Il signor Vecellio

Serie: Marie


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Marie si prepara per la serata. Le due donne si incontrano sulla terrazza dell’albergo. Per rompere il ghiaccio il vino frizzante che scioglie la lingua e le tensioni.

Il signor Vecellio, il mio editore, mi aveva scritto che le poesie non si vendono. «Esistono milioni di spazi, sull’web, che pubblicano versi, famosi o sconosciuti, vecchi e moderni, belli e brutti, che si possono leggere gratis. In pochi sono disposti a spendere qualche euro per avere pagine di carta piene di rime, di versi sciolti o liberi, che spesso solo l’autore saprebbe spiegare per capirne il senso. O talmente elementari e banali da far effetto solo sulla peristalsi intestinale del lettore. Con l’ utilizzo crescente dell’AI, arrovellarsi per decifrare i testi ermetici di quattro parole per condensarne cento, è una fatica e una tortura che un cervello impigrito non ha più voglia infliggersi. Se fossero parole e metafore toccanti che colpiscono anche senza sapere il perché, se ne troverebbero comunque una valanga su PerVersi e in altri blog o piattaforme simili.»

«E se alternassi i versi con la prosa, variando la parte lirica con i  dialoghi e il racconto, che ne pensa, andrebbe meglio?»

«Descriva il suo progetto e lo invii alla redazione, poi si vedrà. Ma si ricordi che deve osare di più. Deve essere più audace. Nelle sue narrazioni prevale un gusto dolce che rischia di diventare stucchevole. Manca il piccante. Ci vuole più eros. Si è mai chiesta perché tanta gente pratica sport estremi? Hanno perso la fantasia, non sono capaci di volare da fermi e sentono il bisogno di lanciarsi nel vuoto per provare brividi che li faccia sentire vivi.»

***

Io intanto continuavo a scrivere, imperterrita: prosa e versi e versi in prosa. La mia malattia cronica, la mia cura e la mia ossessione. Incitata dal signor Vecellio, l’ultima idea che accarezzava la mia mente, e formicolava dappertutto, era quella di creare un storia che iniziasse da un incontro vero, fugace, senza niente di concreto, di carnale o di promesse future.

Avevo già scritto i primi capitoli. Bollicine, Il terzo, temevo non fosse ancora abbastanza, senza peso né sostanza. Forse lui avrebbe commentato che era solo aria fritta.

Mi torturavo pensando al prosieguo. Le due donne, dopo il primo brindisi, si sarebbero scambiate i regali. Marie avrebbe portato un acquerello: un campo di lavanda, il dipinto realizzato durante il suo ultimo viaggio a Valensole, nel sud della Francia, dove era nata.

L’ altra avrebbe portato un papiro scritto a mano, in corsivo, con inchiostro rosso. Rosso come l’abito che indossava Marie. Rosso come il corallo della città dove alloggiavano. Rosso come il volto di chi, nonostante l’età, si vergognava come un’adolescente ancora timida, nel manifestare le sue emozioni senza filtri, su quella carta pergamena.

L’attesa

Il tempo è vuoto,

lo spazio colmo d’inutili cose,

la tv accesa,

il telefono muto.

Voci di parole confuse.

Vana è l’attesa

che un raggio di luce,

un gran soffio di vita,

un gesto sincero…

Lo sguardo che seduce

ancora nel pensiero:

un’immagine ardita

che indietro conduce

a un tempo leggero

frizzante e svanito.

Marie, dopo aver sciolto il laccio color amaranto, avrebbe inforcato gli occhiali per leggere quel piccolo componimento. I suoi occhi, col passare del tempo, sarebbero stati meno limpidi, come frammenti di cielo, velato da una rada foschia. L’altra, osservando l’espressione del suo volto, per un attimo avrebbe avuto la sensazione che le iridi di Marie fossero come due boccioli di fiordaliso bagnati di rugiada. Una sensazione svanita dopo pochi istanti, quando, sorridendo, le avrebbe preso una mano tra le sue e guardandola più intensamente, quasi sottovoce, le avrebbe proposto qualcosa che il tono di voce del cameriere, accostandosi in quel momento al loro tavolino, avrebbe reso quasi impercettibili.

«Un altro calice per me e – cercando l’approvazione nello sguardo dell’altra – un altro per la signora.»

Un lungo silenzio: l’una e l’altra, avrebbero pensato all’idea lanciata da Marie.

