Il sangue non è acqua.

L’impronta del suo pollice insaguinato, rimase impressa nell’angolo destro della cornice dove una rosa era stata sapientemente incisa. Non si era accorta del sangue. Guardandosi le unghie apprese che non era del tutto seccato. Fu un pensiero sfuggente, fumoso, qualcosa che non fece davvero in tempo a posarsi nei recessi della sua mente. Tornò a concentrarsi sulla cornice; era il souvenir di un viaggio a Parigi di diversi anni prima… Isabelle sua figlia, la fissava impressa in quel fotogramma, scattato in un momento di pura felicità. Aveva le guance arrossate, le piccole labbra a cuore schiuse in una risata piena di gioia.
Ricordi immortali, ecco cos’erano le fotografie. Nulla cambiava, lì su carta. Tutto restava com’era.
La realtà invece era un’altra cosa. Soprattutto per lei.
Si
 lasciò cadere sulla poltrona accanto alla finestra e dopo aver strofinato la cornice contro la coscia per rimuovere l’impronta insaguinata, la ripose al suo posto.
«Hai di nuovo sfoderato gli artigli, catwoman…?»
La voce di Hiroaki le giunse ovattata, distante. Aveva sempre pensato che il giapponese fosse affascinante. Nonostante vivesse a Las Vegas da anni, Hiro continuava a essere influenzato dalla sua lingua madre; un dolce scampanellio nella pronuncia, la cantilena di un altro luogo, di altre tradizioni.
Le sarebbe piaciuto tornare un giorno in Giappone. Magari in primavera, quando i ciliegi fiorivano e i festeggiamenti riempivano le strade di colori e profumi deliziosi.
«Uno dei clienti ha provato a toccarmi e ho reagito. Ha detto che mi denuncerà. Quando ha visto Yuri entrare nel privè, ha cambiato idea. Credo lo stia massacrando di botte proprio ora, mentre noi ce ne stiamo a scambiarci convenevoli.»
Si passò la punta della lingua tra le labbra riarse, reclinando il capo contro il poggiatesta della poltrona. Yuri in realtà doveva aver finito di picchiare quel tizio almeno un’ora prima, non ne era certa… Aveva perso il senso del tempo mentre se ne stava seduta al bancone, di fronte a numerosi bicchieri di tequila vuoti. 
«Quanti ne hai bevuti stasera?»
La voce di Hiro, era più vicina. Sentì le dita affusolate di lui, scostarle i capelli all’altezza della fronte. Un tocco piacevole, familiare. Non permetteva a nessun’altro uomo di toccarla così. Come fosse fragile, come fosse qualcosa di delicato. Hiroaki era diverso, era il suo migliore amico, l’unico punto fermo nella sua vita.
C’erano i suoi figli, sì certo, la sua Isabelle e il suo Stephen ma non vivevano più con lei da molti anni; lasciarli al loro padre, era stata una decisione saggia seppur sofferta. Corleone le dava la caccia, aveva un bersaglio puntato addosso, era una mina vagante, in continua fuga, in continuo cambiamento…
I suoi bambini dovevano stare al sicuro, distanti chilometri da lei. 
«Dopo il quinto shot, ho perso il conto. La tequila è come un viaggio in barca, se non ti sporgi troppo il lento oscillare è quasi piacevole.»
Hiroaki ridacchiò, poi si sedette di fronte a lei poggiando i gomiti sulle ginocchia. Indossava un completo nero con una camicia bianca dal taglio sartoriale leggermente aperta all’altezza del collo;  da lì penzolava una catenella sottile d’oro bianco che terminava con il ciondolo di un piccolo pugnale, in cui vi era incastonato un rubino.
Era un suo regalo quello. Un dono che Hiroaki non aveva mai tolto. 
«Se non smetti di bere, la barca finirà per schiantarsi contro un grosso iceberg.»
Celeste incurvò le labbra in un sorriso e aprì gli occhi, fermandoli sul volto bellissimo dell’amico. Aveva tratti eleganti, Hiro pareva uscito da un quadro di fine ottocento, nessuno avrebbe mai pensato quanto potesse essere spietato. Anzi, quanto potessero essere spietati. Non a vederli in quel momento, dentro la luce soffusa del camino acceso alle loro spalle, intenti a sussurarsi frasi divertite e al contempo, piene d’amarezza.
Era diventata un’alcolizzata? No, non ancora. Era la sua forza di volontà ad evitarle di cadere nel baratro.
Ma
 se avesse permesso alla barca di prendere il largo… allora si sarebbe persa.
«Penso sempre più spesso a mio padre. Oggi mi sono detta… Gli somiglio. Ho provato con tutte le mie forze, a non somigliargli. Mentre fuggivo per il mondo, mentre cercavo di vivere e a volte, di sopravvivere, mi ripetevo di continuo: sono la figlia di un mafioso, ma non devo per forza esserlo a mia volta. Invece, è questo che sono vero? Sono diventata ciò che ho cercato di fuggire sin dall’inizio.»
La mano di Hiroaki si posò su quella di lei. Per un pò non ci fu nient’altro che il silenzio, poi l’uomo si decise a parlare.
«Sì, è quello che sei. Ma non sei come tuo padre. Se avessi potuto scegliere davvero, avresti percorso una via diversa. Hai provato in tutti i modi a essere migliore. Ti sei sposata, hai desiderato d’essere amata per ciò che eri… Il modo in cui hai amato, ha dentro la purezza di un angelo e il fuoco dell’inferno. Hai avuto dei figli, figli che ami più di quanto non ami te stessa. Moriresti per amore. Tuo padre non è mai stato tanto nobile. E’ morto da mafioso, non certo da eroe. Nascondeva ciò che era agli occhi della sua famiglia. Cercava di fregare chiunque. Tu fai quello che devi fare e basta, perchè ti ci sei trovata dentro, perchè il tuo sangue è quello che è, non è qualcosa che puoi cambiare.»
Celeste guardò la mano di lui poggiata sulla sua e volse il palmo, in modo da potergliela stringere.
Sorrise incurvando appena le labbra e i suoi occhi cioccolato, brillarono brevemente.
«Il tuo modo di giustificare i miei crimini, è quasi poetico…Quando premo il grilletto e decido della vita di un uomo, io sono…»
Hiroaki poggiò una mano sulla sua bocca. Si guardarono negli occhi, lei stupita da quel gesto, lui deciso a non farla continuare.
«In pericolo. Quando premi il grilletto la scelta è tra te, o tra chi hai di fronte. Ed io sono felice che il tuo buon senso, ti faccia supporre che per te è meglio respirare.»
Abbassando lentamente la mano dalle sue labbra, l’uomo si alzò in piedi e si avvicinò al camino gettandovi dell’altra legna. Fuori era inverno, dal deserto proveniva un’aria gelida. Prostitute e papponi, giravano per le strade illuminate di Las Vegas, bardati in costosissime pellicce.
Celeste restò a fissare il profilo di Hiroaki bagnato dalla luce del fuoco e si lasciò andare a un leggero sospiro. Piano piano, le palpebre si abbassarono, il respiro si fece più pesante e la donna sprofondò nel sonno. 
Non si accorse delle braccia forti del suo migliore amico che l’afferravano per portarla sul letto, delle sue dita che delicate le scostavano la parrucca rossa dalla testa per poggiarla sul comodino, della delicatezza con cui le tolse le forcine e liberò i suoi folti capelli castani.
Non si accorse del modo in cui lui la guardava; come fosse qualcosa di prezioso e raro, da proteggere.
Forse, non se ne sarebbe accorta mai intenta com’era a sopravvivere, a lottare, con se stessa e con il mondo.
Ma
 ad Hiroaki, andava bene anche così. L’avrebbe affiancata sempre, le avrebbe offerto sempre un posto in cui sentirsi al sicuro.
Un luogo immortale che non sarebbe cambiato mai, nonostante tutto, nonostante tutti. 

