Il Teatro delle Ombre

La mia ombra non è mai veramente la mia, e non è mai solamente una; sono i miei mostri che mi stanno alle calcagna. Mutano sempre forma: a volte si allungano, a volte si rattrappiscono, ingrassando con la mia ansia. Altre volte, sembrano quasi affievolirsi, ma in realtà sono in agguato come un predatore. Infatti, quando meno me lo aspetto, ricompaiono più feroci che mai.

La mattina sono appiattite, nascoste sotto la mia figura. Appena apro la finestra e tiro su le tapparelle, mi giro e le trovo alle mie spalle. Mi seguono fino al bagno, poi mi lasciano un po’ di intimità, anche se la situazione generale migliora poco, dato che rimango da solo con la mia immagine riflessa nello specchio. Mentre faccio colazione, anche loro la fanno, in parallelo rispetto a dove sono seduto io. Quando esco, mi restano avvinghiate alle caviglie. Per quanto cerchi di scrollarmele di dosso, saltando, dimenandomi, loro mi imitano in tutto e per tutto, vibrando colpi nella mia stessa direzione.

Nemmeno quando mi espongo alla piena luce riesco a liberarmene, perché si ritirano e si introiettano nella mia anima, covando nell’oscurità del mio io. Appena mi sposto però, ecco che si riproiettano verso l’esterno: vogliono sempre sapere ciò che succede, devono commentare e giudicare. Bisbigli sussurrati nell’incavo della mia testa, migliaia di spilli che si conficcano nella pelle in punti non visibili, ma al contempo sensibili, sensibili all’insicurezza.

Ho provato a correre. D’impulso, senza preavviso. Niente da fare, loro mi rimangono appiccicate alle suole. Ho provato a scalare vette sempre più alte, ma loro sono la mano che tiene la corda a cui sei legato. Troppe zavorre per una sola piccola mongolfiera. Ho provato a nuotare, immergendomi sempre più a fondo, ma loro sono come un’immensa bolla d’aria attaccata alla schiena, come il carapace della tartaruga.

Per quanto tempo potrò andare avanti così? A fare finta di esser qualcun altro, a vivere sotto una copertura che potrei far saltare da un momento all’altro. Mi sento utile quanto una spia che non sa mentire. Mi servirebbe una controfigura per mascherare il dolore, un manichino su cui appendere tutte le mie ansie, le mie frustrazioni, un bersaglio su cui riversare le vessazioni che subisco. Nel mio stomaco, c’è solo un vuoto che pesa sull’animo e che non posso rendere.

Le ombre si offrono sempre di sostituirmi, non vedono l’ora quelle carogne, di controllarmi come un burattino. Ma io resisto, almeno per ora. Sono come un giocatore di football americano, che sta correndo verso la meta, con gli avversari sul groppone, attaccati alle gambe e agli arti superiori. Non so se ce la farò, ma per il momento continuo a correre. Non voglio essere troppo pessimista, ma non sono nemmeno il contrario. La meta non sembra avvicinarsi, ma sembra quasi un miraggio nel deserto.

Chi ha attaccato la carota al bastone? Forse potrei averlo fatto io, da quello che mi ricordo. Ognuno è artefice del proprio destino dopotutto e, molto spesso, siamo noi stessi a distruggerci con le nostre mani. O magari sono stato costretto. Eppure, non ho memoria di ciò, anche se le azioni obbligate dovrebbero lasciare segni più evidenti.

Vista da lontano, la situazione sembra quasi grigia, come il cielo che vedo dall’unico sbocco che ho verso l’esterno, una finestra che dal mio malessere interno si affaccia sul disagio collettivo del resto della gente. Siamo soli ma tutti insieme camminiamo sotto la tempesta che impazza e si accanisce sui nostri capi scoperti. Perché gli ombrelli che abbiamo a disposizione, che ci hanno concesso, sono solo uno scheletro senza pelle né tessuti, un albero senza fronde nell’inverno della sua vita. Io il mio nemmeno ce l’ho. Preferisco non vivere nell’illusione, ma consapevole delle falsità della mia condizione. Mi metto addosso un asciugamano ed esco, perché tanto so già per consolidata rassegnazione che mi bagnerò.

Forza ombre, seguitemi, venite a fare un giretto con me. Ombre? Dai su, lo so che vi state nascondendo. Non le vedo più. Il cielo è grigio, ma le nuvole secernono un biancore lattiginoso. Delle ombre nemmeno l’ombra.

Bastava questo?

Bastava così poco?

Scoprire che l’acqua è bagnata,

Che la pioggia è fatta di acqua,

E quindi che la pioggia è bagnata?

Forse ho trovato la soluzione, chissà. O magari un’illusione in cui vivere, chi potrà mai essere certo della differenza?

Avete messo Mi Piace4 apprezzamentiPubblicato in Umoristico / Grottesco

Discussioni

  1. interessante, in particolare per quell’ accenno a un “disagio collettivo del resto della gente” che fa del protagonista un caso tutt’altro che isolato. E anche la soluzione trovata – se è una soluzione – fa pensare: forse una giornata grigia, o una vita grigia, con i suoi colori spenti e una tranquilla mediocrità può essere la cura per un malessere così grande?