Il turno 

Da pochi mesi, Anita Neri e Carlo Dalai gestivano insieme il turno di notte a terapia intensiva. 

Lei, un donnone con la coda e la mascella cavallina, veterana dell’ospedale con quindici anni di rianimazione alle spalle, aveva gli occhi svuotati da troppi decessi; lui, venticinquenne neoassunto, nonostante la giovane età, mostrava occhiaie così profonde da sembrare reduce da un incontro di boxe. Da circa una settimana preferiva trascorrere i pomeriggi in giochini erotici con Eva, la sua ragazza. Miracoli della fase follicolare. Ma il risultato era che adesso Carlo, a inizio turno, stringeva un caffè doppio per tenersi in piedi.

Di notte il reparto di terapia intensiva diventava un acquario di ombre e ronzii metallici. C’erano solo otto letti, e i monitor cardiaci che ritmavano il tempo con un battito artificiale e il sibilo costante dei respiratori.

Bip-bip-bip

«Il letto 4 si sta agitando di nuovo», osservò Carlo risvegliandosi da un calo di stanchezza.

Il letto 4 ospitava il signor Breccia, un anziano in coma profondo da tre settimane per un grave trauma cranico.

I parametri sul monitor restavano stabili, ma la telecamera a circuito chiuso mostrava piccoli sussulti sotto le coperte. Movimenti innaturali.

«Sarà un riflesso neurologico…», rispose la donna, facendo al giovane collega un cenno di seguirla. 

I due entrarono nella stanza, l’aria era gelida, e satura di un odore che sovrastava quello del disinfettante: un sentore dolciastro che a Carlo ricordò quello del laboratorio universitario di anatomia. Quella sensazione gli procurò un rutto acido, che respinse a fatica. Il vecchio era immobile, gli occhi bianchi spalancati, il tubo endotracheale saldo in bocca, sporco di un liquido giallognolo. Eppure, le lenzuola all’altezza dei piedi continuavano a muoversi scattando verso l’alto. Carlo superò Anita, che rimase in disparte come trattenuta da qualcosa, si avvicinò al letto e, trattenendo il respiro, sollevò la coperta. I piedi del paziente erano fermi, rigidi. Ma il tremore proveniva da dentro il materasso. Qualcosa raschiava da sotto.

«Sembra che la vibrazione venga da sotto il letto», sussurrò Carlo, sentendo lo stomaco contrarsi. Si chinò, abbassando la testa per guardare nello spazio buio tra la struttura metallica e il pavimento. Non c’era nulla, solo i cavi dei sensori. Ma quando tese l’orecchio, sentì un rantolo soffocato, un sussurro umido che pronunciava il suo nome.

«…Caaarlooo…»

Come si rialzò di scatto, il monitor del letto 4 esplose in un fischio acuto e continuo.

Biiip.

Asistolia. Linea piatta.

«Anita, aiuto, questo va in arresto! Prendi il carrello. Presto, presto!» urlò. Poi afferrò il pallone autoespandibile e iniziò a ventilare manualmente il paziente. La pelle dell’anziano, al tatto, era viscida e gelida come quella di un serpente. Mentre Carlo cercava di rianimare il corpo del vecchio, si accorse che la collega era rimasta un passo indietro.

«Anita, che fai?? Aiutami!!»

La collega, però, non si mosse. Rimase immobile ai piedi del letto, fissando lo schermo del monitor. La luce blu del macchinario le scavava il volto equino, trasformandolo in una maschera di cera fosforescente. Le sue labbra si contrassero in una smorfia tirata, priva di qualsiasi calore umano. Gli occhi come risucchiati all’interno del viso. Adesso Anita sembrava una bambola di porcellana, dal volto allungato e la bocca all’in su.

«È inutile, Carlo», disse con una voce priva di risonanza, che sembrava provenire da una radio lontana.

«Cosa dici?! Dobbiamo iniziare il massaggio cardiaco!», urlò il ragazzo, posizionando le mani sul torace dell’anziano, e spingendo verso il basso. Ma sotto le sue palme le costole del vecchio cedettero con un sinistro scricchiolio di rami secchi. Il violento crack dello sterno spezzato risuonò nel vuoto. Carlo si ritrovò, incredulo, con le mani affondate in quel torace esanime, da cui iniziò a fiottare un fiume di sangue verso il soffitto. 

