Il tuo amore per la neve (Parte terza)
Serie: Ricevimenti al crepuscolo
- Episodio 1: Il tuo amore per la neve (Parte prima)
- Episodio 2: Il tuo amore per la neve (Parte seconda)
- Episodio 3: Il tuo amore per la neve (Parte terza)
- Episodio 4: Irene (Parte I)
- Episodio 5: Irene (Parte II)
- Episodio 6: Irene (Parte III)
- Episodio 7: Irene (Parte IV)
- Episodio 8: Irene (Parte V)
- Episodio 9: Irene (Epilogo)
- Episodio 10: Doppia eclissi
- Episodio 1: Le mosche azzurre (Parte I)
- Episodio 2: Le mosche azzurre (Parte II)
- Episodio 3: Le mosche azzurre (III)
- Episodio 4: Senza di me (I)
- Episodio 5: Senza di me (II)
- Episodio 6: Senza di me (III)
- Episodio 7: Senza di me (Epilogo)
STAGIONE 1
STAGIONE 2
Feci un lungo tratto a piedi, fischiettando e sentendomi più vivo e scanzonato del solito. Infilai la lettera sotto la porta dell’abitazione del fratello, guardandomi intorno e sperando di non essere visto da nessuno; poi ritornai indietro, senza una meta precisa, ciondolando nel vuoto come faceva Cornelia, la nostra volpe, quando la lasciavo uscire nel tardo pomeriggio, fino al margine del bosco, prima del buio.
Ero ancora preso dai miei pensieri, quando all’improvviso intravidi la sorella del pittore scendere con impaccio dalla corriera, nei suoi stivaletti un po’storti, avvolta in un cappotto nero di una taglia molto più grande, che le nascondeva le mani, rendendo la sua figura ancora più esile e minuta di come già non fosse. A quella visione pietosa mi fermai ed ebbi un sussulto, perché non mi sembrava lei. Non era come la ricordavo e la immaginavo, pur nel breve arco di tempo della sua assenza e delle mie continue apprensioni perché qualcuno la assediasse e le facesse del male senza motivo. Rispetto alla destinataria delle parole della mia lettera, la sentivo un’altra persona, a tratti comica, se non riprovevole, con le sue gambette nervose di maestra, quando si affrettavano e poi svanivano oltre il declino della collina innevata e dei suoi tornanti. Se si fosse alzato del vento, mi dicevo, di sicuro se la sarebbe portata via, e ogni cosa, almeno dentro di me, avrebbe ritrovato il suo posto, una sua nuova perfezione.
Mi incamminai verso piazza Cherubini, pentito dalla mia tempestività , col fumo del mattino che mi usciva dalla bocca. Mia madre aveva ragione. Era stato un passo sragionato, non c’erano dubbi. Volevo far passare del tempo e mettere in ordine le mie poche idee, ancora confuse, prima di cercare un modo per rimediare e ritirare la mia offerta sconsiderata. Entrai sconfortato nel bar tabacchi di Oreste, dove feci un’abbondante colazione – a casa per la fretta non avevo toccato cibo. Scambiai con lui qualche parola di circostanza, soprattutto sulle previsioni della prossima fioccata. Non avevo voglia di parlare ma di torturarmi: ero il primo ad averla avvistata, pensai. La sua prima vittima.
Passate le dieci, mi decisi a ritornare verso l’abitazione del pittore. Mi intrattenni su di una panchina, poco lontana dal suo ingresso, un punto ottimale da cui potevo controllare i loro movimenti senza essere troppo in vista.
Quando la sorella uscì in giardino, da sola, un po’ ricurva, nella sua arietta sottomessa di sempre, mi feci coraggio, avvicinandomi al cancello dove si frammentava la sua sagoma sbiadita, accanto alla piccola croce del mistero, sperando di trovare il modo di spiegarle che la mia lettera era stato solo un errore, se non un passo avventato, e che mia madre stava già meglio, per nostra fortuna si era ripresa all’improvviso, nemmeno un’ora fa, una sorta di miracolo, che dire. Le chiesi prima il suo nome, giusto per rompere il ghiaccio, senza entrare in troppi dettagli, – in fondo non lo avevo mai saputo, né mi era mai venuta la curiosità di scoprirlo, se non in quell’istante così strano, sospeso dal tempo, dai sentimenti, dai desideri. Non esisteva più nulla oltre lei. La sua presenza, in quei pochi istanti aveva divorato tutto, per quanto fosse piccola, inconsistente – mentre questo accade solo quando le figure sono grandi e irraggiungibili. Una formica nella neve, immaginai, aveva ucciso la mia montagna.
