Il sorriso del coniglio

Mr Fear aspettava l’arrivo del suo cliente. L’ufficio era bianco splendente, il tempo fuori dalla vetrata mite e solare, e lui era di buon umore. Accavallò le gambe ed aspettò che da un momento all’altro la porta di fronte a lui si spalancasse con violenza, com’era solito fare il suo ospite. I secondi ticchettavano come campane dal suo orologio da polso. Quando sentì sparare da dietro la porta, si tranquillizzò. Si lisciò il pelo, sistemò la cravatta ed aspettò. La porta si aprì violentemente.

Un giovane uomo arrancò nella stanza, in una mano teneva la pistola fumante e con l’altra stringeva una grossa ferita al fianco che macchiava il pavimento immacolato. Mr Fear inalò a pieni polmoni l’odore del sangue. Vide dietro la soglia il corpo senza vita di Lucille e sorrise cordialmente.

“Edward, siediti prego. Avrai molte domande, io sono Mr…”

“Credo di sapere chi è lei. E credo anche che ci siamo già incontrati.” Mr Fear osservò Edward gettarsi di peso sulla sedia davanti alla scrivania, lasciandosi sfuggire un gemito di dolore. Stava perdendo molto sangue da sotto il pesante impermeabile, anche se il ragazzo cercava di non darlo a vedere.

Mr Fear notò una strana sfumatura nel volto di Edward, qualcosa d’irrispettoso, d’irriverente. Arricciò il muso. “Sono Mr Fear, e come stavo dicendo avrai molte domande. Sono qui per risponderti prima di…”

“No.”

“No?”

Con un sorriso il ragazzo si puntò la pistola alla tempia e premette il grilletto.

 * * *

Mr Fear aspettava l’arrivo del suo cliente. L’ufficio era bianco splendente, il tempo fuori dalla vetrata mite e solare, ma lui non era di buon umore. Accavallò le gambe ed aspettò che da un momento all’altro la porta di fronte a lui si spalancasse con violenza, com’era solito fare il suo ospite. I secondi ticchettavano come campane dal suo orologio da polso, non era mai stato così in ritardo. Sperava fortemente non ci fossero intoppi come quello dello scorso incontro. Bizzarro. Ed alquanto fastidioso. Sentì sparare da dietro la porta e si tranquillizzò. Si lisciò il pelo, accorgendosi di averlo ritto come tanti aghi. La porta si aprì violentemente.

Un giovane uomo arrancò nella stanza, in una mano teneva la pistola fumante e con l’altra stringeva una grossa ferita al fianco che macchiava il pavimento immacolato. Mr Fear vide dietro la soglia il corpo senza vita di Lucille, pensò che un giorno avrebbe dovuto darle un aumento. Mr Fear fece un gesto cordiale in direzione la sedia e si sistemò l’abito.

“Edward, siediti prego. Avrai molte domande, io sono Mr…”

“Credo di sapere chi è lei. E credo anche che ci siamo già incontrati.”

Le mani di Mr Fear si strinsero sul nodo della cravatta. “Come?”

Ancora quel sorriso. Glielo avrebbe fatto rimangiare, come aveva tolto il sorriso a tutti gli altri prima di lui.

“Ho una vaga idea di chi tu sia, ed in realtà non mi interessa. E credo che questo ti faccia impazzire, dico bene?” Il ragazzo fece una risata soffocata da un verso di dolore e sputò a terra un grumo di sangue.

Gli occhi di Mr Fear erano fissi sul ragazzo, le sue orecchie scattarono nervosamente.

“Io sono Mr Fear e sono l’amministratore di questo posto, se così vogliamo chiamarlo. Io lo chiamo ufficio, potresti vederlo come un incubo. E no, ovviamente non mi sto riferendo solo a questa stanza, ma alla tua vita. Perché vedi, io…”

“No.”

“No?”

Con un sorriso il ragazzo si puntò la pistola alla tempia, Mr Fear si gettò in avanti. “Fermo!”

Il ragazzo si stupì e tolse il dito dal grilletto, tenendo la canna ben premuta alla testa. “Bene bene. Quindi siamo a questo punto.”

“Questo è altamente irregolare! Voglio sapere a che gioco stai giocando Edward! Non è così che dovrebbe andare quest’incontro. E’ già la seconda volta che…”

“Ah, quindi è già successo! Lo immaginavo dalla tua faccia, quando ti ho interrotto.” Quel maledetto sorriso. Non doveva permettersi di sorridere in questo modo. Non lì, non davanti a Mr Fear. Sotto al pelo bianco le guance vibravano dalla rabbia.

“A che gioco stai giocando, ragazzo? Questo ciclo è perfetto, non ho sbagliato nulla eppure qualcosa non va. Tu non dovresti sapere. Cosa c’è di sbagliato?” Mr Fear si controllava a stento, continuava a far cadere una matita con cui cercava di giocherellare.

Edward trattenne una risata, lasciandosi sfuggire invece un verso dolorante che fece sorridere sadicamente Mr Fear. “Mi piacerebbe dirtelo e sbattertelo sul muso, ma credo non sia ancora il momento. Quindi ecco la mia proposta: tu mi fai uscire ed io ti lascio libero.” Tossì sangue sul tavolo, ma Mr Fear era troppo furioso per apprezzzarlo.

