Il sottile diaframma tra realtà e incubo
Serie: I bambini ridono
- Episodio 1: Lampioni, tombini, passi
- Episodio 2: Risate e stelline
- Episodio 3: I bambini sono qui (prima parte)
- Episodio 4: I bambini sono qui (seconda parte)
- Episodio 5: Simboli incandescenti dell’infinito
- Episodio 6: La notte e la fuga
- Episodio 7: Il sottile diaframma tra realtà e incubo
STAGIONE 1
Le festività di Natale avevano ceduto il passo all’inverno vero. Per buona parte del mese di gennaio le vetrine del negozio di fiori si erano mostrate meno sfarzose, ma più gradevoli ed equilibrate alla vista. A febbraio avevano mutato ancora il loro aspetto, virando verso i colori del falso romanticismo di San Valentino e del caos di Carnevale. Il ricordo di quella notte aveva assunto con il tempo contorni più sfumati, lasciando a Mirco la sensazione di aver vissuto un sogno. Aveva ritrovato il coraggio di avvicinarsi alle vetrine e di tenere aperte le gelosie delle finestre di casa anche durante la notte. Ringraziò Dio più volte per avergli dato la possibilità di superare gli episodi che lo avevano condizionato durante quel periodo. Adesso era certo che fossero collegati allo stress dovuto al lavoro, dato che il loro primo manifestarsi coincideva proprio con il cambiamento nelle abitudini e negli orari della sua vita professionale.
La notte in cui il castello di sicurezze che aveva edificato nella sua mente crollò stava rientrando a casa da una cena organizzata tra vecchi amici. A Mirco era parso che la serata fosse stata interrotta troppo presto da alcuni di loro che avevano accampato pretesti poco credibili per lasciare il gruppo. Gli argomenti di conversazione si erano improvvisamente disgregati e chi era rimasto ne aveva approfittato per incamminarsi verso l’uscita.
«L’ultima sigaretta della serata» aveva detto uno di loro, il primo che si era alzato con il viso illuminato da un sorriso che esprimeva sollievo, recuperando il cappotto e tutto ciò che aveva con sé, indizio inconfutabile che non sarebbe rientrato. Gli altri lo avevano seguito. Fuori dal ristorante ci furono strette di mano e impegni a rivedersi presto, ma nessuno si era attardato più di tanto. Nessuno aveva acceso una sigaretta.
Si era incamminato verso la sua auto dopo aver ringraziato per la serata. Si era voltato dopo qualche passo, come se qualcuno lo avesse chiamato. I suoi vecchi amici camminavano lentamente nella direzione opposta. Mirco aveva visto due sbuffi di fumo azzurrognolo illuminati in controluce dalla luce dell’insegna. Aveva provato a espirare a bocca aperta, ma non accadde nulla. Non faceva più così freddo.
La primavera aveva fatto alcuni tentativi di intrusione tra le ultime giornate invernali e in quella serata ci era riuscita. In giro c’erano i soliti individui con i loro cani al guinzaglio, ma non davano l’impressione di essere lì solo per loro e sui loro visi non si notava la smania di rientrare in fretta.
Udì le risate mentre stava aprendo il portone di ingresso di casa. Le percepì molto vicine, come se i bambini fossero a pochi passi dietro di lui. Si voltò di scatto, sperimentando ancora una volta il terrore che si esprimeva con il blocco del respiro e, temeva, anche del battito del cuore.
«Ma chi…» riuscì a dire, buttando fuori la poca aria che gli era rimasta nei polmoni. Non lo sentì nessuno. Nè i cani né i loro padroni a cui erano uniti mediante quella sorta di cordone ombelicale si voltarono. Intorno a lui nessun altro.
«Perché li sento solo io» disse a bassa voce. Poi cambiò registro e urlò. «Non vi danno fastidio? Non li sentite?» Un cane abbaiò e la donna che lo seguiva si voltò per un attimo verso la fonte di quelle grida. Poi strinse il guinzaglio attorno al pugno per aver più controllo dell’animale e accelerò il passo, allontanandosi in fretta.
Il tremore delle mani rendeva difficile inserire la chiave. Mirco dovette afferrare la maniglia con la sinistra per guidare il movimento dell’altra mano verso la serratura. Voleva solo entrare in casa e nascondersi. Non si accorse subito dello scatto della serratura, ma il peso del suo corpo appoggiato alla porta gli rivelò che era riuscito ad aprirla. Si voltò ancora e ancora una volta non c’era nessuno dietro di lui. La porta era scostata appena di qualche centimetro quando un’ondata di terrore lo investì. Riflesse nel vetro del portone le luci ondeggiavano come allora, in modo lento e ininterrotto, disegnando l’infinito infinite volte.