«Sophie» mi rispose, con un filo di voce, continuando a fissare la neve sulla croce, come se non ci fossi. Le domandai della mia lettera notturna, non riuscendo a guardarla negli occhi per una sorta di disagio incombente, stringendo con un guanto le sbarre gelide del cancello rotto che ci divideva.
«Mi dispiace, non l’ho ancora letta. Non ho avuto tempo. L’avrei fatto più tardi, nel pomeriggio» mi disse, mentre dal retro della casa comparve suo fratello, con la barba incolta, in maniche di camicia. Mi inchiodò con uno sguardo brusco, dietro gli occhiali storti, senza dirmi nulla. Sophie mi invitò a entrare, stringendosi nelle braccia; forse aveva freddo, nonostante l’immensità del suo cappotto dove a tratti scompariva. Lui la precedette nell’ingresso secondario della casa, per poi svanire in una camera in fondo.
Quando entrai nella casa e rividi il gatto Archimede camminare placido, sul pavimento sporco di pittura, tirai un sospiro di sollievo. Le chiesi chi c’era sepolto sotto la piccola croce nel giardino, allora. Sophie abbassò gli occhi sugli stivaletti screziati di neve, dicendomi di un uccellino di montagna di nome Agosto, che suo fratello aveva trovato dopo un temporale estivo e che poi aveva soccorso, riscaldato e allevato per ben sedici anni. Non lo sapeva nessuno, era un loro segreto, come mi sussurrò, avvicinando il suo viso alla mia guancia. Il loro segreto diventava anche il mio, che presa una certa confidenza in tema di animali feriti, le parlai della volpe addomesticata di mia madre, come della sua malattia e del fatto che la nostra Cornelia fosse cieca da un occhio e non oltrepassava mai il margine del bosco, le rare volte in cui la liberavo, per farle annusare le ultime distese di neve azzurra, prima del buio.
«Mio fratello lasciava Agosto sempre libero, nelle stanze della casa, con la finestra aperta, quando lui dipingeva, perché sapeva bene che non sarebbe mai scappato, nonostante volasse alto e vedesse alla perfezione da entrambi gli occhi. Non lo avrebbe mai lasciato andare. La sua vita era qui. Mangiava dalle sue mani, o dalla punta della sua lingua – era da tanto che si era abituato alla sua presenza, ormai. Dormiva in una tazza celeste di terracotta, che fin dal primo giorno era stata dedicata soltanto a lui; era la stessa da cui bevevo il latte da bambina» mi fece Sophie, senza mai sollevare lo sguardo nel mio.
Ci sedemmo tutti e due di fronte alla tela bianca del fratello, nel silenzio sterminato del primo pomeriggio. Chiesi a Sophie che cosa rappresentasse tutto il vuoto del dipinto, fermo chissà da quanto, sempre allo stesso punto. Lei mi prese una mano. E poi tremando, con un filo di voce, mi fece: «Il tuo amore per la neve…»
(Fine)
Serie: Ricevimenti al crepuscolo
- Episodio 1: Il tuo amore per la neve (Parte prima)
- Episodio 2: Il tuo amore per la neve (Parte seconda)
- Episodio 3: Il tuo amore per la neve (Parte terza)
- Episodio 4: Irene (Parte I)
- Episodio 5: Irene (Parte II)
- Episodio 6: Irene (Parte III)
- Episodio 7: Irene (Parte IV)
- Episodio 8: Irene (Parte V)
- Episodio 9: Irene (Epilogo)
- Episodio 10: Doppia eclissi
Un finale delicato e profondamente umano, che scioglie il mistero senza perdere la poesia che attraversa tutto il racconto.
