Il santuario del terrore

Giorni nostri, ma sarebbe meglio anche di no

«Siamo arrivati».

A Donald quella voce diede fastidio. Avrebbe voluto rispondere “E quindi?”, ma non lo fece, nello Special Air Service ci doveva pur essere un po’ di disciplina, sennò quel poco che era rimasto ai britannici sarebbe sfuggito come acqua dalle mani dalle dita aperte.

Donald e gli altri SAS smontarono dall’UH60 Black Hawk come se fosse un cavallo, puntarono nella direzione delle caverne.

Secondo lui erano più degli antri, come quelli delle streghe di cui sua madre gli raccontava quando era bambino.

Banshee?

No, peggio.

La falange di SA80 raggiunse la prima caverna, da lì arrivò una raffica di AK, gli SA80 reagirono con un fuoco di saturazione al cui cospetto neppure un elefante sarebbe sopravvissuto.

Non bastò, all’ordine del comandante lanciarono le granate, le quali esplosero con delle detonazioni da far crollare per la seconda volta le Torri Gemelle, ma sarebbe bastato il Palazzo presidenziale a Kabul.

Vedendo che dei terroristi erano rimasti pochi brandelli di carne, Donald stava per chiamare gli infermieri, che almeno qualcuno concedesse una degna sepoltura a quei resti, ma il comandante non fu della stessa idea:

«La prossima».

Se Donald era nordirlandese, non tardò a immaginare che gli antenati dell’ufficiale che li guidava in battaglia fossero giubbe rosse che avevano massacrato mujaheddin e zulu in ogni angolo dell’ex Impero britannico.

Si mossero come un’onda anomala, videro altri mujaheddin che non avevano nulla a che vedere con quelli delle guerre anglo-afghane, adesso c’era qualcosa di più importante sul piatto, e passarono e ripassarono le altre caverne.

Agli occhi di Donald era tutto così spietato, e poi nessuno meritava redenzione: alla fine c’era la morte, e che si fosse anglicani o sunniti, quello era il capolinea di tutti.

Non ebbero pace, non la diedero ai terroristi, e non appena l’ultima grotta subì lo stesso trattamento, Donald per un attimo perse tempo a contare le dita di una mano straziata dalle esplosioni che il comandante lo inseguì con la voce:

«O’Connelly, che fai! Dobbiamo filare».

Donald si ricordò che quello era il santuario del terrore, uno dei tanti, e come se loro fossero i fattorini di una lunga morte dovevano pensare ancora ad altri santuari da colpire.

Donald si arrese alla violenza. In effetti non ho scelta.

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Discussioni

  1. “Agli occhi di Donald era tutto così spietato, e poi nessuno meritava redenzione: alla fine c’era la morte, e che si fosse anglicani o sunniti, quello era il capolinea di tutti.”
    Come in tutte le guerre “di religione”.
    Bravo Kenji, considerazione stringata ma che dice tutto.