Il terzo giorno

Serie: Una strana città


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Uno strano faro ci ha confuso le idee. Intanto le nostre indagini prendono strade diverse…

Il terzo giorno fu il più strano. Dopo il primo trascorso a trovare un modo per ripartire e il secondo a discutere, i miei compagni di viaggio decisero di sistemarsi nell’unico luogo che non sembrava letteralmente spegnersi come gli altri.

Si trattava di un’antica struttura, una casa in legno e pietra, decisamente rustica e leggermente in disparte rispetto al centro cittadino.

Fortunatamente la dimora improvvisata era in buono stato e disponeva di due camere da letto più un soggiorno a veranda, una grande cucina e una soffitta.

A me venne in mente di cercare il settimo passeggero, ma potevo muovermi solamente tra il centro cittadino e il cimitero. E per quanto ci provassi, non ero riuscito a fare domande a nessuno poiché la gente o mi ignorava o mi compativa.

Intanto i miei compagni di viaggio iniziavano a rendersi conto che in questa graziosa cittadina c’era qualcosa di più strano di un faro.

«Hai visto com’è vestita la gente di questa città?» domandò Sara, seduta in cucina.

«Sono un po’ vintage, affari loro… » rispose la donna dai capelli rossi quasi in modo disinteressato mentre cercava provviste aprendo e chiudendo velocemente gli sportelli sopra il piano cottura: una vecchia cucina a legna ma molto curata e rifinita.

Io mi spostai dalla cucina e mi recai in soggiorno, un salotto interamente tappezzato di motivi floreali che avrebbe fatto inorridire anche mia nonna. E, dallo sguardo che rivolgeva alla stanza, credo che il killer provasse il mio stesso disagio.

«In compenso abbiamo trovato la leggendaria dimora di nonna Belarda» disse strappando un sorriso al detective.

«Almeno è in ottime condizioni e, soprattutto, pulita» rispose il detective con il suo solito senso pratico.

Mentre i due rovistavano e curiosavano tra i suppellettili di quella stanza, io mi diressi al piano superiore. Ero davvero contento che in quella casa mi fosse permesso di entrare, stare con loro rendeva la mia attesa più leggera. E poi, come loro, volevo scoprire le origini del mistero che ci aveva coinvolto nostro malgrado.

Con mia sorpresa, in cima alle scale che portavano alle camere da letto, trovai la ragazzina dai capelli biondi che, rannicchiata a ridosso di una parete, osservava con occhi persi il vuoto.

Appena arrivai vidi passare l’uomo misterioso che, al contrario di quello che avrei immaginato, quando vide la ragazza in quello stato, le si avvicinò sedendosi accanto. Si mostrò molto calmo.

«Hai paura?»

La ragazza annuì. «Voglio solo tornare da mia zia… dopo sei anni in istituto.»

Sia io che lui sospirammo, in quella semplice frase era racchiusa la vita di una ragazzina sfortunata.

Lui le fece una carezza sulla testa e poi si alzò.

«Troveremo un modo, stanne certa.»

Dopo aver detto questo, scese velocemente le scale. Io lo seguì, dato che era quello che mi preoccupava di più. Quelle ferite, assieme ai capelli scompigliati e arruffati, mi davano l’idea che quell’uomo avesse vagato per giorni prima di salire sul treno che ci aveva condotto in quella strana cittadina. Ma anche i vestiti di marca e il nervosismo che traspariva dal suo viso per me rappresentavano un enigma da risolvere.

Lo vidi dirigersi verso la locanda, ma le luci erano spente, quindi non entrò. Decise, allora, di oltrepassare il piccolo centro e dirigersi lungo una delle sei strade che si allontanavano da esso. Da lontano riuscivo a vedere un castello. Era la prima volta che lo vedevo. L’uomo si avviò e io lo seguì, ma mi ritrovai al cimitero, come sempre.

Tornato alla taverna mi accorsi che le luci erano accese, Anche la gente aveva ripreso a riempire le vie. Poco dopo vidi giungere la donna con i capelli rossi in compagnia di Sarah.

«Elen, credo sia l’unica possibilità. Dobbiamo provare a raggiungere la stazione.»

«Ma tu riesci a vederla?»

«No… ma non può esseri volatilizzata.»

Finalmente scoprii il nome della mia preferita. Purtroppo anche loro si incamminarono lungo uno di quei sentieri e io le persi di vista. Non riuscii a capire dove quel sentiero le avrebbe condotte, provai a sporgere lo sguardo oltre la collina, che quella stradina attraversava, ma ciò che vidi furono solo nuvole. A quel punto decisi di tornare alla nostra residenza improvvisata. Lì il detective, il killer e la ragazzina erano seduti in cucina improvvisando una cena frugale.

«Non le ho viste» rispose la giovane ragazza a una domanda che a me sfuggì, mentre consumava della frutta travata non so dove.

«Jane, prova a ricordare se hanno detto qualcosa» le suggerì il detective.

«Alan, le ho cercate in taverna e per tutto il centro» rispose il killer.

«Patrick, dobbiamo trovarle. Non possiamo perderci di vista. Non mi fido di questo posto.»

«Figurati io…» disse l’uomo ormai rassegnato.

«Proviamo una di quelle strade che portano fuori dal centro. Rimaniamo insieme» propose il killer.

Anche la ragazza annuì, non voleva rimanere da sola. E così fui costretto dalla mia curiosità, mista a speranza, a seguire anche loro, ma non rimasi stupito quando li vidi perdersi all’interno di un sentiero. Anche loro erano sfuggiti alla mia vista, anche loro erano scomparsi nel nulla

Continua...

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