Il dialogo tra i personaggi, fatto di silenzi, fragilità e piccoli gesti, mi ha emozionata più di qualsiasi colpo di scena.
L’ultima frase è di una bellezza disarmante e mi ha lasciata sospesa, con la sensazione che il vero dipinto sia quello tracciato dai sentimenti e non dai colori.
Complimenti Luigi per questo bellissimo brano.
Sì, Cristiana. È nell’ultima frase che si svela il sentimento della storia, con tutto il suo mistero. O forse è proprio lì che il racconto comincia. Grazie delle tue impressioni, sempre ispirate e illuminanti.
Ho gradito questo racconto. Hai saputo creare un’atmosfera rarefatta, quasi sospesa, che indugia tra la perfezione della neve e la mediocrità dei sentimenti umani, salvati, ma solo in parte, dai pensieri del protagonista e dalla figura delicata di Sophie. Un ottimo lavoro.
Ciao, Giuseppe. Molto interessante questa tua analisi sulla contrapposizione degli elementi in gioco nel racconto. La solennità della natura, con la sua impermanenza, ma anche immanenza, contro la nebbiosità di alcuni sentimenti umani, nel nostro caso la meschinità di chi giudica solo per le apparenze, senza conoscere, ma soprattutto senza sentire che cosa gli accade intorno, oltre la ristrettezza dei suoi confini. Questa neve, invece, ascolta, forse il suo stesso silenzio, con i suoi presagi e la sua innocenza, allo stesso modo di Sophie di fronte alla tela incompiuta del fratello. Grazie di cuore della tua visita e delle tue preziose suggestioni.
La scoperta del nome plasma finalmente la figura della sorella. Sophie ammalia con la sua dolcezza, l’affetto per un piccolo uccello crea quel legame unico che solo due anime sensibili possono avere.
E il finale sospeso, come un paesino immerso nella neve, ci lascia con un bagaglio immenso di immaginazione sul loro futuro.
Un racconto poetico, un dipinto.
È proprio così, Laura. Il racconto diventa adesso parte dei processi immaginari di chi lo ha incontrato e in parte abitato. Continuerà a espandere la sua polvere di nevischio per ciascuna sensibilità vi abbia riconosciuto delle rispondenze, più o meno segrete, che lo ricondurranno al mistero presente in ciascun lettore, quando diventa parte creativa e mutante della sua stessa esperienza. Un saluto e a presto.
Un finale che è un inizio. La figura di Sophie ne esce arricchita e, nello stesso tempo, avvolta da un velo di perturbante mistero. La si conosce, non la si conosce? È davvero possibile conoscerla? Chi è, alla fine? Il suo ruolo non può essere quello di un assistente per una donna anziana. E infatti, non lo diventerà . La sua stessa imperfezione fisica (addirittura “disdicevole” dici, a un certo punto) è come l’avvento di qualcosa di di sacro, nel duplice senso della parola. Il quadro vuoto che riporta alla neve è ancora una volta la tonalità dominante. Bellissimo racconto, Luigi.
Ciao, Francesca. È proprio vero: il finale della storia è un nuovo inizio, quindi rimane aperto a tutte le possibilità concesse dall’incontro con il mistero. Avverto anche io la dimensione del sacro come costante dell’ignoto, che dalla figura della sorella del pittore attraversa i luoghi, gli spazi, i crinali e gli abissi con la stessa complessità riposta in ogni relazione umana che non sia ancora del tutto compiuta e definita, ma che già condizioni in profondità più piani sensoriali e spirituali, dove spesso la ragione, il calcolo, le previsioni non arrivano, così come può accadere con una nevicata improvvisa, semmai fuori stagione. Nello sfondo vi leggo anche una metafora sottile sulla natura e sull’innocenza. Grazie ancora delle tue parole, che mi incoraggiano molto. Un saluto.
Denso di poesia. Parola dopo parola si scolpisce nella memoria. Agosto e Cornelia sono eccezionali.
Sono contento che ti sia arrivato il sentimento del racconto, nella sua sospensione di innocenza, di mistero e di fragilità . Grazie ancora della tua attenzione. A presto.