Il rumore lo senti solo tu e solo io

L’operatore entrò nell’ufficio del dottor Carlini con dei fogli – “Dottore ne ho trovata un’altra, stava sul tavolo della sala ricreativa”. -Il dottore afferrò la lettera, inforcò gli occhiali – “Ancora?” disse “Vabè…” – tre fogli fitti di parole – la calligrafia curata che ormai riconosceva -.

 

“Gli anni sono coriandoli che cadono alla rinfusa sul pavimento della vita – e i loro colori sono in balìa di quanta luce c’è e dal dal grado di daltonismo di chi li osserva-. Oh, ma è quasi pronta la cena- e io sono ancora vecchio di colpo – pensandoci lo sono – ma se penso alla minestra quando mi brucia la lingua se non ci soffio su – come facevo da bambino – allora sono sempre lo stesso.

Adalgisa, quanto tempo ci resta da vivere? – E quanto hai vissuto senza che io lo sapessi? – Tra le mura color pesca di questa “residenza per anziani” – dimmi cosa pensi, anche nei sogni che faccio o che farò nel mio letto singolo – ho voglia di sapere se ne vale la pena – ma faccio più pena a parlare su questi fogli su cui sospiro col mio alito che sà di medicine.

Spaventami pure in sogno – dì qualcosa che sappia di rivelazione – devo chiederti di fare una partita a carte noi due? – ma Adalgisa siamo vecchi – e lo sono quando ci penso – 80 anni e passa – e miliardi di istanti – tu seduta al tavolo con lo sguardo tranquillo insieme alla tua amica – le mani quasi trasparenti sulla tovaglia di carta – senza una macchia – stupidamente rotonda per guardarsi in faccia – mentre qui c’è ancora qualcuno che crede di essere sul punto di tornarsene a casa – e li vedi infilare calze e tute nella valigia il sabato mattina – prima della visita dei loro figli – dai quali si aspettano un cenno – senza trovare il coraggio di dire “sto bene ma voglio andare a casa”.

Adalgisa, io e te qui ci resteremo – ma insieme sarà diverso.

Come quella sera – quando durante l’ora di TV ho abbandonato la poltrona – faceva caldo e fuori arrivava il sudore che accarezza le strade in festa – l’estivo vociare dei ragazzi e la musica nel luccichio di fuori d’artificio in lontananza – gente che camminava con gelati tra le mani come fiaccole. Una passeggiata noi due? Ma Adalgisa, ci avevo pensato – sai che è impossibile – tu non cammini quasi più e una volta sei caduta e ci siamo spaventati tutti ed è venuta l’ambulanza – gli infermieri ti hanno controllato la pressione – non conoscevano il tuo nome – e le loro mani frettolose hanno spezzato il tuo braccialetto – che era stato di tua nonna e poi di tua mamma – e poi?di chi sarà? lo sapevi solo tu. Quella sera della festa in paese siamo usciti in terrazza – io te e la tua amica – tu sorridevi e io ti immaginavo col rossetto sulle labbra – abbiamo parlato fino a tardi e poi siamo rientrati – e non mi sono sentito vecchio neppure pensandoci. Giovani e vecchi – inizio e fine e fine e inizio – una serata – e indicavi la chiesetta spruzzata di lampadine – e abbiamo fantasticato sulla forma dei tetti. Ma quanto deve sembrarti tutto inutile? Temi più ciò che penserebbero i tuoi figli della morte – come se il tuo vecchio cuore non potrebbe reggere l’urto – e io ti osservo quando vengono qui – così attaccati all’immagine che avevi – quando stavi con tuo marito – un pezzo della tua vita che è un pezzo di te – lo so, lo so, sarebbe troppo per te staccarlo da te.

È bello essere innamorati come in un sogno – non voglio smuovere altro che della tua vita se non il cuore oggi – che come mi hai detto sobbalza nascosto da tutti – il rumore lo senti solo tu e solo io – tutto sembra com’è – piatto e senza futuro – per gli altri che pensano che la nostra vecchia vita sgoccioli soltanto- Ci siamo divertiti quella sera – tuo Vittorio.”

