
IL TRENO
Incredibile quanto un silenzio possa essere assordante.
Alex osservava con invidiabile apatia la sua sveglia protrarsi di ora in ora senza avere la forza di alzarsi dal letto, nonostante il numero sufficiente di ore dormite quella notte.
Osservava come i numeri, testimoni dell’incessante ed inesorabile scorrere del tempo, si ripetevano in maniera ciclica esattamente come le sue giornate.
A pensarlo gli sfuggì un sorriso.
– Studia, comportati bene, si rispettoso verso gli altri, sii sempre attento, ragiona prima di agire , dai sempre il meglio di te, dimostra agli altri il tuo valore. –
Queste parole, quasi come un ipnotico ritornello, erano entrate a fare parte della sua vita fin da quando era piccolo, in quelle fasi della crescita in cui l’unica cosa di cui avrebbe avuto bisogno, era l’esatto opposto, quel giusto mix tra spensieratezza e impulsività che gli avrebbe permesso di scoprire le sue inclinazioni o forse no.
Questo Alex non poteva saperlo e da quanto gli risultava tornare indietro nel tempo non era ancora fattibile in termini fisici ì, se non in maniera ancora teorica.
Voleva bene ai suoi genitori, sapeva delle difficoltà economiche, delle aspettative, della paura di perdere un unico figlio così tanto voluto.
Da piccolo aveva fatto di tutto per compiacerli, per renderli orgogliosi, per vedere quel barlume di serenità sul loro volto, di dargli quelle soddisfazioni che sicuramente tanto meritavano come premio per i tanti sacrifici che avevano fatto e continuavano a fare per lui, per garantirgli un futuro.
Ciò di cui non si rendeva conto era che parte di ciò che rendeva felice loro, creava delle catene intorno alla sua persona, delle restrizioni, delle aree off-limits nel suo subconscio che lo avrebbero segnato per tutta la vita.
Era troppo razionale, lo sapeva, doveva imparare a lasciarsi andare, a cedere alle emozioni, ad arrabbiarsi, gettare fuori la rabbia quando la situazione lo richiedeva, anche se ciò voleva dire far stare male qualcuno, ad amare d’impulso, a gettarsi nell’ignoto.
Il risultato: il suo primo bacio e la sua prima volta erano stati con una ragazza che non gli piaceva e con un’altra che quasi l’aveva fatto per pietà.
Rifletteva spesso su questo ultimo fattore, uno dei tanti “grilletti”, come amava chiamarli la sua psicoterapeuta che avevano scatenato il suo malessere.
Pioveva a dirotto e la sua playlist rock risuonava nelle cuffie che lo isolavano dal mondo, mentre si recava a lavoro, per l’ennesima volta, per l’ennesima giorno.
Mentre attendeva il treno, aveva scelto la panca più isolata ed al coperto, così da poter fumare la sua sigaretta, inalare quel fumo ed espellerlo con forza, quasi a voler esorcizzare i suoi demoni interiori tramite quelle sbuffate.
Nella moltitudine quotidiana di coloro che affollavano i binari in attesa del proprio treno c’era sempre qualcuno che attirava la sua attenzione.
Quel giorno i suoi occhi si posarono su una ragazza, in piedi, sull’altro lato.
Indossava un cappotto nero lungo, che me slanciava la figura, delle calze parigine coperte fin sopra al ginocchio da un maglione di cachemire viola con una leggera scollatura sulla quale i suoi occhi si soffermarono, ammirandone le giuste proporzioni e l’eleganza che le sue forme e la sua postura le conferivano.
Gli occhi di un azzurro molto chiaro, erano incorniciati da lunghi capelli biondo cenere che cadevano fluentemente sulle sue spalle e lungo la schiena.
Osservava quasi annoiata il suo telefono e quando dagli altoparlanti l’inespressiva voce annunciava l’arrivo del suo treno alzò lo sguardo, incrociando il suo, per qualche secondo.
Alex immaginò di alzarsi, di andarle incontro, di presentarsi e di dirle quanto nella sua semplicità fosse davvero incantevole. La sua fantasia volò, portandolo davanti ad un caffè, con lei che lo guardava sorridendo, mentre lui cercava la sua mano. Si proiettò in camera sua, nel suo appartamento, teatro di quella mortale routine giornaliera che ora pullulava di vita mentre le mani di lei accarezzavano il suo viso e le sue labbra lo sfioravano permettendo di sentire il suo respiri, il suo sapore e poi la loro morbidezza. Mentre le loro lingue si incrociavano in un perfetto connubio di eros e dolcezza i loro corpi nudi si univano con passione, voglia, fino a lasciarsi andare in un amplesso e cadere l’uno sull’altro.
Lei lo guardò, sorrise.
L’annuncio che il suo treno era in arrivo lo riscosse da quel sogno ad occhi aperti, trovando dall’altra lato il nulla, una panchina vuota. Aveva preso il suo treno, stava continuando la sua vita, mentre lui ne aveva vissuta una con lei senza nemmeno esserne a conoscenza.
Si alzò in piedi, ripensando a tutte le notti insonni, alle bottiglie di vino scolate per annullare i pensieri, ai tormenti, agli obiettivi raggiunti nella sua vita come ghigliottine che tagliavano ogni volta un pezzo di sé, di quel reale sé che viveva dentro di lui ma che non riusciva ad emergere.
La pioggia intanto batteva forte ma Alex sembrava quasi non accorgersene, anzi, alzò gli occhi verso il cielo scoprendo il suo viso solcato da lacrime a cui nemmeno aveva fatto caso.
Tastò nelle tasche e trovò il suo accendino, l’unico ricordo di suo nonno, del quale aveva ricordi sbiaditi.
