Il tuo amore per la neve (Parte prima)
Serie: Ricevimenti al crepuscolo
- Episodio 1: Il tuo amore per la neve (Parte prima)
STAGIONE 1
Dipingeva diciannove ore al giorno. Diceva che dipingere significava consacrarsi. Poi, quando non dipingeva, dormiva, si puliva gli occhiali o riempiva la ciotola di latte per il suo gatto Archimede. Alcuni gli chiedevano perché non aveva dato al suo gatto il nome di un pittore. La matematica, secondo loro, era lontana dalla pittura, come da tutta l’arte e dalla poesia. Ma Archimede era il nome più adatto per il suo gatto, e non glielo avrebbe mai cambiato, per nessun pittore, artista o poeta al mondo, come ripeteva, con un fare sempre ostile e scontroso. Gli stessi che gli chiedevano del gatto, insistevano sul fatto che non doveva dormire nella stessa camera dove dipingeva; poteva fargli male, per via della tossicità dei solventi.
«Lascio la finestra aperta. Non la chiudo mai. Intanto respiro bene, signori, siate sereni» rispondeva.
«E se una notte entrasse qualcuno?»
«Non so cosa farci.»
«E l’inverno?»
«Saranno affari suoi. E adesso, mi dispiace, ma devo proprio andare.»
Le sue risposte erano laconiche, spesso incomprensibili, taglienti, come tutto il suo comportamento e l’insieme della sua pittura senza speranza, linee, forme compiute. I vari conoscenti cominciarono a non chiedergli più nulla, ma a ragionare di lui alle sue spalle, con uno sprezzo che a me non è mai andato giù.
«Perché dipinge e non fa mai mostre? Ve lo siete chiesti?» si dicevano. Qualcun altro si domandava se erano davvero particolari le sue opere, se le teneva sempre chiuse in casa senza mostrarle a nessuno. Si malignava spesso di lui, come di sua sorella, che ogni tanto passava a trovarlo da un paese di montagna poco lontano, per preparargli da mangiare, rassettare, pulire, tenergli ordine e compagnia. La sorella non gli somigliava per niente. Abitava da tempo le tinte del suo silenzio, lungo il grigiore dei suoi arrivi nebbiosi, che divoravano in un boato la pace antica del paese, irradiandosi nel suo mistero invernale e nel mio amore per la neve: era l’unica ragione che mi tratteneva lì. La sua dorsale di bianco e di infinito, quando allungavo il braccio nel buio, e la ritrovavo intatta e fedele, come una cagna bianchissima fatta a pezzi dalla carezza di una tormenta notturna. Era tutto ciò che avevo e che sentivo mio: la mia neve, sul cucchiaino d’argento di un paese finito.
La donna rimaneva delle ore da suo fratello, senza uscire mai. Qualcuno avrebbe riferito che dopo aver concluso le sue mansioni, si sedeva accanto a lui e lo guardava dipingere il vuoto, fino all’imbrunire, senza parlare.
«La pittura necessita del silenzio assoluto, allo stesso modo della grande musica, della neve e della poesia» come lui ripeteva alle poche anime che avevano la fortuna, se non la disgrazia, di avvicinarlo, i pochi istanti in cui metteva il naso fuori di casa, di solito nei giorni di pioggia o nel primo pomeriggio della domenica.
La sorella rimaneva al suo servizio fino a sera inoltrata, giusto in tempo per l’ultima corriera, che raggiungeva sempre di corsa, quando era già notte. Dalla finestra dello studio, dove il fratello dipingeva, palpitava sempre una lucina rosata da dormitorio. La finestra dava sul giardino. Era facilmente raggiungibile perché il cancello che lo delimitava era rotto da anni. All’interno del giardino non vi era nulla di importante; soltanto rovi, pezzi di vetro, una quercia selvatica, una mangiatoia per uccelli e manciate di detriti e di erbacce. La finestra non era troppo alta; non sarebbe stato difficile arrampicarsi e affondare lo sguardo, specie quando a casa c’era sua sorella, come qualcuno, divorato dalla curiosità di scoprirla nella sua intimità, avrebbe fatto tempo prima. C’è chi diceva che la tela del fratello sarebbe rimasta sempre allo stesso punto, proprio come il vecchio cancello rotto da anni. Ma io non avevo le prove. Avrei dovuto sperimentare di persona per togliermi ogni dubbio, ma non era facile.
Quando una domenica di neve alcuni di passaggio si accorsero di una piccola croce conficcata nel terreno del giardino, ai piedi della quercia, pensarono subito al gatto Archimede. Prima che facesse scuro, ci accostammo in tre al cancello e rimanemmo lì fuori, annusando il nevischio che si posava sulla croce nel silenzio della domenica che finiva.