“Edward, non essere ridicolo. Ti ho chiuso in un ciclo in grado di spezzare la più forte delle volontà. Chi sei tu per credere di poter trattare con… No, fermo aspetta!”

Edward sorrise e premette il grilletto.

 * * *

Mr Fear aspettava l’arrivo del suo cliente. L’ufficio era bianco splendente, il tempo fuori dalla vetrata mite e solare, ma lui era di pessimo umore. Continuava ad accavallare le gambe aspettando nervosamente che da un momento all’altro la porta di fronte a lui si spalancasse con violenza, com’era solito fare il suo ospite. I secondi ticchettavano come campane dal suo orologio da polso, non era mai stato così in ritardo.

Sentì sparare da dietro la porta, si alzò di scatto ed a lunghi passi andò ad aprire. Vide dietro la porta il corpo senza vita di Lucille. Non battè ciglio. “Tu. Dentro, subito.”

Un giovane uomo arrancò nella stanza, in una mano teneva la pistola fumante e con l’altra stringeva una grossa ferita al fianco che macchiava il pavimento immacolato. Mr Fear calciò una sedia in direzione del ragazzo. “Siediti Edward. Io sono Mr…”

“Credo di sa-”

“Zitto! Non mi importa cosa tu sappia o no, io sono Mr Fear, questo è il mio mondo e tu sei mio prigioniero. Non so cosa tu abbia in testa, chi ti stia aiutando o come tu ci riesca, ma non funzionerà. Togliti quel sorriso dalla faccia, toglilo!” Mr Fear tremava dalla rabbia. I suoi occhi saltavano da un lato all’altro della stanza, le maniche alzate per il caldo e le orecchie in tensione. Quel maledetto sorriso…

Il ragazzo rise, e rise con gusto finché una fitta al fianco non lo fece tossire e sputare sangue per terra. “Mr Fear, hai detto? Bene, allora dimmi: se sono tuo prigioniero perché sei tu ad avere quell’aria spaventata?” A Mr Fear si rizzò il pelo. Un brivido glaciale gli corse per tutta la schiena, fino alla punta del suo muso, facendolo indietreggiare come se avesse ricevuto un pugno.

“Non ti permetto di parlarmi così! Non sei tu ad avere il controllo, sono io ad amministrare questo posto. Non sei tu che hai scelto di essere qui, sono io che ti ci ho rinchiuso.”

“Mr Fear, non te ne stai rendendo conto? Pensa a cosa ho visto solo stamattina. Dio, non pensavo che delle persone avessero tanto sangue in corpo, che le ossa facessero quel rumore quando si spezzano o quanto urlano quando… mi viene da vomitare a ripensarci. Pensa a cosa mi hai fatto e prova ad immaginare cosa tu possa fare di peggio di tutto questo. E guarda come sei ora, ed io non ho ancora iniziato.” Edward si controllò la ferita grondante sangue e rise. Perché rideva? Non c’era niente di divertente.

“Come? Come puoi farlo? Cos’è cambiato? Il ciclo è perfetto, tu…” Mr Fear tremava ancora. Non più di rabbia, di qualcos’altro che aveva sempre inflitto agli altri, ma mai provato prima. Paura.

“Non te lo dirò. Forse arriverà una volta in cui lo farò, in cui ti vedrò finalmente spezzato ed allora saremo entrambi liberi. Ma non è ancora questa la volta, non sei pronto ad accettarlo. Ma una cosa posso dirtela: tu controlli il mondo, ma i tuoi fili non possono arrivare ovunque. Guardati le spalle perché ci rivedremo presto.”

“No, ti prego non lo fare, io devo sapere…!”

Edward si puntò la pistola alla tempia e fece fuoco.

 * * *

Mr Fear aspettava l’arrivo del suo cliente. L’ufficio bianco era completamente distrutto, il tempo fuori dalla vetrata mite e solare, e lui si allentava la cravatta sentendosi soffocare. Si stringeva le gambe rannicchiato ed aspettava che da un momento all’altro la porta di fronte a lui si spalancasse con violenza, anche se non era più sicuro sarebbe accaduto. I secondi ticchettavano come campane dal suo orologio da polso, il tempo passava ma del suo cliente nessuna traccia. Mr Fear alzò il telefono, rispose una voce femminile. “Sì, Mr fear?”

“Lucille, non è ancora arrivato il cliente?”

“No, mi spiace Mr Fear. Non si è ancora presentato. Le serve qualcosa?”

“No. No, ti ringrazio Lucille. Prenditi la giornata libera, non mi serve altro per oggi.”

Mr Fear riagganciò prima di sentire la risposta. Rimase nel suo ufficio ad aspettare. Un solo pensiero lo tormentava.

Quel maledetto sorriso.

Avete messo Mi Piace5 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Complimenti per questo racconto che meriterebbe un adattamento cinematografico. Ci sono gli elementi del noir, dello psico dramma e anche della spy story. Molto originale e scritto veramente bene.