Accese l’ennesima sigaretta e tra le nuvole di fumo che uscivano dalla sua bocca prese forma un ricordo, una frase che spesso aveva sentito di dire dalla madre, poiché la controparte maschile era meno sensibile e tanto pragmatica da non accettare certi malesseri.
– Non riesco a vederti sempre così triste. –
Avrebbe tanto voluto dire a sua madre di stare tranquilla, che presto non avrebbe avuto motivo di preoccuparsi, che sarebbe stato finalmente libero da quelle catene che per anni l’avevano imprigionato e dalle quali nel tentativo di liberarsene aveva perso molte delle sue energie.
Camminava lungo la banchina, quasi verso la fine, in modo da poter accedere alle ultime carrozze nel tentativo di essere il più isolato possibile dagli altri.
Il treno che vedeva in lontananza non era il suo, quest’ultimo sarebbe stato solo di passaggio per la stazione, pochi secondi e poi sarebbe svanito proprio come aveva fatto la ragazza poco prima.
Si ritrovò a sorridere dopo tanto tempo in modo sincero, genuino, stupendosene lui stesso. Il mondo gli sembrava ovattato, le voci distanti, le persone si muovevano a rallentatore, gli facevano gesti che lui non capiva ma finalmente qualcuno lo guardava, anzi tanti lo guardavano.
Un ultimo tiro e poi un ultimo passo.
Il treno viaggiava rapido, spedito, e lui l’avrebbe preso, aveva deciso, facendo quel passo avanti che mai aveva avuto il coraggio di fare.
Forse i suoi avevano ragione.
Era strano andare in avanti e non avere una base d’appoggio, ma per una minima frazione di secondo si sentì come se stesse fluttuando, e si ritrovò a ridere come un bambino, mentre con la coda dell’occhio vide due grossi cerchi luminosi andare rapidi verso di lui.
Tutto nero.
Tutto finito.
Alex non si era reso conto della sveglia che continuava imperterrita a risuonare finché non avesse trovato le forze per alzarsi e spegnerla.
Si ritrovò a guardarla, ancora una volta, dal caldo del suo letto, lui fermo, immobile, mentre gli occhi si riempivano di lacrime fino ad esplodere in un pianto tanto silente quanto disperato.
Tuttavia era ora di alzarsi o avrebbe fatto tardi a lavoro.
Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Ciao Vincenzo, penso che tra i racconti che hai pubblicato questo sia il più “forte”. Forte nel senso di sentimenti, emozioni, paure che può evocare… che vuoi evocare. Quel pensiero di essere inadeguato, sbagliato e incapace di interagire commuove e quella soluzione, sognata? pensata? progettata? provoca sgomento. Spero che quello che hai scritto non corrisponda a tuoi stati d’animo ma sia solo il ritratto di ciò che vedi nella gente o negli amici o in qualcuno in particolare. Scrivere serve ad aprirsi, a condividere e spesso a sciogliere nodi che ci portiamo dentro. Un abbraccio!
Ciao Giuseppe. Innanzitutto vorrei ringraziarti per il tuo commento, significa davvero tanto per me.
Probabilmente questa è anche la storia che ho scritto evocando uno stato d’animo particolare, cercando di evocare quelle sensazioni negative che inadeguatezza, solitudine, frustrazione possono recare e portarle in un racconto quasi come un modo catartico per liberarsene.
Dal punto di vista delle emozioni sono pienamente d’accordo, è il racconto più forte dal punto di vista introspettivo/sentimentale.
Sono davvero felice che le mie parole possano suscitare delle emozioni in chi legge ed è proprio una delle motivazioni principali che mi ha spinto a scrivere.
Ti ringrazio ancora una volta e ricambio il tuo abbraccio.
Ciao Vincenzo. Ho letto volentieri il tuo scritto che più che un racconto forse vuole essere uno sfogo. L’idea è molto buona e devo dire che il ‘presunto’ finale fa venire i brividi o anche è da brividi. Mi permetto di darti un piccolo suggerimento. Tu ci racconti molto di Alex, tanto perché sai scavare nel suo animo. In certi punti avresti invece potuto ‘mostrare’, magari con dialoghi o cambi di punto di vista che avrebbero reso il testo maggiormente dinamico. Io, personalmente, mi sarei spinta molto oltre e lo avrei scritto in prima persona, da dentro la sua testa a fuori. Ma, come tu dicevo, sono solo consigli 😊
Ciao Cristiana. Innanzitutto ti ringrazio per aver letto il mio scritto e sono davvero felice che ti sia piaciuto. Il mio intento era quello di trasmettere o perlomeno suscitare nel lettore emozioni, e dato che parli di “brividi” non posso che esserne soddisfatto.
Detto ciò accetto ogni consiglio, anzi, prendo spunto dal tuo commento per mettere in piedi magari un’altra storia ( o un ritorno di Alex ), scrivendolo in prima persona.
Ancora grazie mille.
Giusto qualche errore di battitura, ma molto bella la descrizione di questa vita ciclica e ripetitiva, in cui al di là delle condizioni differenti di ognuno, è molto facile immedesimarsi. Su tutto sembra aleggiare un’atmosfera grigia, che prosegue con il ripetersi della quotidianità. Un buon esordio, ben fatto!
Ciao Federico e grazie mille per il commento. Preso dall’euforia ho commesso l’errore di non controllare con calma il tutto. Sono molto felice che sia stato apprezzato. L’intento era proprio quello di rappresentare in modo abbastanza universale la ciclicità e lo stato spesso ansioso-depressivo che tale vita può indurre. Il tutto avvolto in un atmosfera grigia in cui gli unici abbozzi di colore sono dati da ciò che pensiamo, anche se non è detto che sia così, darci piacere. Grazie ancora.