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Discussioni

  1. Come sempre hai uno stile ammaliante, degno di una bella copertina cartacea 😉
    Molto bello i personaggi e i dialoghi ben fatti.
    Come sempre un ottimo lavoro!

    1. Daniele, sei sempre gentilissimo. Grazie per ogni parola e po’ er esserti fermato a leggermi, attendo di leggere un nuovo episodio della tua serie ?

  2. Ciao Vanessa, ho solo un commento per te e credo saprà esprimere fino in fondo quanto ho apprezzato questo racconto. Mia figlia si chiama Nikita ?

    1. Awwww, quindi immagino che ti sia piaciuto tanto ?

    1. Grazie Alessandro, mi hanno sempre detto che le descrizioni sono il mio forte, soprattutto quelle che riguardano i sentimenti, emozioni… Per me è sempre un bellissimo complimento da sentirmi dire, grazie di cuore ?

  3. Ciao Vanessa, e perbacco se questo non è un libriCK pieno di sentimenti, amore, passione, orgoglio e dolcezza, contrastati in maniera sublime da sordide atmosfere e descrizioni delicate e sopraffine. Per me è davvero difficile scovare angoli preferiti, perché ne ho adorato ogni singolo passo, ogni singola voce dei tuoi protagonisti. Ma di certo, la parte che recita “Ricordi immortali, ecco cos’erano le fotografie. Nulla cambiava, lì su carta. Tutto restava com’era.
    La realtà invece era un’altra cosa. ” parole scontate per qualcuno, per me pura filosofia, in cui vivificano una miriade di significati. E il finale, dolce e poetico, fa venire la classica lacrimuccia! Brava Vanessa, davvero i miei complimenti?!

    1. Antonino, mi fa tanto piacere che questo librick ti abbia trasmesso tanto. Celeste ers un personaggio con diverse sfumature e numerose contraddizioni. La parte sui ricordi immortali, è quasi detta con amarezza da lei, con disincanto e si lega poi al luogo immortale che le offre Hiroaki: la sua presenza. Mi è piaciuto creare questo contrasto tra disincanto e speranza che credo sia un po’ parte dell’essere umano. Grazie ancora ?