libro né il nome del fotografo, perché il libro, la biblioteca dei miei genitori e con essi tutta la nostra casa furono rasi al suolo prima che io potessi imparare a leggere e scrivere. Quando perdi tutto, non resta che la memoria. Ed è con essa che mi facevo forza e resistevo.
Così, sotto i tuoni dei motori e delle bombe che scuotevano il cielo e la terra, tra urla di paura e dolore che si infiltravano sotto la pelle, in balia di un mare di angoscia esasperante, chiudevo gli occhi, non per frenare le lacrime, quelle sgorgavano senza vergogna. Lo facevo per estraniarmi dal buio in cui eravamo ricaduti e immedesimarmi in quel ragazzino che sventolava spensierato una spiga di grano, di fronte ad uno degli spettacoli più incredibili della Terra. Trattenendo persino il fiato, sognavo di essere lui, di non aver mai conosciuto la guerra, di non aver mai visto gente morire e gente sparare, ma anche in lui rimaneva sempre un barlume di me e del mio desiderio di viaggiare per il mondo e fotografare. Le istantanee di cui mi ero riempita gli occhi così a lungo così tante volte erano diventate per me un rifugio in cui rintanarmi con la mente, l’unica cosa che non avrebbero mai potuto distruggere.
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Ciao Erica, arrivo solo ora a leggere ma mi unisco agli altri nel farti i complimenti. Bellissimo brano, inserito alla perfezione nel lab. Quell’immagine di speranza impressa nel cuore della tua bimba è magnifica, un grido contro la guerra
Ciao Micol, grazie, mi fa davvero piacere il tuo commento! Io devo recuperare il tuo “La leggenda del Gatto Mannaro” che mi ha presa sin dal primo episodio 🙂
Complimenti un bellissimo pensiero, un’immagine suggestiva da usare come rifugio dalla realtà.
Grazie per aver partecipato, con questo bel Lab
Grazie Alessandro! Al prossimo Lab 🙂
Lab azzeccato!
Grazie Kenji 🙂
Racconto breve, atipico per certi versi (non ha una vera e propria trama che si svolge nel tempo, è più…una fotografia ?), ma secondo me ben riuscito. Azzeccato il titolo, e bellissimo il ruolo che hai dato al bambino nel grano. Bene!
Grazie Sergio! Felice anche che ti sia ritrovato nel protagonista 🙂
“scalavano montagne altissime o che navigavano su barche di fortuna; persone che si inoltravano nella giungla e si trovavano faccia a faccia con belve feroci; tutto solo per ottenere lo scatto perfetto. Avrei voluto essere come loro da grande.”
❤️ Io da piccolo sognavo di fare il fotografo naturalista / documentarista. Son solo ad inizio racconto, ma son già in sintonia col protagonista!