Il tuo amore per la neve (Parte seconda)

Serie: Ricevimenti al crepuscolo


In un paese solitario, dimenticato dal tempo e ammantato di neve, vive un pittore, con le sue tele vuote e un gatto di nome Archimede. Ogni tanto passa a trovarlo sua sorella, una maestra elementare a riposo per malattia.

«Possibile che la sorella non fosse al corrente della morte del gatto?» si blaterava su alla locanda. Qualcuno immaginava che la bestiola fosse morta di fame o avvelenata dai solventi tossici del pittore, se non impiccata con un filo elettrico; o che sotto la croce non ci fosse nessuno, e che l’uomo era un visionario, o un malato di mente come la sorella. C’era chi insinuava che fosse proprio lei a essere sepolta sotto la piccola croce del giardino, e non il gatto – ecco perché non la si vedeva più in paese. Mi domandavo se qualcuno avrebbe mai trovato il coraggio di sradicare la croce dal terreno e di scavare a fondo; era l’unica strada per la verità, altrimenti saremmo rimasti per sempre con il dubbio.

Quando passavo per la locanda, dopo il lavoro, non parlavo mai, ma ascoltavo con attenzione i loro discorsi terrificanti. Avevo percepito che nell’attesa di un suo ritorno, che per qualcuno si auspicava prossimo, maturava il desiderio di assediarla. Alcuni ragazzi avrebbero voluto provarci in gruppo, scommettendo tra loro su chi sarebbe arrivato allo scopo con maggiore abilità: con una maestrina elementare che era stata in manicomio, doveva essere un’esperienza travolgente, anche sfilarle per scherzo le calze di filanca, spintonarla contro un muro e baciarla nei capelli, nella bocca, negli occhi, come si dicevano in tanti, mentre i loro padri sorridevano soddisfatti della loro irruenza e tenacia.

Tutto il clima di eccessi e di fervore andava a stemperare, dentro di me, la regressione della sua figura spettrale, mentre riaffiorava lungo i tornanti del mio immaginario, affannando come una studentessa in ritardo nel tratto in salita verso la fontanina, sperando di non inciampare in una storta, o in un cucciolo di cinghiale, e di non perdere l’ultima corriera della sera – una delle sue grandi paure, in parte anche la mia, quando lasciavo di colpo la locanda e nel pieno della corsa mi prendeva una fitta al petto, che pulsava come un dente infetto lungo il verso di ritorno, e poi di nuovo a casa, dove mia madre, allettata da anni per una malattia degenerativa, mi rimproverava di aver tardato per un’altra sera, col buio che le divampava negli occhi già lontani. Io riprendevo fiato e le chiedevo perdono, cercando di rassicurarla. Lei, dal mio tono di voce e dal mio viso distrutto, si accorgeva che c’era qualcosa che non andava, forse la fitta di poco prima, o le risate su alla locanda che mi grondavano dentro e mi addoloravano, come se avessero dileggiato una persona cara, che mi apparteneva da sempre.

Poi mi chiudeva gli occhi e mi prendeva la mano.

«Spiegami che cos’hai. Non ti vedo per niente bene» e io le ripetevo in sottovoce, soffiando sulla candela, le mie paroline imprecise da prima elementare, che quando le sentivi non ti lasciavano più, come la sua mano grassa di unguenti e pomate celesti.

«Ho un cattivo presentimento. Non vorrei che le fosse accaduto qualcosa di brutto.»

«Ma di chi parli? Non capisco» mi fece, quando le lasciai la mano e le tolsi gli occhiali. Non le dissi altro. Quando mia madre si addormentò, accesi una nuova candela e preparai un foglio di quaderno per scrivere una lettera alla sorella del pittore, di cui non conoscevo il nome, ma non importava. Cominciai con poche parole, sperando di trovare il modo di metterla in guardia dai pericoli che si sarebbero abbattuti sulla sua persona, fin dal primo istante del suo ritorno, ma pensai subito che non avrei potuto firmarla, sarebbe stato troppo rischioso. A un certo punto ripresi fiato, mi fermai. Il respiro pesante di mia madre, che ventilava dalla sua camera, fu la mia grande intuizione: perché non chiedere alla sorella del pittore di accudirla, almeno per i momenti cruciali, gli spostamenti del primo mattino, qualche nottata festiva, sempre debitamente retribuita, naturalmente? Con quel pensiero fisso in mente, completai la mia lettera di getto. Prima di mezzanotte era già pronta. Fui abbastanza sintetico, limitandomi a quanto le sarebbe spettato, senza aggiungere altro, se non le condizioni e le reali problematiche dell’assistita, in modo da renderla consapevole di cosa avrebbe incontrato accettando l’incarico che le proponevo. L’indomani la mia lettera sarebbe scivolata sotto la porta dell’abitazione del pittore. Sulla busta, in uno stampatello maiuscolo e ben calcato, avevo precisato che era indirizzata a sua sorella, una questione riservata, S.p.m. Ormai era fatta, direi.

Il giorno seguente, di buon mattino, accennai a mia madre di una personcina per bene, proveniente da un borgo di montagna poco lontano, che avrei consultato a breve per proporle di assumerla al suo servizio. Ero certo che le sarebbe stata di grande utilità, le dicevo, pur non sapendo nulla di sicuro o rincuorante sul suo conto, se non il suo peggio, ma a lei, naturalmente, non lo specificai.

Mia madre mi fissava e mi ascoltava parlare con lo sguardo sospettoso e offeso a morte. Nel suo volto incupito dilagava tutto il risentimento per la sentenza che le stavo comunicando a freddo. Il suo silenzio fu una risposta eloquente al torto inflittole dalle mie parole, che le esplosero in pieno viso come se partite da un’arma da fuoco, e non dalla solitudine esemplare di un figlio unico – c’era da aspettarselo. Quando la sollevai come tutte le mattine, per sostenerla e aiutarla a lavarsi, girò il viso dall’altra parte, in modo da non incontrare il bagliore del mio, che all’improvviso sembrava ritornato felice.

Prima di uscire, percepii la sua voce chiedermi che cosa mi stava succedendo: perché stanotte mi agitavo,  poi ridevo e parlavo a lungo di cose incomprensibili; e perché non avevo pensato a Saverio, che è una persona robusta, piena di vigore, di simpatia e di carattere, che già da tempo si era offerto di aiutarla, sia la mattina che la sera, mi ripeteva con fatica, ansimando, poi tossendo di rabbia, poco prima che uscissi, continuando a logorarsi fino a quando non mi chiusi la porta dietro, avventurandomi fuori, con in tasca la busta della lettera e le lunghe dorsali innevate che mi innamoravano gli occhi.

Continua...

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Avete messo Mi Piace1 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Il paese e le sue voci fanno da sfondo e da commento, fra il pettegolo e il minaccioso, alle quattro (per ora) vite che hai messo al centro del racconto. Vite sfuggenti, di poche parole. E immagino quelle montagne laggiù, le “dorsali”, che sembrano avere una propria soggettività, come un leitmotiv o un coro a bocca chiusa.

    1. Ciao, Francesca. Molto belle e interessanti le tue risonanze evocate dalla seconda parte della storia. Mi accorgo che tu sia riuscita a cogliere delle vibrazioni sottili del tessuto, che è intriso di una sua multisensorialità, caratteristica di tutti i racconti che sto rodando all’interno di questo progetto. Il tuo investigare con naturalezza gli strati più interni del capitolo, è la riprova che hai captato le giuste frequenze per abitarlo e riscriverlo attraverso il tuo sguardo. Ti ringrazio ancora. Un saluto e una buona giornata.