Il tempo di nascere
C’era una volta un granello di sabbia che non sapeva di fare parte di un progetto più grande.
Non sapeva nemmeno di essere sabbia.
Conosceva il peso degli altri compagni, la pressione quieta che li teneva uniti e una luce obliqua, sempre uguale, che attraversava il vetro. Non aveva però memoria di un principio. Era lì da sempre, se poteva chiamarsi ‘sempre’ un tempo senza misura.
Poi qualcosa cambiò e il suo mondo cominciò a inclinarsi.
I granelli intorno a lui si mossero. Prima pochi, con piccoli assestamenti. Poi intere porzioni di quella massa compatta cedettero verso il centro. Uno dopo l’altro venivano trascinati in una corrente silenziosa e scomparivano.
Anche lui avanzò. Scivolò fra gli altri fino a raggiungere un passaggio stretto. Sotto non c’era nulla che potesse comprendere. Solo uno spazio e, molto più in basso, una distesa uguale a quella dalla quale proveniva.
Avrebbe dovuto cadere, ma non cadde. Una minuscola irregolarità del vetro lo trattenne.
***
«Ancora, coraggio.»
La donna spinse.
Il medico guardò il monitor e poi l’ostetrica e non disse niente. L’ostetrica avvicinò una mano al braccio della donna.
«Respira. Adesso non spingere.»
«Perché?»
«Aspettiamo un momento.»
La donna cercò il volto di suo marito. Lui era accanto alla parete, pallido, inutile come chi vorrebbe prendere su di sé il dolore di un altro.
«Cosa succede?»
Il medico tornò a guardare il monitor.
«La bambina non scende.»
***
Il granello era immobile.
Sopra di lui, milioni di altri continuavano a premere. Alcuni gli passavano accanto e precipitavano. Altri urtavano contro di lui, lo spostavano appena, poi trovavano una via.
Per lui non c’era passaggio.
Fu allora che sentì un rumore che non proveniva dal vetro.
Tum.
Era lontano e insieme vicinissimo.
Tum.
Il granello comprese, senza sapere come, che quel suono lo riguardava.
***
«Il battito sta rallentando.»
Il medico lo disse piano, ma la donna lo sentì.
«Quale battito?»
Nessuno rispose subito.
«Quello di mia figlia?»
L’ostetrica le prese la mano.
Il medico parlò con qualcuno alla porta. Le parole arrivavano spezzate: sala, sofferenza, preparare.
La donna allora chiuse gli occhi e disse soltanto:
«Falla nascere.»
***
Tum.
Il granello oscillò.
Sotto di lui si apriva uno spazio incomprensibile. Non aveva mai conosciuto il vuoto. Fino a quel momento la sua esistenza era stata soltanto contatto. Materia contro materia, peso contro peso.
Cadere significava separarsi.
Tum.
Tentò di arretrare, ma la pressione degli altri glielo impedì.
Tum.
Poi il silenzio durò più a lungo. Il granello allora aspettò.
Tum.
Il suono tornò, più debole e per la prima volta ebbe paura del silenzio.
***
La stanza si riempì di persone.
Qualcuno abbassò il letto. Qualcuno tolse il lenzuolo. Al marito venne chiesto di spostarsi di lato.
«Dobbiamo intervenire.»
La donna annuì senza sapere a chi.
Sul monitor il cuore della bambina continuava a battere, ma fra un suono e l’altro sembrava aprirsi uno spazio sempre più grande.
La donna fissò il soffitto e pensò che sua figlia era a pochi centimetri dal mondo. Pochi centimetri che le parvero una distanza oscena.
***
Tum.
Il granello provò a muoversi, ma l‘asperità del vetro lo tratteneva lungo un bordo quasi invisibile. Spinse contro gli altri, ma non accadde nulla.
Tum.
Si mosse ancora.
Perse una frazione del proprio appoggio e sotto c’era il vuoto.
Si fermò.
Tum.
Questa volta il suono fu appena percettibile.
Il granello non conosceva la morte. Conosceva però il silenzio e d’un tratto il vuoto gli fece meno paura.
Si mosse un’ultima volta e il vetro finì.
***
Il monitor accelerò all’improvviso. Il medico allora sollevò la testa.
«Adesso.»
La donna spinse.
Non sentiva più il dolore, o forse il dolore era diventato così vasto da non avere più un luogo preciso.
Spinse ancora fino a quando avvertì qualcosa cedere. Un corpo piccolo, scivoloso e ostinato passò da lei al mondo.
Per un istante nessuno parlò.
La donna cercò un suono, qualunque suono.
La bambina inspirò e pianse.
***
La caduta durò un istante. Il granello attraversò lo spazio e raggiunse il fondo. L’urto fu lieve.
Intorno a lui c’erano altri granelli, più di quanti potesse immaginare. Ognuno immobile e ognuno diverso.
Fu allora che li sentì.
Tum.
Tum.
Tum.
I suoni non erano sincronizzati. Alcuni rapidi, altri lenti. Alcuni forti. Altri appena percettibili.
Il granello rimase ad ascoltare.
Molto sopra di lui, l’ultimo residuo di sabbia attraversò il collo della clessidra.
Poi tutto si fermò.
***
La madre teneva la bambina sul petto. Le contò le dita senza sapere perché. Cinque. Cinque. Il marito piangeva in silenzio.
«Come la chiamiamo?» chiese.
La donna guardò sua figlia.
Aveva il viso ancora contratto, gli occhi chiusi, respirava contro la sua pelle come se lo facesse da sempre.
«Aspetta» disse.
Non voleva darle subito un nome. Per qualche minuto desiderò soltanto sentirne il peso.
***
Nella stanza vuota, la clessidra rimase immobile. Nessuno avrebbe saputo dire da quanto tempo fosse lì.
Dentro, un granello appena arrivato riposava fra milioni di altri.
Del proprio gesto conosceva soltanto la caduta: il vetro lasciato alle spalle, il vuoto attraversato, il lieve urto dell’arrivo. Tutto il resto, la nascita della bambina, ciò che quella caduta aveva messo in movimento, gli era estraneo.
Sapeva soltanto che, da qualche parte, il suono era tornato.
Tum.
E per la prima volta da quando esisteva, non ebbe paura del tempo.
Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Caio Cristiana, mi è piaciuta molto l’idea del granello e della nascita che vanno avanti insieme. All’inizio sembrano quasi due storie separate, poi piano piano capisci che stanno dicendo la stessa cosa. Il finale poi mi è arrivato parecchio: quel granello che smette di avere paura del tempo chiude davvero bene.
“…ciò che quella caduta aveva messo in movimento, gli era estraneo.” Spesso mi pongo una domanda: e se facessimo parte di qualcosa di molto più grande senza riuscire a vederlo nella sua interezza? Proprio come per una formica su una montagna, per noi sarebbe impossibile comprenderlo. Forse esistono più universi e ognuno è solo una cellula di qualcosa di infinitamente più grande e, magari, persino intelligente. Un racconto che fa davvero riflettere. Bravissima, Cristiana!
Che testo insolito ci hai regalato.. tiene in ansia fino alle ultime righe.. io immagino che poi la clessidra ruoti, in attesa di un’altra vita