Poi la domanda: «Hai portato i colori?»

«Una scatola di pastelli Faber-Castell. Non viaggio mai senza quelli. Appena torna il cameriere, vuotiamo i calici e saliamo in camera. Nel frigo bar ci sono altre bollicine, se sentiamo la gola secca brindiamo ancora.»

Avrebbero tracannato il calice di spumante in quattro sorsi e poi via, all’ascensore, per salire al terzo piano.

Giunte in camera Marie avrebbe deciso di mettersi comoda. Si sarebbe svestita con disinvoltura, senza voltarsi, mostrando i piccoli seni impettiti, con i capezzoli scuri e rotondi, come due minuscoli frutti di rovo quasi maturi.

A quel punto mi domandavo se il racconto fosse abbastanza piccante o solo melenso. Forse avrei dovuto sostituire qualche parola con termini più audaci. Avrei potuto rendere le immagini più stuzzicanti e soprattutto più sensuali. Marie, avvicinandosi all’altra donna, le avrebbe cinto i fianchi, invitandola a stendersi sul letto. «Levati i sandali. Spogliati! Sciogliti i capelli e lasciali cadere sul seno. Apri la bocca e morditi le labbra.»

Anche un po’ meno, magari. Non ero sicura che quel tono fosse adatto. Rischiava di degenerare in un rapporto sado-maso.

Avevo bisogno di una boccata d’aria. Un po’ di movimento all’aperto, una passeggiata fino al parco per favorire la circolazione, ossigenare il cervello, stimolare i neuroni e attivare tutte le aree dell’encefalo necessarie per far scattare l’ispirazione; qualche buona idea per proseguire la storia.

Il parco era tranquillo. Niente bambini urlanti. Niente ragazzi scalmanati sulle loro biciclette. Solo alcuni anziani seduti sulle panchine, vicini alle loro badanti, occupate a scrollare il cellulare.

Seduta sul prato, sotto un grosso tiglio, iniziai a respirare lentamente, socchiusi gli occhi e rividi le sue pietre turchesi sul collo e gli occhi luminosi, di un colore trasparente quasi simile. L’indumento di lino che indossava era sottile, sotto si intuiva il seno nudo. I capezzoli premevano sul tessuto come se volessero bucarlo. Immaginai che avesse il corpo di una ragazzina ancora acerba, con un profumo agrodolce sulla pelle, come un gelato al limone da sorbire in fretta, prima di sciogliersi col calore.

Inebriata dallo spumante, quella sera la guardavo come fosse una dea. Il contatto stretto e prolungato del saluto mi aveva lasciato qualcosa dentro che ogni tanto risaliva con una vampata, sfociando nel rossore sul viso.  

Col tempo le caldane erano cessate, ma di colpo, all’ombra del tiglio, il sentore di uno sbalzo termico improvviso.

Continua...

Serie: Marie


Avete messo Mi Piace4 apprezzamentiPubblicato in Erotico

Discussioni

  1. “Nelle sue narrazioni prevale un gusto dolce che rischia di diventare stucchevole.”
    E tu allora aggiungine ancora… e ancora… Ce n’è tanta in questa storia, e non basta mai

    1. Io ho immaginato un parco poco distante. Il potere, peró, non é delle piante, ma della mente, che puó estraniarsi e immaginare ció che manca, ció che é finito o non é mai esistito. E i tuoi racconti sono la prova di questo nostro potere mentale. Il blocco si scioglie, basta aspettare, senza fretta.

  2. “In pochi sono disposti a spendere qualche euro per avere pagine di carta piene di rime, di versi sciolti o liberi, che spesso solo l’autore saprebbe spiegare per capirne il senso”
    Editori dalla visione ristretta ?

  3. Sto ancora ridendo per Vecellio! Che impertinenza, M.Luisa! ahahah ?. Non dovrebbe lamentarsi il tuo editore, c’è una sensualità rara e pregevole nel tuo scrivere: cosa per palati fini. Ora sto aspettando l’incontro e quello che ci disvelerà. Bravissima! ???

    1. Grazie Giuseppe sei la mia vitamina B12, che spesso é carente. Il signor Vecellio deve tenere i piedi per terra. I poeti, aspiranti, falliti o veri con cui ha a che fare, sono spesso dei sognatori con la testa tra le nuvole ed é necessario che qualcuno li tenga ancorati a terra.
      E benvengano gli editori come lui.