Il viaggio del Dott. Lefebvre 

Serie: Il viaggio del dottor Lefebvre


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Seconda parte. Il deserto e arrivo a Bukhara

“Lasciammo Costantinopoli con un vapore della marina inglese e giungemmo il primo dicembre a Trebisonda. Iniziava il nostro cammino attraverso l’ignoto. Partimmo a cavallo per Erzurum attraverso le montagne dell’Anatolia. Krassen, un servo e una guida turca. La strada si inerpicava sui monti per sentieri a precipizio larghi quanto la schiena del cavallo. Marciavamo tenendo le bestie per il morso, scardinando pietre ad ogni passo. Nevicava, il freddo era pungente, in certi punti si sprofondava fino al collo nella neve accumulata dal vento. Per lunghi tratti il servo e il turco dovevano reggere Krassen o caricarselo in spalla. L’undicesimo giorno perdemmo un cavallo assieme a buona parte delle bibbie e degli altri strumenti. Il ventesimo giorno il turco si ruppe una gamba cadendo in un canalone. Lo legammo ad un cavallo, sentimmo per tutto il giorno il suo rantolo sommesso come una nenia sul rumore cadenzato dei nostri passi. Morì il giorno dopo, ma ce ne accorgemmo solo a sera. Nessuno aveva la forza di pensare ad altro che a sé stesso. Non c’era in noi alcuna pietà umana, solo una disperata, terrorizzata stanchezza.

Quella sera vidi Krassen a capo scoperto, le mani appoggiate sul cadavere incrostato di ghiaccio. Mi avvicinai. Krassen si voltò afferrandomi per un braccio.

‘Una forza sovrumana mi spinge innanzi.’ mormorò a fil di bocca scuotendomi ‘Non i miei muscoli, ma il fuoco della mano divina. Arde in me l’energia di chi fa cosa giusta.

In fondo alla gola bianca giacciono sparse dodici bibbie, sbattono le pagine al vento come uccelli feriti. Lui ha permesso la loro perdita. Per quale disegno, per quale indifferenza? Se Dio mi abbandonasse, morirei senza saperlo, continuando ad invocarlo. Se fossi già condannato, dovrei continuare a lottare invano contro la peggiore illusione. Questo è il comportamento recidivo che ci condanna: ogni atto di fede è al contempo un atto di presunzione: pensare che Dio ci assiste, vuole dire sentirsi degni di tale assistenza.’

Lawrence Mannig, ufficiale britannico in Persia, aveva cercato di avvisarmi:

‘Signor Lefebvre, voglio essere franco. I due ufficiali sono senz’altro morti da tempo. Questo viaggio del Signor Krassen è una follia. Non mi preoccupa solo la vita del reverendo. Ci sono in gioco poste più alte. Lo sceicco Nesrullah è un sanguinario imprevedibile. Krassen ha avuto l’appoggio dello Scià qui a Teheran. Se dovesse succedere qualcosa a Krassen, potrebbero esserci gravi complicazioni tra i due paesi, in cui noi saremmo comunque coinvolti. La situazione è tesa ai confini. Il pretesto sarebbe fatale.’

‘Il governo inglese ha dato il massimo appoggio alla spedizione.’

‘Appunto, signor Lefebvre appunto. Ma non voglio tediarla oltre. So che Krassen è irremovibile. Il vostro arrivo a Teheran è già un’impresa notevole.

Vi aspetta ancora un lungo tratto di deserto attraverso l’Oxus, due settimane a dorso di cammello, poco cibo e poca acqua. E’ mai stato nel deserto? Non c’è ombra nel deserto, neanche sotto la pancia del cammello. E’ mai stato su un cammello, signor Lefebvre?’

Risposi di no e attraversai il deserto, abbarbicato su quell’immonda bestia puzzolente, a cavalcioni di quella groppa come sopra un sacco pieno di vipere.

Il deserto. Onde di un mare immobile su cui navigare ondeggiando, croste di terra riarsa mutate di ora in ora dal vento. Ci avevano dato pelli mal conciate dall’odore dolciastro di montone contro il freddo pungente della notte e cassoc di lana per il giorno.

Viaggio senza coscienza, senza ricordi, solo il movimento uguale, atavico di quel dorso. Orecchie intorpidite dal sibilo del vento e dallo sferragliare dei campanacci, occhi accecati, bocca asciutta, mente inebetita da quel moto interminabile. Nulla su cui appoggiare lo sguardo, nulla da sognare come meta, come tappa, come pausa. Sonno abbrutito, senza sogni, raggomitolati come feti per difendersi dalla sola idea di doversi svegliare. Un unico pensiero: non esisto, non ho più braccia e gambe, collo e reni, non ho occhi e sensi, io sono un tessuto immenso, drappeggiato sulla schiena selvaggia di queste dune. Sto cavalcando il deserto stesso.

Krassen si sedette pesantemente accanto a me. Emanava un odore forte di spezie e tabacco, fumava una pipa d’osso sgranando un rosario.

