Il tuo amore per la neve (Parte terza)

Serie: Ricevimenti al crepuscolo


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Nella locanda del paese si vocifera delle abitudini del pittore, come dell’assenza improvvisa della sorella, per alcuni già data morta, per altri diventata oggetto singolare di scherno e di desiderio. Un uomo, preoccupato, le scrive una lettera per assumerla a servizio della madre ammalata.

Feci un lungo tratto a piedi, fischiettando e sentendomi più vivo e scanzonato del solito. Infilai la lettera sotto la porta dell’abitazione del fratello, guardandomi intorno e sperando di non essere visto da nessuno; poi ritornai indietro, senza una meta precisa, ciondolando nel vuoto come faceva Cornelia, la nostra volpe, quando la lasciavo uscire nel tardo pomeriggio, fino al margine del bosco, prima del buio. 

Ero ancora preso dai miei pensieri, quando all’improvviso intravidi la sorella del pittore scendere con impaccio dalla corriera, nei suoi stivaletti un po’storti, avvolta in un cappotto nero di una taglia molto più grande, che le nascondeva le mani, rendendo la sua figura ancora più esile e minuta di come già non fosse. A quella visione pietosa mi fermai ed ebbi un sussulto, perché non mi sembrava lei. Non era come la ricordavo e la immaginavo, pur nel breve arco di tempo della sua assenza e delle mie continue apprensioni perché qualcuno la assediasse e le facesse del male senza motivo. Rispetto alla destinataria delle parole della mia lettera, la sentivo un’altra persona, a tratti comica, se non riprovevole, con le sue gambette nervose di maestra, quando si affrettavano e poi svanivano oltre il declino della collina innevata e dei suoi tornanti. Se si fosse alzato del vento, mi dicevo, di sicuro se la sarebbe portata via, e ogni cosa, almeno dentro di me, avrebbe ritrovato il suo posto, una sua nuova perfezione.

Mi incamminai verso piazza Cherubini, pentito dalla mia tempestività, col fumo del mattino che mi usciva dalla bocca. Mia madre aveva ragione. Era stato un passo sragionato, non c’erano dubbi. Volevo far passare del tempo e mettere in ordine le mie poche idee, ancora confuse, prima di cercare un modo per rimediare e ritirare la mia offerta sconsiderata. Entrai sconfortato nel bar tabacchi di Oreste, dove feci un’abbondante colazione – a casa per la fretta  non avevo toccato cibo. Scambiai con lui qualche parola di circostanza, soprattutto sulle previsioni della prossima fioccata. Non avevo voglia di parlare ma di torturarmi: ero il primo ad averla avvistata, pensai. La sua prima vittima.

Passate le dieci, mi decisi a ritornare verso l’abitazione del pittore. Mi intrattenni su di una panchina, poco lontana dal suo ingresso, un punto ottimale da cui potevo controllare i loro movimenti senza essere troppo in vista.

Quando la sorella uscì in giardino, da sola, un po’ ricurva, nella sua arietta sottomessa di sempre,  mi feci coraggio, avvicinandomi al cancello dove si frammentava la sua sagoma sbiadita, accanto alla piccola croce del mistero, sperando di trovare il modo di spiegarle che la mia lettera era stato solo un errore, se non un passo avventato, e che mia madre stava già meglio, per nostra fortuna si era ripresa all’improvviso, nemmeno un’ora fa, una sorta di miracolo, che dire. Le chiesi prima il suo nome, giusto per rompere il ghiaccio, senza entrare in troppi dettagli, – in fondo non lo avevo mai saputo, né mi era mai venuta la curiosità di scoprirlo, se non in quell’istante così strano, sospeso dal tempo, dai sentimenti, dai desideri. Non esisteva più nulla oltre lei. La sua presenza, in quei pochi istanti aveva divorato tutto, per quanto fosse piccola, inconsistente – mentre questo accade solo quando le figure sono grandi e irraggiungibili. Una formica nella neve, immaginai, aveva ucciso la mia montagna.

«Sophie» mi rispose, con un filo di voce, continuando a fissare la neve sulla croce, come se non ci fossi. Le domandai della mia lettera notturna, non riuscendo a guardarla negli occhi per una sorta di disagio incombente, stringendo con un guanto le sbarre gelide del cancello rotto che ci divideva.

«Mi dispiace, non l’ho ancora letta. Non ho avuto tempo. L’avrei fatto più tardi, nel pomeriggio» mi disse, mentre dal retro della casa comparve suo fratello, con la barba incolta, in maniche di camicia. Mi inchiodò con uno sguardo brusco, dietro gli occhiali storti, senza dirmi nulla. Sophie mi invitò a entrare, stringendosi nelle braccia; forse aveva freddo, nonostante l’immensità del suo cappotto dove a tratti scompariva. Lui la precedette nell’ingresso secondario della casa, per poi svanire in una camera in fondo. 

Quando entrai nella casa e rividi il gatto Archimede camminare placido, sul pavimento sporco di pittura, tirai un sospiro di sollievo. Le chiesi chi c’era sepolto sotto la piccola croce nel giardino, allora. Sophie abbassò gli occhi sugli stivaletti screziati di neve, dicendomi di un uccellino di montagna di nome Agosto, che suo fratello aveva trovato dopo un temporale estivo e che poi aveva soccorso, riscaldato e allevato per ben sedici anni. Non lo sapeva nessuno, era un loro segreto, come mi sussurrò, avvicinando il suo viso alla mia guancia. Il loro segreto diventava anche il mio, che presa una certa confidenza in tema di animali feriti, le parlai della volpe addomesticata di mia madre, come della sua malattia e del fatto che la nostra Cornelia fosse cieca da un occhio e non oltrepassava mai il margine del bosco, le rare volte in cui la liberavo, per farle annusare le ultime distese di neve azzurra, prima del buio.

«Mio fratello lasciava Agosto sempre libero, nelle stanze della casa, con la finestra aperta, quando lui dipingeva, perché sapeva bene che non sarebbe mai scappato, nonostante volasse alto e vedesse alla perfezione da entrambi gli occhi. Non lo avrebbe mai lasciato andare. La sua vita era qui. Mangiava dalle sue mani, o dalla punta della sua lingua – era da tanto che si era abituato alla sua presenza, ormai. Dormiva in una tazza celeste di terracotta, che fin dal primo giorno era stata dedicata soltanto a lui; era la stessa da cui bevevo il latte da bambina» mi fece Sophie, senza mai sollevare lo sguardo nel mio.

Ci sedemmo tutti e due di fronte alla tela bianca del fratello, nel silenzio sterminato del primo pomeriggio. Chiesi a Sophie che cosa rappresentasse tutto il vuoto del dipinto, fermo chissà da quanto, sempre allo stesso punto. Lei mi prese una mano. E poi tremando, con un filo di voce, mi fece: «Il tuo amore per la neve…»

(Fine)

Continua...

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Discussioni

  1. Un finale che è un inizio. La figura di Sophie ne esce arricchita e, nello stesso tempo, avvolta da un velo di perturbante mistero. La si conosce, non la si conosce? È davvero possibile conoscerla? Chi è, alla fine? Il suo ruolo non può essere quello di un assistente per una donna anziana. E infatti, non lo diventerà. La sua stessa imperfezione fisica (addirittura “disdicevole” dici, a un certo punto) è come l’avvento di qualcosa di di sacro, nel duplice senso della parola. Il quadro vuoto che riporta alla neve è ancora una volta la tonalità dominante. Bellissimo racconto, Luigi.