Il Treno

Serie: Gli Occhi del Drago

Di nascosto da Akira, Diana chiese a Lenore cosa fosse un “disturbo cognitivo”. Non voleva apparire ignorante agli occhi del Ka, non dopo che si era complimentato con lei.

L’erborista le aveva spiegato che doveva comportarsi come una bambina piccola e lasciarsi andare alla paura qualora avvertisse quell’emozione: lei e Akira l’avrebbero stretta forte per rassicurarla. Non doveva proferire parola con nessuno, nemmeno con loro.

Non sarebbe stato difficile sembrare goffa, lo strano vestito che le avevano fatto indossare pungeva: si stava grattando come un’ossessa, nonostante le occhiatacce di Lenore.

Erano arrivati a Hiroma la notte prima ed avevano soggiornato in un piccolo hotel ubicato in una zona isolata. Akira aveva recuperato le tuniche e i documenti falsi da un contatto della Shishi e dopo aver studiato gli ultimi particolari si erano concessi una notte di sonno.

Si erano svegliati prima dell’alba ed indossato il saio senza mettere la biancheria: Diana aveva opposto resistenza, schifata, ma le era stato detto che quello era uno dei disagi cui si sottoponevano i pellegrini. Nulla addosso se non la tela ruvida, nulla da mangiare se non un sacco di farina con cui preparare dei pani durante la sosta notturna. Per fortuna era concesso loro bere, all’interno del treno era possibile attingere a dei contenitori comuni. Tutti portavano nello zaino la loro tazza di legno personale, una coperta di lana e le “ali”: uno strano aggeggio, che Diana aveva osservato con curiosità. Lenore le aveva spiegato che servivano per pregare.

Diana non l’aveva mai fatto, sua madre era agnostica come la maggioranza degli abitanti di Aurona.

Aveva preso in mano quello che le era sembrato un ventaglio bianco, aprendolo con attenzione. Si era separato in due pezzi, uno per ogni lato, divisi in sei sezioni collegate da una specie di membrana. Ad ognuna corrispondeva una runa apparentemente posizionata a caso. Aveva scoperto che nelle “ali” di Lenore e Akira le rune erano diverse.

I due adulti l’avevano invitata a riporlo prima di partire dall’hotel e al momento di uscire l’erborista le aveva stretto una mano.

Gli abitanti della città, vivace e colorata, dovevano essere abituati ai pellegrini perché nessuno si burlò di loro. Procedettero con il cappuccio del saio ben calato sul volto, camminando lesti in direzione della stazione. Diana non osò lamentarsi per il male ai piedi, i sandali che indossava erano duri come la pietra, sapendo che le sue lamentele non sarebbero state accolte.

«Topolino, ora rimani tranquilla. Siamo arrivati al punto di controllo, fra poco accederemo al binario del treno.»

Diana alzò leggermente lo sguardo che fino a quel momento aveva tenuto abbassato a terra: sorrise ad Akira e lo vide ricambiarla nell’ombra del cappuccio.

Si sistemarono in coda ad una colonna nutrita, attendendo il loro turno sotto il sole.

Diana cercò di contare le persone che li precedevano, arrendendosi dopo qualche minuto: le parvero centinaia. Avanzarono lentamente e il calore la distolse per un momento dal fastidio del tessuto del saio: non aveva mai sudato tanto in vita sua.

Dopo un’eternità giunsero ad un cancello di ferro.

Arrischiò uno sguardo, curiosa. Un recinto divideva la città dal resto dal Priorato, creando un colpo d’occhio che lasciava sgomenti. Da una parte Hiroma con le sue abitazioni color pastello e le vie trafficate, da l’altra un terreno brullo dall’aspetto inospitale. Una crepa nello spazio e nel tempo, due dipinti accostati che nulla avevano a vedere l’uno con l’altro. La porta d’accesso le parve un vero e proprio portale, come quello delle favole, che l’avrebbe condotta in un altro mondo. Un mondo brutto. Istintivamente, si aggrappò all’erborista cingendole un fianco.

Lenore abbassò una mano per posarle una carezza sopra il cappuccio, rassicurante.

Akira le precedette. Parlò con l’uomo al cancello, uno proprio strano, mostrandogli i loro documenti.

«Fai vedere le mani.»

Akira le allungò lasciando che l’estraneo le esaminasse.

«Sono mani delicate, mani che mai hanno lavorato.»