Dal giorno seguente alla comparsa della croce, la sorella non passò più a trovarlo. Era un giorno chiaro di neve, il primo della sua assenza. Nel pomeriggio il cielo si rabbuiò di corvi. I lampioni delle strade si fecero fiochi e bluastri. Alcuni frequentatori della locanda dissero che era assurdo piantare una croce per un gatto. C’è chi lo faceva per i cani da caccia, allora sì che lo avrebbero capito, ma non per un gatto domestico, con un nome umano e abbastanza insolito. Le nostre conversazioni, quando il freddo aumentava e si beveva insieme, si inerpicavano sempre sulla morte misteriosa del gatto del pittore, ma soprattutto sulla giovane sorella, come sul fatto che da qualche giorno non si faceva vedere e che era stata per due anni internata in un manicomio. Prima del ricovero faceva la maestra elementare. Dopo gli elettroshock era rimasta segregata in casa, a cucire, a sentire la radio o a sonnecchiare fino a tardi, dietro i vetri di una piccola finestra dai vetri appannati, che dava sul vuoto di un cortile quadrato, sempre deserto, fustigato da raffiche di vento feroci, che spazzavano via persino i sentimenti e i pensieri. Ogni tanto riceveva alcune lettere dai suoi scolari, piene di affetto e di errori grammaticali; poi anche quelle sarebbero svanite nel nulla, senza una ragione chiara, come i suoi ultimi giorni di scuola e di sereno.
Serie: Ricevimenti al crepuscolo
- Episodio 1: Il tuo amore per la neve (Parte prima)
“«La pittura necessita del silenzio assoluto, allo stesso modo della grande musica, della neve e della poesia»”
Forse questa frase spiega il finale? Chissà?
Un bel racconto a tinte gialle con lo sfondo bianco della neve che dà un tocco poetico iniziale, per poi cambiare tono con la croce in giardino e altri indizi che non lasciano ipotizzare niente di buono.
Com’è bello il talento. Ho sottolineato con la mente molte frasi. Se fosse un libro lo acquisterei, lo terrei da parte per tutta l’estate e poi lo leggerei a novembre, in montagna, chiusa in casa al calduccio.
La tua storia costruisce il mistero con grande lentezza, senza mai forzarlo, lasciandolo emergere dai gesti minimi, dai silenzi e dagli sguardi del paese.
La figura del pittore appare subito come una presenza chiusa, quasi ascetica, votata a una pittura che sembra più una condanna che una scelta. Intorno a lui si muove una comunità curiosa e giudicante, incapace di comprendere davvero ciò che osserva, ma pronta a trasformare ogni dettaglio in sospetto. La neve, la finestra aperta, la lucina rosata, il giardino abbandonato e infine la piccola croce compongono un paesaggio dell’inquietudine, dove ogni immagine ha un valore simbolico e sembra custodire qualcosa di non detto.
Particolarmente intensa è la presenza della sorella, donna fragile, silenziosa, quasi inghiottita dal dolore e dalla memoria del manicomio. Essa diventa, a mio avviso, il vero punto oscuro del racconto. La tua scrittura è lirica, densa e visionaria. Sei riuscito, attraverso la scrittura, a trasformare un paese apparentemente immobile in un luogo attraversato da segreti, crudeltà e malinconia.
“la mia neve, sul cucchiaino d’argento di un paese finito”
❤️
“Abitava da tempo le tinte del suo silenzio, lungo il grigiore dei suoi arrivi nebbiosi, che divoravano in un boato la pace antica del paese, irradiandosi nel suo mistero invernale e nel mio amore per la neve”
Emozionante ❤️
È la neve la vera protagonista di questa prima parte. La si potrebbe addirittura mangiare, per quanto è ben descritta e quai tangibile.
Ho apprezzato moltissino questa frase: “Abitava da tempo le tinte del suo silenzio, lungo il grigiore dei suoi arrivi nebbiosi, che divoravano in un boato la pace antica del paese, irradiandosi nel suo mistero invernale e nel mio amore per la neve: era l’unica ragione che mi tratteneva lì.”
Ciao, Francesca. Ti ringrazio molto per il tuo commento così generoso e sentito. Hai colto gli aspetti sostanziali del racconto, a partire dall’elemento femminile e creaturale della neve, fino al senso perenne di dissolvenza e di perdita che attraversa la natura silenziosa dei singoli istanti di questo inizio. Sono dell’idea che ogni nuovo sguardo su di una storia la renda ancora diversa, più profonda e misteriosa di come già non sia. Un saluto e a presto.