Il Signore delle Api

Antonio correva all’impazzata per le strade del paesino dell’entroterra ligure nel quale era cresciuto. Le scarpe modellate con silicone di recupero ai suoi piedi gracidavano come un concerto di rane, sulla schiena rimbalzava un sacco di plastica grezza. Qualcosa tintinnava al suo interno. Era un ragazzino molto sveglio e spigliato, nato all’incirca quindici anni dopo la fine dei combustibili fossili, di cui non aveva perciò nessuna esperienza reale, ma allo stesso tempo ne portava addosso gli avanzi.

La plastica presente sulla terra ancora non si era esaurita, anzi, negli anni precedenti aveva rischiato di soffocare tutto ciò che finiva nella stretta asfissiante dei suoi tentacoli sintetici. Ma le scoperte derivate dal progresso tecnologico erano riuscite a dissipare in parte la nube di inchiostro generata dal mostro di plastica. La scoperta, avvenuta nel primo ventennio del XXI secolo da parte di una biochimica italiana, di una tarma della cera d’api in grado di cibarsi di plastica aveva contribuito a riportare una flebile luce di speranza in fondo al tunnel. Ciò, unito all’ausilio sempre più stabile dell’energia solare e all’instancabile forza del vento, aveva permesso agli esseri umani di resistere alla tempesta, seppur costretti in ginocchio. Ma fu soprattutto dopo la “grande epidemia” che le persone impararono nuovamente a cooperare cercando di ripristinare l’armonia con la natura per cercare di preservare quella minima parte rimasta incontaminata.

Ancora di corsa, Antonio giunse a casa sua, nei pressi della borgata T. Entrò dalla porta sul retro, prese il sacco che aveva sulla schiena e lo mise sotto il naso di sua madre, che senza nemmeno aprirlo gli chiese con tono inquisitorio:

“Da dove diavolo salta fuori questo?”

“È una cosetta che ho preso in prestito alla vecchia discarica.”

La madre aprì appena uno spiraglio e diede una rapida occhiata. In un attimo sbiancò come un lenzuolo.

“Lo hai rubato al Signore delle api!?”

Solo a pronunciare quel nome le venne un nodo alla gola.

“Ma cosa ti è saltato in mente? Non ti ho educato a diventare un ladro.”

Antonio fece ampi gesti circolari con le mani per sminuire le parole della madre e le disse: “Te l’ho detto ma’, l’ho preso in prestito, e poi l’ho fatto a fin di bene, per aiutare la comunità.”

“Non è questo il modo migliore per farlo. Ad ogni modo devi subito riconsegnare tutto. Sei stato visto?”

“No, non cre..”

Non riuscì nemmeno a finire la frase che due colpi secchi alla porta irruppero fragorosamente come un tuono a ciel sereno. La madre andò a vedere chi era e fuori la porta vi erano due guardiani dell’apicoltura della comunità 184. Per una manciata di secondi fu assalita dal panico, poi tirò un lungo sospiro e sottovoce disse al figlio di nascondersi dietro alla serra sul retro e aprì la porta.

I due guardiani erano vestiti nella stessa identica maniera: una tuta da apicoltore di tela bianca, il capo celato da una specie di elmetto, simile a quello degli atleti di scherma. Uno di loro disse con tono affabile:

“Buongiorno signora, stiamo cercando suo figlio, ha qualcosa che ci appartiene. È qui con lei?”

La donna sfoderò un sorriso da hostess e disse:

“Mi dispiace sono da sola, mio figlio è uscito e non è ancora rincasato. Quando tornerà ve lo comunicherò immediatamente. Ma posso sapere che cosa ha fatto?”

Improvvisamente dalla porta che dava sul retro si sentirono degli starnuti risuonare nell’aria come schioppettate di una carabina. I due uomini si scambiarono un cenno, scostarono la donna con prepotenza e uscirono all’esterno. Antonio, ancora nascosto dietro al motore della macchina impollinatrice, riuscì a vederli prima di essere visto. Tuttavia, quando cominciò a correre, i suoi vestiti divennero evidenti come papaveri in un campo di grano. Uno dei due guardiani avvicinò la mano alla tempia e tramite la sim collocata sottopelle comunicò un messaggio al suo capo:

“L’abbiamo trovato.”

Una voce gli risuonò nel casco: “Perfetto. Verrò anche io di persona.”

Antonio corse come non aveva mai corso in vita sua, ma sapeva che non avrebbe potuto scappare all’infinito. Il primo posto sicuro che gli venne in mente fu l’orto del sardo. Considerato da molti il saggio della borgata, era un ometto sulla settantina di bassa statura ma ben piazzato. Egli portava con sé tutte le antiche conoscenze di agraria, che unite alle recenti innovazioni tecnologiche, gli avevano permesso di sperimentare la coltivazione di qualsiasi specie di piante. Date le condizioni climatiche esterne ormai ingestibili, le serre erano dotate di manopole regolanti la temperatura, la pressione e l’umidità dell’aria, essendo quindi in grado di ricreare ogni sorta di microclima.

Antonio giunse alla sua baracca, ma sfortunatamente non c’era nessuno. Oramai era stato raggiunto. Si sentì come un topo in gabbia. Si girò e all’ingresso dell’appezzamento vide che in mezzo ai due guardiani c’era un terzo uomo. Nonostante l’aspetto anonimo, era vestito come un impeccabile colletto bianco, ultimo baluardo del tramontato capitalismo. Il signore delle api non parlò, tese la mano in attesa di ricevere qualcosa e Antonio sapeva cosa. All’improvviso sentì un bisbiglio, volse lo sguardo a sinistra e vide il sardo che gli faceva segno di avvicinarsi. Antonio si buttò nella riva in mezzo a due lunghe file di serre. Quando i tre uomini lo raggiunsero, si trovarono davanti al vecchio che imbracciava un tubo dal quale fuoriuscì un getto di azoto liquido che li congelò all’istante.

Qualche minuto dopo, Antonio ed il vecchio si ritrovarono seduti sotto la tettoia della baracca. Il sardo gli disse: “Ho visto i due guardiani andare a casa tua e mi sono insospettito. Ma non ho capito perché ti stessero cercando.”

Antonio tirò fuori dalla borsa il barattolo e lo mostrò al vecchio. Dentro c’era il kit costituito da api, cera e tarme, per ricavare il concime dalla plastica. Il sardo sorrise e disse: “L’egemonia del signore delle api ha avuto fine, quello di cui si era appropriato da ora in poi sarà di tutti.”

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Discussioni

  1. Mi è piaciuta la narrazione veloce di questo racconto, ed anche la costruzione dei dialoghi. L’ambientazione nell’entroterra ligure, poi, è stata la ciliegina sulla torta 😉