Il sassolino nella scarpa

Era domenica. Cè si apprestava ad andare a trovare sua nipote Agar a Milano, era stato invitato a cena nel nuovo appartamento e non voleva mancare.

Da quando aveva smesso di lavorare però, si era illuso di essersi lasciato alle spalle il traffico cittadino, vedeva i semafori sempre più in agguato come  briganti armati di photored, sempre pronti a balzare al centro della carreggiata al grido: «O la borsa o i punti della patente!»

Doveva arrivare a Porta Nuova e l’idea di attraversare mezza città gli metteva ansia. Si sentiva come un personaggio di un racconto di Salgari, costretto a farsi strada in una giungla di automobili cicli e motocicli, spiato da telecamere, percorsi obbligati e zone ZTL.

Giunto a destinazione, salì con l’ascensore fino al dodicesimo piano, quando le porte si aprirono, Agar lo stava già aspettando sul pianerottolo, dopo gli abbracci e i saluti, lo accompagnò all’interno con l’entusiasmo di chi ha appena iniziato una nuova vita.

L’edificio era uno dei tanti grattacieli sorti negli ultimi anni, dove vetro, cemento e alluminio cercavano di comporre un’identità originale. Sulle facciate crescevano alberi sospesi, idea di un famoso architetto, brillante quanto eccentrico, a Cè venne da pensare che l’avesse pensato in prospettiva, immaginando che in futuro avrebbero potuto offrire rifugio alle scimmie urlatrici che già popolavano i parchi cittadini.

L’appartamento, invece, gli piacque subito, era ampio, luminoso e accogliente; dopo aver visitato le stanze, uscì sul grande terrazzo.

Da lassù la città appariva diversa, lo sguardo correva oltre i tetti e i palazzi fino alla linea lontana delle montagne, poi abbassò gli occhi, la sotto le persone si muovevano in un flusso continuo, alcuni evitavano automobili parcheggiate male, altri aggiravano cantieri, bancarelle, recinzioni. I percorsi si incrociavano, cambiavano direzione, rallentavano, riprendevano.

«Che cosa guardi?» gli domandò Agar, raggiungendolo: «La gente.» rispose Cé.

«E che cosa ci trovi di così interessante?»

Cè indicò la strada. «Mi sembra che si complichino la vita da soli.» Agar sorrise: «Oppure sanno qualcosa che tu non sai.»

Lui non rispose, continuò ad osservare, da quell’altezza gli pareva di cogliere collegamenti invisibili a chi camminava laggiù. Gli ingorghi, la fontana, gli attraversamenti, i vialetti, gli sembrava che molti con qualche suggerimento avrebbero potuto risparmiare tempo.

Con qualche informazione in più, pensò, avrebbe persino potuto organizzare i loro spostamenti, provò ad ascoltare le voci che salivano dalla strada. Sentì soltanto un brusio indistinto, qualche clacson e il rumore del traffico.

Aveva trascorso la vita cercando di comprendere sé stesso e il mondo, osservare, riflettere, individuare e risolvere problemi e a volte mettere in dubbio le soluzioni degli altri, erano sempre stati i suoi esercizi preferiti. Forse era per questo che gli sembrava naturale credere di poter aiutare.

Individuò un uomo con una maglietta rossa, se accelerasse un poco, pensò, eviterebbe di fermarsi al prossimo semaforo.

Poi distante notò un’automobile che avrebbe potuto rallentare e un’altra che avrebbe potuto parcheggiare meglio, più osservava, più ogni cosa gli pareva evidente, alla fine non resistette.

«Ehi, tu con la maglietta rossa! Allunga il passo!»

Naturalmente nessuno lo sentì.

Provò di nuovo, a voce più alta, qualcuno si fermò e alzò lo sguardo. «Sono Cè!» gridò. «Da quassù vedo cose che voi non potete vedere. Posso aiutarvi!»

Le reazioni furono varie, alcuni ripresero a camminare senza degnarlo di attenzione, altri lo considerarono un eccentrico.

Qualcuno temette addirittura che stesse per buttarsi dal balcone, altri ancora, incuriositi, decisero di ascoltarlo.

Incoraggiato, Cè cominciò a impartire istruzioni.

«Tu gira a destra!»

«Tu accelera il passo!»

«Tu aspetta qualche secondo!»

Ma i problemi arrivarono quasi subito, le persone ricevevano indicazioni senza che lui sapesse chi fossero, dove stessero andando o perché si trovassero lì. Un consiglio utile per qualcuno risultava inutile, o addirittura dannoso, per un altro.

Ben presto iniziarono le proteste, c’era chi sosteneva di aver perso tempo, chi aveva mancato un appuntamento.

Chi semplicemente non vedeva alcun motivo per obbedire a uno sconosciuto affacciato a un balcone.

Proprio in quel momento Agar chiamò tutti a tavola, Cè si allontanò dalla ringhiera e andò a sedersi con gli altri commensali.

Mentre mangiava, gli sembrò di sentire la folla che continuava ad aspettarlo laggiù, alcuni forse attendevano nuove indicazioni, altri, probabilmente, lo stavano insultando.

Si alzò e tornò per un istante sul terrazzo: «Abbiate pazienza!» gridò. «Finisco di mangiare e torno a occuparmi di voi!»

Poi rientrò, passando davanti a uno specchio, si fermò, per un attimo si vide con gli occhi di chi stava in strada.

Vide un uomo affacciato a un balcone che pretendeva di guidare persone delle quali ignorava desideri, necessità e fatiche, un uomo convinto che osservare dall’alto significasse comprendere.

E in quell’immagine riconobbe qualcosa che aveva sempre criticato.

La posizione elevata gli offrì una prospettiva più ampia, ma non una conoscenza più profonda, da lontano aveva visto le traiettorie, da vicino, invece, si sentono i passi.

Fu allora che riaffiorò un ricordo, sua nonna Annetta gli ripeteva spesso: «Quando inizi un viaggio, metti sempre un sassolino in una scarpa.»

Da bambino non ne aveva mai capito il significato.

In quel momento gli apparve chiarissimo, quel sassolino serviva a non dimenticare la fatica del cammino. A ricordare che ogni passo pesa in modo diverso per chi lo compie. A impedire che la comodità delle posizioni elevate faccia credere di conoscere la strada degli altri meglio di loro.

Cè tornò a tavola e allontanò il piatto, per il resto della giornata rimase quasi sempre in silenzio.

Aveva capito che aiutare gli altri non significa scegliere il loro percorso.

Significa, prima di tutto, ricordarsi com’è la fatica di camminare.

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