«Sono un meccanico di precisione, un orologiaio. Devo averne cura.»

Era scritto nei documenti, ma evidentemente il tizio aveva voglia di attaccare briga. A Diana parve enorme. Vestiva con pantaloni color sabbia ed un pastrano aperto dello stesso colore: il petto era nudo e alla cintura portava degli strani aggeggi che le parvero armi.

«Eccoti la lettera di autorizzazione al viaggio. È stata autenticata dal decano del Santuario di Imelda, ha ritenuto la nostra preghiera meritevole di essere accolta.»

L’uomo la lesse senza molto interesse, scorrendo in velocità lo scritto e ponendo attenzione solo al sigillo. Una volta restituita ad Akira osservò pensieroso la bambina.

Diana si strinse più forte a Lenore, sul punto di piangere.

«È spaventata.»

Le parole di Akira si persero nel vento. L’uomo si chinò per guardare il viso di Diana sotto il cappuccio e la piccola si mise a tremare. Era brutto. Tanto brutto. I suoi capelli sembravano scoloriti dal sole ed avevano assunto lo stesso colore degli abiti, mentre la sua pelle sembrava cuoio invecchiato. Il suo sguardo non era gentile, ma indagatore. Gli occhi chiari, con la pupilla grande quanto la capocchia di uno spillo, erano cattivi.

Diana se la fece quasi addosso. Lui dovette comprendere perché si alzò con un moto di fastidio.

«Muovetevi, state intralciando la fila. Il vostro vagone è il numero otto, cercate di fargliela fare in un angolo prima di salire.»

«Grazie.» Akira si affrettò a lasciarle passare per prime, chinando nuovamente il capo in segno di ringraziamento.

Una volta al binario Lenore cercò un luogo appartato. «Non è una cattiva idea, topolino. Meglio che ti liberi prima di salire sul treno, lì avrai a disposizione solo un catino e dovrai buttare fuori il contenuto da un buco sul pavimento.»

Akira indicò loro dei cespugli arsi, dall’aspetto pungente.

Lenore scosse il capo. «Ricorda che sei l’unico che la fa in piedi.» Si diresse decisa oltre il binario, trascinando con sé Diana fino ad un capanno diroccato. «Sii gentiluomo, vigila per un attimo la nostra privacy.»

Akira sospirò, aspettandole di fronte al magazzino. Non appena riapparvero fu lui ad allontanarsi, approfittando del retro per svotare la vescica in fretta. Non si fidava a lasciarle sole per troppo tempo.

Una volta di ritorno scoprì che Lenore e Diana si erano allontanate; le cercò con lo sguardo fino a trovarle vicino a quegli stessi cespugli che l’erborista aveva disdegnato. Quando le raggiunse, Lenore gli porse una foglia dall’aspetto carnoso.

«Passala fra le mani, secerne una sostanza disinfettante.»

«Non pensavo fossi un’igienista compulsiva.»

Lenore lo guardò ti traverso. «Ne riparleremo quando la metà dei pellegrini saranno piegati in due per la gastroenterite.»

Akira obbedì, lasciando cadere la foglia una volta spremuto il succo fino in fondo. L’erborista non aveva torto, le condizioni igieniche all’interno del vagone avrebbero messo a dura prova i viaggiatori.

Diana strofinò le mani con la sua fin quasi a spellarle.

«Può bastare, topolino.» Lenore gliela tolse di mano, ridendo. «Sei pronta?»

Diana annuì, ricordando quanto le era stato detto. Da quando erano usciti dall’hotel non aveva pronunciato una parola.

«Bravissima» l’erborista le rivolse uno sguardo affettuoso.

«Andiamo.»

Akira fece loro segno di affrettarsi verso il lungo procedere di vagoni polverosi color ocra. Raggiunsero il binario ed entrarono in quello assegnato loro, seguendo il Ka che le guidò verso una panca libera.

Quando le avevano detto che avrebbero viaggiato in treno, Diana si era dimostrata entusiasta. Non ne aveva mai visto uno e se lo immaginava diverso: allegro e colorato, con grandi finestrini che le avrebbero permesso di ammirare il paesaggio.

Al contrario, quello somigliava a un vagone per il trasporto animali. Non c’erano finestrini e le panche di legno, senza poggiaschiena, erano disposte in una sola fila ordinata; non seppe trattenere la delusione.

