Il Rituale
Serie: L'odore del caffè
- Episodio 1: Il Rituale
STAGIONE 1
È suonata la sveglia. È ora. Ho riposato poco, ma abbastanza per affrontare la serata. Stasera si suona all’Old Note. Mi preparo un caffè, ne ho bisogno. Il profumo invade in un attimo tutti i trentacinque metri quadri dell’appartamento, si insinua nelle narici, nei vestiti lasciati sulla sedia, nella polvere che si posa ovunque. Questa topaia è tutto ciò che mi resta dopo essermi speso troppo per chi non mi meritava — e mi basta così. È un rito più che un’abitudine. L’aroma mi dà la scossa per tirarmi su e, anche se sono le otto di sera, mi sveglio davvero solo dopo il primo sorso. Nel frattempo mi accendo una sigaretta; il fumo si mescola al caffè, creando un bouquet che sa di routine. Non ho cenato: meglio così. So già quanto alcol finirà nelle mie vene e avere lo stomaco pieno non aiuterebbe.
La chitarra è nel fodero, le corde di ricambio ci sono, un paio di plettri di scorta e la musica in testa. Suoneremo la solita scaletta di standard che ormai non proviamo nemmeno: dieci o dodici brani, un’ora e mezza di musica che, in fondo, non interesserà a nessuno. Quando ho iniziato era intrigante: si girava, si beveva gratis, si incontravano persone. La mancia a fine serata copriva appena le spese — tanto non lo facevo per i soldi. Era una passione, un sogno… uno di quelli a cui credi finché non ti trovi a far i conti con la realtà. Ho continuato per inerzia: è pur sempre un modo per uscire da quelle quattro mura, più simili a una cella che a un monolocale.
Sorseggiando il caffè mi guardo intorno: mi basta un colpo d’occhio per vedere tutto ciò che resta della mia vita. Un letto sfatto in una stanza angusta, un mezzo armadio e una finestra che è meglio non aprire, affacciata sul viale più trafficato. Il tavolo è ingombro di tazze, spartiti, manuali e testi di musica; un fornello che sa di bruciato, un frigo solitario in una cucina spoglia. La luce filtra appena attraverso il muro del palazzo interno al cortile. L’umidità impregna tutto, con il suo tipico odore di muffa e la sensazione di bagnato addosso. Non è un granché, ma va bene così. Mi sono affezionato a questa topaia che comunque mi lega a tanti ricordi che ritornano vividi in quei pochi minuti a ogni sorso, a ogni tiro.
Terminato quel momento, mi preparo al solito rituale prima della serata. Due gocce di dopobarba sul collo mi danno l’illusione di controllare meglio il respiro. Davanti allo specchio provo a disegnare un sorriso, uno di quelli che non appartengono al mio repertorio. E poi, immancabile, la domanda inutile: cosa mi aspetto da questa serata. Mi ubriacherò da solo, come ogni fine settimana, o troverò almeno un po’ di compagnia, abbastanza da non sentirmi sempre così solo davanti a questo specchio. Mi vesto scegliendo di stare comodo, niente di più. Tutto ok, sono pronto. Un ultimo bicchiere mi aiuta a placare quell’ansia che, nonostante l’età, continua a restarmi accanto.
Si parte. La città mi inghiotte con il suo traffico, i suoi rumori, le sue luci sempre uguali. Gli stessi sguardi vuoti che ogni sera raccontano storie sempre le stesse, e con loro la voglia, per qualche ora, di liberarsi dal peso quotidiano della vita. L’Old Note è un locale non propriamente esclusivo. Ci trovi di tutto, dall’amministratore di una multinazionale al suo ultimo dipendente, dallo studente liceale a quello universitario, e anche qualche appassionato che ancora frequenta i locali per ascoltare un po’ di musica dal vivo. Un piccolo teatro sociale, uno specchio della metropoli.
La maggior parte di loro è qui solo per riempire un’altra serata altrimenti vuota. Luci basse, voci che ondeggiano, risate che rimbalzano contro le pareti. Noi siamo soltanto il sottofondo delle loro storie, un accompagnamento discreto che scivola leggero tra le parole e i gesti, sostenendoli con le vibrazioni. Sì, è vero, qualche nota di sottofondo aiuta la conversazione. Leviga le parole, attutisce i silenzi imbarazzanti, riempie gli spazi vuoti. Nella giusta situazione la musica diventa complice. Muove carezze, accende sorrisi, nasconde l’intimità di un bacio. Gioca con scollature audaci, calze velate e sguardi d’intesa. È un languore sottile che scalda la serata, un invito a piccole trasgressioni che si consumano tra i tavoli.
Forse, però, tra quei tavoli c’è anche qualcuno che per cinque euro di birra è venuto davvero ad ascoltare un po’ di musica live. Di solito si riconosce al volo: siede composto, guarda verso il palco invece che verso le persone. Parla poco, se non per giudicare. Una volta erano solo loro a riempire i locali e le serate si trasformavano in mini concerti di alto livello, dove se volevi conquistarti la serata dovevi dare il meglio di te. Ora non ti guardano, non ti ascoltano, non ti giudicano; hanno solo bisogno della tua presenza per avere uno scopo. Io cerco i nostalgici e, se ce n’è ancora qualcuno in giro, allora va bene, amico, sono qui per te.
Serie: L'odore del caffè
- Episodio 1: Il Rituale
Un incipit che ti cattura con le sue atmosfere nostalgiche, quasi introspettive. Descrizioni chiare evocative. Ho sentito un po’ la mancanza dell’azione. Sono curiosa di leggere il resto.😉
L’incipit è promettente.
Mi piace l’atmosfera cupa e nostalgica che riesci a creare
attendo gli sviluppi