‘Tutto così lontano, vago, indecifrabile. Perché sono partito? Quale pupa di orrendo insetto ora si schiude lentamente, ad ogni colpo del destino, ad ogni sferzata di dolore?

Le ali, signor Lefebvre, abbiamo messo le ali. Qui solo, dove la natura non ha perso la battaglia contro l’appiattimento e la banalità che l’uomo impone ai propri territori conquistati, qui solo possiamo volare, sentire il sangue pulsare all’unisono con l’energia selvaggia. Qui dobbiamo essere. Per essere.

Pure, come è debole il corpo che cerca di battere queste ali. Quale fragilità mi viene ad ogni passo rinfacciata. Chi abita questi luoghi li possiede. Cosa andiamo cercando tra questi visi fatti di sabbia, tra queste menti che sentono il vibrare del mondo e lo comprendono, tra genti nate per osservare questi orizzonti senza temerli?

Ho viaggiato molto, sempre con il rimpianto di non avere mai veramente capito quello che vedevo. Mille vite, mille vite dovevano concedermi, ognuna per comprendere un frammento infimo di una realtà ineffabile. Domani entreremo a Bukhara, portando il retaggio della nostra civiltà lontana. Eppure entreremo a Bukhara a dorso di cammello avvolti nei loro tessuti di lana, non su un agile calesse francese, in redingote. Bukhara ci ha già vinto.’

Bukhara stringe come un nodo le grandi vie dell’Asia. L’Emiro Nasrullah stringe Bukhara con morsa di terrore e catene d’oro. La barba fluente sul ventre immenso, gli anelli alle dita, gli occhi fermi come il silenzio.

Arriviamo infine. Ventimila persone ci accolgono. Krassen entra da re in città, il libro nero alto nella mano destra, la sciarpa rossa a tracolla, il suo cappello di seta da grande Derviscio dell’Europa e delle Americhe.

Ventimila Uzbeki, Kazaki, Afgani, Kirghizi fanno ala al suo passaggio. Tatari scesi dalle steppe russe, Sindi giunti dall’India, Tungani dalla Cina, lo acclamano lungo la via delle carovane attraverso la grande porta di Bukhara. Entra protetto dal libro di Mosè, la spada del Califfo di Merv, la parola dello Scià di Persia.

Krassen davanti, parato a festa, benedice la folla inneggiante. Io e il servo dietro a rispettosa distanza. La notizia del nostro arrivo ci ha preceduto. L’Emiro ci accoglie con diffidenza e insofferenza. Krassen lo saluta lisciandosi la barba. Tre volte come è d’uso. Trenta altre volte per non dispiacergli.

È stato tutto inutile. Gli ufficiali sono stati uccisi.

Lo sceicco ha fatto entrare il boia che li ha decapitati affinché ne guardassimo bene le mani, ne reggessimo lo sguardo. Ci interroga a più riprese, in momenti inaspettati. Vuole sapere di quali appoggi godiamo. Vuole sapere perché in Francia non ci sono cammelli. Perché i nomi dei ministri non sono gli stessi citati dai due ufficiali. Bisogna spiegargli cosa è un treno, quanti nodi può fare una nave, come funziona un governo. E il tutto senza sembrare troppo stupidi o troppo utili.

‘Straordinario!’ esclamava ‘Ho duecentomila schiavi persiani che nessuno reclama, e per due ufficiali un uomo percorre mezza terra a piedi! o è stolto o troppo furbo.’

Krassen è in preda alla disperazione. Si aggira – per quanto lo lascino aggirarsi – depresso e taciturno. Siamo sempre accompagnati da ufficiali armati che ridono, ammiccando tra di loro, al nostro sgomento. Stanno stringendo lentamente il cappio.

Dovetti affrontarlo infine.

‘Signor Krassen, domani uscirò dal palazzo. Mi hanno chiesto di curare della gente in città. Si è sparsa la voce che sono medico…”

‘Spero che lo leggano il Robinson Crusoe che ho portato.’

‘Dobbiamo andarcene.’

‘Lei è fortunato, vedrà da vicino le donne di Bukhara, dicono che sono bellissime. Non vorrà più andarsene.’

‘Gli ufficiali sono morti, se decidesse di partire non oseranno fermarla. Con l’appoggio che Teheran le ha promesso…’.” (Segue)

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Discussioni

  1. Prima di leggere questo episodio, mi sono informata sul missionario dal link che hai messo a disposizione. Figura assolutamente inquietante e affascinante allo stesso tempo. Bambino precoce che si interroga sulla figura del Cristo, viaggi quasi impensabili per quell’epoca. Nella tua rivisitazione della sua vita, trovo che sia assolutamente azzeccato il fatto di utilizzare il punto di vista del dottore, suo assistente. Ti permette di aggiungere alla narrazione dei fatti quel tocco di magia che serve per rendere tutto più interessante. Splendida la descrizione del viaggio sul cammello.