Il tempo di un saluto.
La parte più difficile è l’attesa.
Ti comprime il cuore fino a privarlo dei battiti, sotto la morsa di un tempo che non puoi governare. È estenuante dovere sottostare alla distanza che si forma tra un momento e un altro. Io sono più importante di Chronos stesso, eppure: quanto ancora devo aspettare prima che possa portarlo via?
I ticchettii dell’orologio scandiscono i secondi. Tic, tac, tic, tac. Il silenzio che permea nella stanza ha le labbra gelide, serrate. C’è odore di disinfettante, sudore, amarezza. Il sapore salato delle lacrime versate per giorni.
Giuseppe è sdraiato sul letto, coperto da un lenzuolo bianco fino a sotto il mento. Ha una flebo incollata al braccio, una mascherina gli pompa l’ossigeno nei polmoni, un monitor tiene sotto controllo i parametri vitali.
È ancora vivo. Così vivo da farmi domandare perché io sia qui.
Ah già, il cancro. Gli ha spezzato le ossa e ha marciato lungo il suo corpo, invadendogli il pancreas e parte dei polmoni. Una delle tante guerre dove la resa non risparmia: causa solo altre vittime.
Gli sfioro le guance, lui fa una smorfia ma non apre gli occhi. Ha le rughe calate come un tessuto usurato. Macchie nere gli tappezzano la pelle.
Settantatré anni. È un’età accettabile per morire.
Gli prendo la mano callosa. Ha ancora l’ombra della fede, impressa come un marchio indelebile sull’anulare. Me la ricordo, Erica. Anche lei era un’anima indomita.
«Io… so chi sei» mi sussurra a fatica nella mascherina che si riempie di umidità. Sta ansimando. Mi punta lo sguardo stanco addosso. E non mi molla.
Sorrido, era ora che se ne accorgesse. «Sì, è arrivato il momento, blablabla, sai già come funziona.» Gli faccio cenno con il capo e gli indico la porta. «Ti faccio strada-»
«Aspetta.» Mi afferra la mano, ma non sta tremando. Che strano, non è questa l’esitazione che mi aspettavo. Pensavo avrebbe avuto paura e mi avrebbe pregato, strabordando di lacrime fino a che gli occhi non sarebbero diventati due rubini. Invece lui ha ardore, mi fissa con coraggio. Beh, in fondo ha tenuto testa a un demone ben peggiore di me. «Verrà mia figlia fra poco. Puoi farlo più tardi?»
Ecco cos’è che alimenta il suo fuoco: l’amore, la più grande ossessione degli esseri umani. Faccio un lungo sospiro e mi scosto con delicatezza da lui. «Peppe, prima o dopo non farà differenza.»
«La farà per lei. Fammela salutare.»
Sta facendo uno sforzo enorme, glielo concedo. Protrarre la sua vita è più un dispetto che fa a lui stesso, che a me. Tutto per l’amore di una figlia. «Ti arrechi solo altro dolore. Il tuo corpo non reggerà ancora. È già cibo per vermi, non lo capisci?»
«Non m’importa. Voglio salutarla un’ultima volta. Ti prego.»
Sbuffo. Che razza di testardo.
«Papà.» Alice entra nella camera. Ha gli occhi usurati dal pianto, ma tira lo stesso un sorriso sulla faccia e si avvicina. Stringe un libro al petto: Astenersi principianti. Che adorabile ironia. Lo posa sul comodino accanto al letto e prende le mani di Giuseppe, intrecciando le dita tra le sue. «Come stai?»
Lui le sorride e ricambia la stretta in una presa debole. Non dice una parola. La guarda pieno di affetto, dignità, speranza, con quegli occhi castani che la accarezzano.
Assurdo. «Solo un altro po’.» Mi avvicino alla porta. Giuseppe non fa un fiato, ma so che ha capito. Esco fuori e li guardo dalla vetrata esposta sul corridoio dell’ospedale.
Lo scorrere del tempo è un nauseante ticchettio nella testa. Tic, tac, tic, tac. L’attesa un elastico teso, pronto a spezzarsi in ogni momento.
Giuseppe le strofina il pollice sul dorso. Le parole gli sfiorano deboli le labbra. Le risa di entrambi sono soffi soffocati dal peso della mortalità. Ma comunque delicate, felici, frammentate da ricordi capaci di far riemergere i cuori dalla sofferenza.
Sorrido, che si fotta Chronos. Aspetterò ancora.
Ma prima che il giorno finisca, tu sarai comunque mio.
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Finché l’ anima si rallegra ridendo col soffio sulla fiammella dell’ amore che riaccende le ultime faville della vita, anche la morte puó aspettare.
Verissimo!