 

Il dottor Carlini aveva un mucchio di piccole visite agli ospiti che doveva sbrigare – il camice bianco stropicciato – poggiò i fogli sulla scrivania – si tolse gli occhiali e si stropicciò gli occhi con entrambe le mani – sospirò – serata pesante.

“Marco scusa mi chiami un secondo il signor Vittorio?” disse all’operatore.

Nella sala ricreativa c’era solo il vociare della TV – col suo schermo fluorescente – che buttava luce sui tavoli e sulle sagome degli anziani seduti a gruppetti.

L’operatore iniziò a scrutare i loro volti – “qualcuno sa dov’è Vittorio?” urlò per farsi sentire – la signora Rosalba gli indicò il terrazzo dove si vedeva Vittorio con il braccio sulla ringhiera – il bastone accanto – che guardava verso il paese.

Entrarono insieme nell’ufficio – il dottor Carlini aveva tra le mani la lettera.

“Buonasera Vittorio, prego si sieda”. Vittorio si sedette aiutato dall’operatore.

“stavo leggendo la sua nuova lettera” disse mostrandogliela “è davvero ben scritta complimenti, si vede che è un uomo colto, del resto sappiamo che ha insegnato per 40 anni letteratura italiana al liceo.”

Vittorio non si mosse né parlò.

“Però, vede, lei continua a lasciare in giro queste belle lettere…sempre indirizzate ad Adalgisa. Per carità, sono molto toccanti…ed è lodevole come una persona della sua età abbia questo sentimento così…così acceso…però…” lo sguardo del dottore incrociò quello dell’operatore.

Vittorio non rispose.

“Mi dica, dorme bene la notte? Ha appetito?”

Il dottore riprese a sfogliare la lettera. Aspettò qualche istante – non ricevette nessuna risposta – sospirò.

“Signor Antonio, lei insomma scrive a questa donna e…- la sua faccia, le sue guance gonfie d’aria assunsero una smorfia che suggeriva gravità.

“Abbiamo controllato già da tempo; dalla sua apertura questa residenza per anziani non ha mai ospitato una donna di nome Adalgisa e…”

“penso che lei abbia bisogno di un piccolo controllo. Niente di che, ne abbiamo parlato già con suo figlio. Farà una chiacchierata con un mio collega molto preparato…”

“Certo dottore” disse solo Vittorio. Il suo assenso rincuorò il dottore che guardò l’orologio appeso alla parete.

“Perfetto, allora la avvisiamo noi quando dovrà fare questa visita”.

Troncò subito il discorso, si alzò poggiò la sua mano sulla spalla -mano sudaticcia, con una grossa fede all’anulare.

“Posso andare?” disse Vittorio, l’operatore lo aiutò ad alzarsi in piedi.

Salutò educatamente e si incamminò verso la sala ricreativa- a piccoli passi con le sue gambe tozze – il fruscio dei pantaloni della tuta – sempre la stessa – accarezzavano il legno scheggiato del bastone.

Superato il breve corridoio gli si spalancò la sala -come la navata di una chiesa – nessuno lo notò nell’oscurità lontana dalla luce della TV – i suoi passettini non facevano rumore.

Superò un paio di tavoli – qualcuno gli disse qualcosa – metro dopo metro- si fermò al tavolo vicino la finestra del terrazzino. Lì erano sedute Rosalba e un’altra donna anziana, in disparte, assorta nei suoi pensieri – Vittorio si fermò reggendosi al tavolo.

Affianco a Rosalba quella donna sorrise – un sorriso pudico – di circostanza – si toccava le dita ossute – e guardava a intermittenza Vittorio che parlava dei fastidi alla schiena con Rosalba.

Nel parlare Vittorio gesticolava un po’ – e sbirciava lo sguardo di quella donna, dietro Rosalba che adesso rideva – e quel gesticolare smuoveva l’aria tiepida che s’infrangeva sulle sue guance dure – ma sotto sotto rosse – per il sentimento – ma sì, chiamiamolo pure Amore – che pulsava nel suo vecchio corpo – come i colori di un vestito nuovo dentro un armadio pieno zeppo di vecchie tonalità.

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