«Andate via!» urlò girandosi di scatto. «Tornate là dentro…» La voce gli morì in gola. Aveva lasciato la presa sulla maniglia e sfilato la chiave che adesso brandiva a guisa di un coltello nella mano destra, con la quale indicava il negozio al di là della strada.
Ma la sua voce si perse nel nulla. Solo il lontano abbaiare di un cane, lo stesso di prima probabilmente. Davanti ai suoi occhi solo il marciapiede, la strada, l’altro marciapiede, le due scale ai lati delle vetrine e la terrazza deserta, il viottolo in leggera salita che aveva appena percorso. Poi il silenzio. A parte le risate e il rumore di picchiettii sul vetro. In preda al panico si voltò ancora verso il portone di ingresso: tre volti sorridenti erano appoggiati al vetro con le mani ai lati degli occhi.
«Stupidi… Stupidi» sussurrò con una voce che non gli sembrava la sua. «Dentro è più buio che qui fuori. A cosa serve? A cosa serve avvicinarsi al vetro? Mi prendete in giro? Bastardi!» Il tono della voce era via via cresciuto fino a diventare un urlo acuto, spezzato solo dalla necessità di prendere aria.
Fissò il vetro. Due bambini e una bambina. Meno di dieci anni a prima vista. Gli sembrò di conoscerli, di averli già visti.
Non nella vetrina, pensò. In qualche altro luogo… Dove?
Le risate e le esclamazioni di gioia risuonavano fortissime, amplificate dal riverbero delle pareti dell’androne vuoto, come se si accumulassero le une sulle altre.
«Zitti!» esclamò a voce bassa portando l’indice davanti alla bocca. «Sveglierete tutti, è tardi. I bravi bambini dormono a quest’ora. E anche voi dovreste essere a letto!»
Erano parole rivolte più a sé stesso che alle figure al di là del vetro. Ma queste lo avevano sentito: immediatamente smisero di ridere e di fare il minimo rumore. I loro visi persero per un attimo la maschera della gioia e in pochi secondi il loro aspetto mutò.
Serie: I bambini ridono
- Episodio 1: Lampioni, tombini, passi
- Episodio 2: Risate e stelline
- Episodio 3: I bambini sono qui (prima parte)
- Episodio 4: I bambini sono qui (seconda parte)
- Episodio 5: Simboli incandescenti dell’infinito
- Episodio 6: La notte e la fuga
- Episodio 7: Il sottile diaframma tra realtà e incubo
Ti dico la verità, se non ci fosse di mezzo il mistero che lega Mirco ai bambini, il racconto probabilmente mi avrebbe un po’ annoiato a quest’ora. Non che non sia scritto bene, tutt’altro, ma a ben pensarci sarebbe soltanto una storiella soprannaturale e nulla più. Invece, molto abilmente, hai inserito quelle poche righe di dialogo delle due commesse qualche capitolo fa (al tempo giusto), che lasciano intendere la presenza di un mistero, appunto, forse un trauma dimenticato, sepolto nel passato di Mirco, terribile da accettare. Tutto questo eleva la vicenda a più di un banale racconto fatto per spaventare, e dona al testo l’intenzione di andare oltre, di narrare qualcos’altro sotto traccia, come del resto capita spesso nelle tue storie. Mi ricordo di un concetto che avevo letto nel libro On Writing di Stephen King, che in breve sostiene che le storie efficaci nascono dall’unione di due elementi, citando il suo stesso Carrie. In quel caso, i due elementi erano il bullismo scolastico, e la telecinesi: tutto il resto, se ci pensi, non è che una conseguenza di come queste due sfere si relazionano fra loro. Ecco, mi sembra che qui accade qualcosa di molto simile: il soprannaturale legato alle apparizioni dei bambini, che è una manifestazione del rimosso di Mirco.
Come al solito mi sono dilungato. Tutto questo per dirti che apprezzo sempre di più la tua serie, ma questo lo avrai già capito 🙂
Come sempre, Gabriele, i tuoi commenti denotano una lettura molto attenta, e il fatto di dilungarti non crea alcun problema, anzi!
Ricordo bene il passaggio di King su On Writing (un testo che consiglio a tutti di leggere).
Nel mio racconto hai individuato il nocciolo “freudiano”, il rimosso, o forse ciò che è appena sotto il livello della coscienza.
Ti ringrazio moltissimo per il tempo che stai dedicando al racconto.
“Mirco dovette afferrare la maniglia con la sinistra per guidare il movimento dell’altra mano verso la serratura.”
Quando lo show don’t tell è fatto bene