Il sicario zelante
87 a.C.
Manlio non sentiva la mancanza del campo di battaglia. L’odore ferroso del sangue, l’erba che si vedeva a stento perché ricoperta dal tappeto di corpi e resti di corpi, la devastazione che regnava sovrana, la morte che a sua volta regnava sovrana.
No.
E come poteva, se era tornato a immergersi in quel calice di violenza? L’unica cosa diversa, non c’era il terreno di un pascolo, bensì le strade di Roma.
La pietra non assorbiva il sangue che Manlio faceva versare.
Non gliene importò troppo, gli bastava non scivolare né tantomeno rendersi ridicolo con i sicari che Gaio Mario gli aveva assegnato – Meglio di no! – per compiere le esecuzioni degli iscritti alle liste di proscrizione.
Senatori.
Equites.
Aristocratici.
Ricconi vari.
Manlio, cresciuto nella Suburra, provava uno strano senso di rivalsa. Vendicava le sue sofferenze, le umiliazioni che aveva subìto vivendo nella miseria quando i nobili facevano festa. A dir la verità, lui aveva sempre sognato essere come loro, non sterminarli.
Non gliene fregò più di tanto: La vita è imprevedibile, considerò.
Adesso che lui e i suoi uomini avevano eliminato un senatore spocchioso che aveva preteso gli facessero l’inchino, Manlio decapitò il corpo, e poi lui stesso interloquì mentre stringeva per un orecchio il cranio pelato dell’ennesima vittima di quel terrore:
«Chi è il prossimo?».
Il personaggio più simile a uno scriba, quello che più di tutti possedeva doti da intellettuale ma poi si ripuliva i piedi nel sangue versato, lesse su una pergamena. «Un liberto che ha parlato male del nostro signore. Abita qua vicino».
«Andiamo». Manlio trascinò i sicari ai suoi ordini perché la giustizia del loro signore e comandante, Mario, andava rispettata. Non era fondamentale osservare che il liberto, l’ennesima prossima vittima, si sarebbe limitato a dire che:
“Questo qua esagera”.
Raggiunsero la domus del liberto. Stavano per sfondare la porta, qualcuno tirò per un lembo il sagum di Manlio.
Seccato, Manlio si girò.
Davanti a lui, un giovanotto che doveva aver preso la toga virile da poco tempo.
«Che vuoi!» soffiò Manlio. Immaginò che quel tale volesse denunciare suo padre apposta per mettere subito le mani su una ricca eredità, l’impaziente.
«Ho criticato Mario. Uccidimi» stupì Manlio, il quale scosse la testa:
«Amico, sei pazzo».
«L’ho fatto sul serio. Uccidimi» lo pregò, si mise in ginocchio, scoppiò in singhiozzi.
«Mica ti uccido per questo. Se vuoi suicidarti, procurati un gladio e armati di coraggio per trafiggerti il cuore». Gli diede uno spintone e il ragazzo barcollò, cadde a terra sbattendo il cranio e, un rivolo di sangue dall’orecchio, si capì che era morto.
Gli altri sicari ghignarono e applaudirono come a uno spettacolo del circo.
«Oh» si lasciò scappare Manlio. Senza volerlo, l’ho accontentato.
Ti piace0 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Secco e riuscito: hai la violenza “in presa diretta” ma la cosa che resta è l’ironia nera dell’ultimo gesto, quel minimo scarto tra intenzione e destino.
Già! Grazie per essere passato
Ciao Kenji, mi è piaciuto il tono secco e sporco, senza eroismi. La violenza è raccontata con naturalezza disturbante e il finale, quasi casuale, fa più effetto di tante scene gridate. Crudo al punto giusto.
Molte grazie! Ogni tanto mi piace scrivere dell’antica Roma