Il rospo fantasma

Roberto camminava lungo il sentiero, la torcia elettrica che serviva a vedere dove mettere i piedi e dove no. C’era sempre il pericolo che scivolasse e si facesse male. Non desiderava rimanere bloccato tutta la notte, in attesa che il mattino dopo qualcuno passasse di lì e, vedendolo, lo soccorresse.

Meglio evitare!

La contrada in cui abitava era la più scalognata di tutte. Isolata, fuori mano, era difficile uscirne, era difficile rientrare, soprattutto di notte. Quell’autunno, poi! Le notti si allungavano, eRoberto aveva fatto male a restare troppo tempo al bar del paese. Bisognoso di contatto umano, era rimasto a chiacchierare di calcio e donne, un bicchierino di amaro là, una birretta… Stava dieci minuti a chiacchierare, dunque beveva un poco.

Una bella serata.

Si era divertito, ma ora se ne stava pentendo. Dimenticava sempre come fosse difficile rientrare a piedi; trovare un passaggio era stato impossibile, si era dovuto arrangiare. E ora camminava, marciava. Una fortuna – almeno, era relativa – aveva smesso di piovere. Troppo fango, la situazione poteva essere gestita più con prudenza che facilità.

Fu un gracidio a farlo paralizzare.

Un gracidio molto forte.

Roberto ci avrebbe scommesso che fosse stata una sola rana, non tanti anfibi all’unisono, eppure era stato troppo forte. Un gracidio forte, uno solo.

Che razza di animale può essere? Roberto adoperò la torcia per guardarsi attorno, rimase immobile, e vide una strana creatura. Un rospo enorme, grande almeno quanto la sua utilitaria. Ed evanescente.

Roberto lo vide spalancare la bocca, la quale si rivelò grande, buia, vuota. Pure gli occhi: vuoti e bui.

Roberto deglutì, si chiese che razza di animale fosse; aveva sentito di rane bizzarre nella foresta amazzonica.

In Sud America, non nella pianura Padana.

Roberto si morse un labbro, indeciso se muoversi o no; il fascio di luce si spense e il buio lo sommerse del tutto.

Il rospo – un rospo fantasma? – gracidò di nuovo, spiccò un balzo in avanti e la bocca, di nuovo riaperta, fece sgusciare fuori la lingua.

Roberto sfogò tutto il suo terrore in un grido, lasciò cadere la torcia e fuggì in direzione di casa sua.

Giunto a destinazione, si chiuse a chiave e, il cuore che gli batteva a mille, realizzò una cosa: Non sono mai tornato a casa senza torcia evitando di farmi male, incredibile!

Il rospo fantasma era servito a qualcosa.

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Discussioni

  1. Ciao Kenji, mi è piaciuto il tuo racconto perché parte da una situazione molto normale come il rientro a piedi nella notte, la stanchezza, il fango, e piano piano lascia entrare qualcosa di strano e inquietante, fino alla comparsa del rospo enorme e quasi irreale, che è un’immagine forte e facile da visualizzare. Bello anche il contrasto tra la paura vissuta e la riflessione finale, quasi ironica, che dà al racconto un senso di piccola favola notturna. Breve ma suggestivo, lascia una sensazione curiosa addosso.

  2. Mi è piaciuto proprio per la sua semplicità. Parte da una situazione quotidiana, quasi banale, e la porta con naturalezza verso il surreale senza forzare troppo la mano. L’immagine del rospo fantasma è efficace e il finale aggiunge una nota quasi ironica che chiude bene il cerchio. Nella sua essenzialità, funziona.