Il testimone
Serie: Alder Venn
- Episodio 1: E poi venne il primo giorno e tutti lo videro.
- Episodio 2: Alder Venn e l’architettura della molteplicità
- Episodio 3: Io sono la casa
- Episodio 4: Risvegli dalle profondità
- Episodio 5: Rumore bianco
- Episodio 6: Si nascondono nei cappotti
- Episodio 7: Il testimone
STAGIONE 1
La stanza degli interrogatori della questura di Torino ha una luce che non perdona nessuno.
È bianca, piatta, senza ombre — esiste per impedire alle cose di nascondersi. Carnival la conosce bene. Sa cosa fa alle facce delle persone, come le appiattisce, come toglie loro la terza dimensione.
Su Victor Mancini non funziona.
Victor ha portato le sue ombre con sé. Le tiene addosso come un cappotto che non si toglie mai. Carnival lo guarda dall’altra parte del tavolo — sa che tra quello che la gente dice e quello che la gente ha visto c’è sempre una distanza, e in quella distanza si nasconde la cosa più importante.
Caroline è in piedi nell’angolo. Ha la siringa in mano. È la corda che tiene l’aquilone.
— Raccontami dall’inizio. — dice Carnival.
— Non c’è un inizio. — dice Victor. — C’è solo il momento in cui ho alzato gli occhi.
Era in via Bogino. Le diciotto e qualcosa. La luce di marzo che a Torino taglia i portici in modo strano e fa sembrare le ombre più lunghe di quello che sono.
Li ha trovati sotto il portico.
Una coppia. Mani nelle mani — non aggrovigliate, non strette nella disperazione, ma intrecciate con una cura quasi formale, come se qualcuno le avesse composte dopo.
Accanto a loro un orsacchiotto di peluche. Strappato a metà — non rotto, strappato, con una violenza precisa, intenzionale.
— Ho chiamato il centododici. — dice Victor. — O forse non l’ho chiamato. Non ricordo bene l’ordine delle cose.
— Va bene. Continua.
— C’erano delle ombre sul sole.
Carnival non cambia espressione.
— Nuvole?
Victor scuote la testa con la pazienza di chi sa che quello che sta per dire non troverà la categoria giusta nella mente di chi ascolta.
— Avevano la forma di uomini. Di uomini stranieri. Non di questo mondo. Stavano fermi sopra la strada come se stessero guardando i corpi dall’alto.
Caroline stringe la siringa.
Non ancora.
— Dal terreno è uscito qualcosa. — La voce adesso è più lenta, più interna. — Accanto ai corpi. Dal selciato. Era caldo. Bianco e arancione. Aveva quella forma che conosci anche se non l’hai mai vista davvero, quella forma che il corpo riconosce prima della mente.
Carnival lo lascia parlare.
— Ha coperto i portici. Ha coperto i tetti. Ha coperto le Alpi in fondo a via Po. Ha coperto tutto. — Pausa. — Il mondo era cenere. Tutta Torino era cenere. E i due sul selciato con le mani nelle mani erano gli unici colori rimasti.
Il silenzio nella stanza ha una qualità fisica.
Caroline fa un mezzo passo avanti.
Carnival alza una mano. Aspetta.
— La realtà è una. — La voce è tornata calma. Scientifica. — La dualità ci sta uccidendo. Stiamo cercando di tenere separate due cose che non si possono separare e il peso di tenerle separate ci spezza.
— Victor. L’assassino. Hai visto qualcuno?
— Non è un uomo solo. Non cercate un uomo solo. Qualcuno sta uccidendo il mondo dall’interno — spezza le catene che reggono le cose insieme. Quelle invisibili che tengono una mano nell’altra mano, che tengono il sole al cielo e il cielo alla terra.
— Chi spezza quelle catene?
— Chi ha già perso la sua. Chi non ha più niente che lo tiene insieme a niente.
Caroline si avvicina.
Questa volta Carnival non alza la mano.
Victor non oppone resistenza. Prima di chiudere gli occhi dice un’ultima cosa, a bassa voce, quasi per sé.
Carnival si sporge.
— L’orsacchiotto era di qualcuno. Non era lì per caso. Qualcuno sapeva che sarebbero stati lì e ha voluto che avessero qualcosa da tenere. — Gli occhi si chiudono. — O forse voleva che noi trovassimo qualcosa da capire.
Carnival guarda il tavolo vuoto.
Poi guarda Caroline.
Ha quell’espressione — quella zona intorno agli occhi dove le persone non riescono a mentire del tutto. Non è paura. È riconoscimento. Come se le parole di Victor avessero trovato in lei qualcosa che aspettava di essere trovato.
Carnival non chiede.
Omen annuisce.
Fuori Torino respira sotto i portici. Da qualche parte nella città le catene continuano a spezzarsi, una per una, in silenzio, senza che nessuno senta il rumore.
Serie: Alder Venn
- Episodio 1: E poi venne il primo giorno e tutti lo videro.
- Episodio 2: Alder Venn e l’architettura della molteplicità
- Episodio 3: Io sono la casa
- Episodio 4: Risvegli dalle profondità
- Episodio 5: Rumore bianco
- Episodio 6: Si nascondono nei cappotti
- Episodio 7: Il testimone
Molti scrivono in merito al mistero.
Nel tuo caso, si ha la sensazione che il mistero parli attraverso la tua penna (in questo caso la tua tastiera 😅). Ciò che scrivi ha l’intensità tipica di un vissuto ed è questo ciò che la rende magnetica, ovvero la sensazione che tutto ciò potrebbe accadere, a nostra insaputa, anche a pochi metri da noi. Ciò che racconti sembra essere un microcosmo nel macrocosmo.
Continua a piacermi la tua scrittura evocativa e ipnotica, capace di trasformare Torino in uno spazio sospeso tra reale e invisibile.
L’atmosfera è inquieta e resa magnetica grazie a immagini potenti e un ritmo narrativo quasi meditativo. Il tuo racconto mi lascia una sensazione persistente di enigma e profondità, come se dietro ogni dettaglio si nascondesse un significato più grande ancora da decifrare.
Sto cercando la risposta al mistero mentre lo scrivo….
Bello, mi è molto piaciuto!
Grazie.