«Non è così scomodo.» Akira la invitò a raggiungerlo e una volta accanto la prese in braccio, facendola sedere sulle sue ginocchia. «Appoggia la testa sulla mia spalla, vedrai che starai bene.»

Diana obbedì, grata, e chiuse gli occhi. Il saio del Ka odorava di sapone da bucato e la bambina strofinò il naso sul tessuto senza dare peso alla sua ruvidezza. Sapeva che la loro era una famiglia finta, ma decise di godere di quel calore dimenticando tutto il resto.

Serie: Gli Occhi del Drago
  • Episodio 1: L’erborista
  • Episodio 2: Il nemico del mio nemico
  • Episodio 3: Ninna Nanna
  • Episodio 4: Il Ka, l’Erborista e il Topolino
  • Episodio 5: Il Treno
  • Episodio 6: Il Pellegrinaggio – parte I
  • Episodio 7: Il Pellegrinaggio – Parte II
  • Episodio 8: Nel Deserto
  • Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Fantasy, Sci-Fi, Young Adult

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    Discussioni

    1. “Lenore gli porse una foglia dall’aspetto carnoso.«Passala fra le mani, secerne una sostanza disinfettante”
      Ribadisco il commento di 1 minuto fa!
      L’attenzione per i dettagli è ciò che fa la differenza. E che rende più “reale” ogni mondo narrato.

    2. “. Si era separato in due pezzi, uno per ogni lato, divisi in sei sezioni collegate da una specie di membrana.”
      Complimenti per la cura con cui crei e valorizzi elementi di questo tipo!

    3. Micol, questo episodio mi è piaciuto un sacco, forse più dei precedenti. Il fatto che sia praticamente di “passaggio” la dice lunga sulla qualità della tua scrittura.
      “Una crepa nello spazio e nel tempo, due dipinti accostati che nulla avevano a vedere l’uno con l’altro.” Che frase meravigliosa!😊

      1. Ciao Dario, ti ringrazio 😀
        In realtà questa sarà una serie molto soft, riserverà poca azione principalmente nella seconda stagione. Spero ti piacerà ugualmente

    4. Hai tratteggiato due personaggi, Diana e Ka, molto interessanti: soprattutto la maniera come interagiscono con le circostanze che, parere mio, sono sempre particolari in questa “strana avventura”.
      Poi perdonami, ma se in qualche maniera ci sono i draghi con te come autrice il gioco è fatto.

      Complimenti ci vediamo al prossimo episodio.

      1. Ciao Raffaele 😀
        Chissà… magari prima della fine i draghi arriveranno davvero! ;D

    5. Ciao Micol, che tenerezza mi fa la piccola Diana😍😍😍, in effetti sembrano una famiglia, si prendono cura di lei😍! Lo so, c’è una missione da compiere, ma credo che pian piano si affezioneranno alla piccola. Che te lo dico a fare che il brano è impreziosito da descrizioni deliziose??? Mi rapisci sempre nei tuoi mondi, cara Micol😍!

      1. Ciao Tonino, la “nostra” Diana si è evoluta un bel po’ da quel primo incontro 😀
        Per questa serie mi asterrò dal proporre immagini “forti”, un po’ un ritorno al “Nel Buio della Notte” anche se in modo diverso. Farò la brava, promesso, e tratterò Diana con i guanti bianchi!

    6. Con questo brano mi hai fatto innamorare ancora di più dei tuo personaggi. Che tenera finta famiglia…

      1. Ciao Ivan, una volta tanto faccio finta di essere dolce 😀

    7. “«Passala fra le mani, secerne una sostanza disinfettante.»”
      Questo passaggio mi è piaciuto, mi sveleresti qual è questa foglia? Così se dovesse finire il gel disinfettante un’altra volta… 😂 😂

      1. Dovrei chiederlo a Lenore, ma penso che l’Aloe possa andare bene. Da non confondere con Alo, che non gradirebbe essere strofinato

    8. Questo pezzo mi è piaciuto particolarmente, mi piace molto Diana e il suo grande cuore da bambina.
      La sua paura, la delusione e ricerca di affetto mi hanno emozionato.
      Il mondo in cui si muove e vivido e paurosa ma sono sicuro che Akira è in grado di proteggerla.
      Al prossimo episodio

      1. Ciao Alessandro, lo so che hai il cuore tenero 😀
        In questa serie ho deciso di essere meno cattiva anch’io, anche se come sai non riesco a gestire una favola fino in fondo. Prometto comunque di non sezionare nessuno!