Una luce accecante illuminò la stanza. 

D’istinto, Carlo serrò gli occhi feriti da quel sole artificiale. Poi delle voci forti come coltellate gli aggredirono i timpani, assordandolo.

«Dottore, abbiamo uno shock emorragico!»

«Attivare il protocollo di trasfusione massiva!»

«No, noo, nooo!»

Quando riaprì gli occhi, Carlo era una maschera di sangue; ne sentiva il sapore ferroso e dolciastro in bocca. Ma tutto era scomparso. 

Adesso c’erano solo lui e un’altra presenza nella stanza.

«Carlo, guardami…»

«Carlo, guardami», insistette l’altra presenza. Carlo la guardò, e riconobbe la collega che adesso gli teneva un braccio, afferrandogli fermamente il polso.

Il contatto fu uno shock. E il ragazzo urlò ferocemente per il dolore.

«Guarda bene il monitor della centrale», sussurrò lei, avvicinando il viso. 

Le sue pupille erano completamente dilatate, due pozze nere.

Il ragazzo distolse per un attimo gli occhi e guardò lo schermo riassuntivo. Ma non capiva. «Che sta succedendo, Anita?»

C’erano i parametri dei letti 1, 2, 3… il letto 4 era spento. Buio. 

Non c’era nessuna linea piatta. 

Il signor Breccia non era in arresto.

Distrutto, Carlo tornò a fissare il monitor della stanza. La linea era piatta, sì, ma il nome sul display del macchinario stava cambiando, i pixel si ricomponevano per formare altre lettere. Lettere che conosceva bene.

Paziente: Carlo Dalai

Ora del decesso: 02:14

Allora fece un passo indietro, il pavimento sotto i suoi piedi era liquido. Sentì quel freddo innaturale penetrargli nelle ossa, lo stesso gelo che emanava la mano della collega. Portò la mano libera al collo, poi al suo torace: non c’era nessun battito.

«Mi dispiace, Carlo», disse lei, e la sua voce ora risuonava contemporaneamente da ogni angolo della stanza, dai monitor, dalle bocchette dell’aria. 

«Tre ore fa, mentre venivi al lavoro, hai perso il controllo dello scooter. L’impatto ti ha spezzato il collo sul colpo. Ti abbiamo portato su noi del 118… ma eri già in coma…».

Le luci della stanza cominciarono a spegnersi a una a una, inghiottite da un’oscurità densa e soffocante.

Carlo si liberò dalla morsa della collega, che rimase immobile, col capo chino. E il volto irrigato dalle lacrime.

Sul letto, il corpo del signor Breccia si girò lentamente verso di lui. Gli occhi vitrei dell’anziano si spalancarono nel buio, e le sue labbra si mossero all’unisono con quelle di Anita.

«Non farli aspettare, ragazzo…», dissero.

«Io volevo solo… finire il turno», sussurrò Carlo.

Ma la sua stessa voce non era più umana. 

Era solo l’ultimo, fioco ronzio di un macchinario che si spegneva per sempre.

Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Horror

Discussioni

  1. L’ horror non é il mio genere preferito: mi impressiona e mi turba anche il solo pensiero del sangue che cola. Tu, però, qualsiasi genere di racconto, riesci sempre a scriverlo con grande abilità, nella forma e nel contenuto.

    1. Il finale sì, ma infatti non era quello che mi interessava. Quanto mandare in loop e narrare le sensazioni e le allucinazioni che ci riguarderanno, quando quella telefonata arriverà.
      Il più tardi possibile 😉

  2. Ciao Simone. Un cambio di prospettiva che a mio parere hai trattato molto bene. Cosa vivremo in quel momento di passaggio? La nostra fantasia vola e ci fa raccontare storie che tentano una possibile spiegazione. Ci ho provato anche io in alcune storie. Non è facile, ma la tua interpretazione “medica” funziona.

    1. Ciao Antonio. Domanda che chiunque si è posto almeno una volta nella vita: e dopo?
      Io non ho mai creduto alla vita-cinema che ti passa davanti tipo nastro velocizzato.
      Secondo me, al momento del trapasso, si filtrano solo alcune sensazioni che possono essere tranquillamente anche allucinazioni. E in base a questo ho provato a tracciare questo breve racconto. Grazie per la lettura e per il tuo riscontro.