Il videocitofono

Scese dal letto con movimenti stanchi. Le gambe pesanti. I piedi lenti sul marmo freddo. Attilio spalancò la porta del bagno, che fece resistenza. Guardò la bilancia abbandonata in un angolo. La vecchia radiosveglia polverosa segnava le dodici e quaranta. Appoggiò la mano al muro. Urinò copiosamente sulla tazza macchiata.

Raccolse l’astuccio in pelle dalla mensola. Una fugace occhiata allo specchio restituì due occhi gonfi. Stanchi. I capelli scuri, unti, gli ricadevano sulle spalle. Preparò il glucometro con gesti esperti. Si punse il polpastrello sinistro. Misurò. Si iniettò la dose consigliata.

Un rumore improvviso di stoviglie lo distrasse. Abbandonò tutto sul lavandino e si trascinò lungo lo stretto corridoio. Aprì la porta che dava sul soggiorno-cucina e si fermò un attimo a riprendere fiato.

«Maledetto gattaccio» imprecò ansimante.

Raggiunse l’animale che camminava sul bancone della cucina. Le crocchette sparse al suolo. Gli diede una carezza affettuosa. Riempì una nuova ciotola che lasciò a lato del lavello pieno di stoviglie da lavare. Recuperò la seconda pizza avanzata dalla sera prima, la piegò in quattro e la divorò in pochi bocconi. Si aiutò con un bicchiere di succo di frutta per mandarla giù. Il sudore freddo gli colava sugli occhi.

Le voci arrivarono attutite.

«Tesoro prendi il sacchetto delle immondizie».

«Già preso. Scendo e ti aspetto in macchina».

«Cinque minuti e sono pronta».

«Escono» pensò Attilio avviandosi alla porta di ingresso.

Sollevò il ricevitore che fece accendere il grande schermo a colori del videocitofono.

Vide Marco passare di spalle, velocemente, con il bidoncino dell’umido. Premette il pulsante per cambiare l’inquadratura al cancelletto esterno. Il ragazzo, dopo aver raccolto la posta dalla cassetta, si girò a favore di telecamera. Capelli neri rasati. Un filo di barba curata. Abito blu scuro e la camicia bianca aperta al punto giusto. Lo sguardo sicuro. Riportò lo schermo alla prima telecamera giusto il tempo di vederla passare di spalle. Anna. Il fisico giovane inguainato da un tubino nero a coprire appena il sedere. La schiena nuda. Lo sguardo rimase fisso sullo schermo un attimo in più per non vederli andare via assieme. Forse un bacio.

Si trascinò verso la grossa poltrona in pelle davanti al grande schermo a led. Dopo averla regolata con i comandi sul bracciolo, si stese. Le caviglie scure e gonfie dolevano. Gli occhi pesanti si chiusero velocemente.

Gli prese la mano. Sorrise imbarazzato mentre la seguiva lungo il viale: i capelli chiari, lunghi, raccolti in una ciocca rosa. I pantaloni corti a fiori e il passo sicuro. E lui dietro, felice. Arrivati al parco la spinse sull’altalena sempre più in alto mentre lei rideva. Il sasso lo colpì sulla nuca. Si girò di scatto portando la mano alla testa. Il secondo lo colpì sulla spalla. Il gruppo rideva e faceva gestacci. Quando si voltò l’altalena volteggiava solitaria. Dietro le grida, sempre più ritmate. Ancora e ancora e ancora.

Quando aprì gli occhi ci mise un po’ a riconoscere il suono insistente del campanello. La luce della grande finestra si era affievolita. La poltrona lo aiutò ad alzarsi. Alzò la cornetta del videocitofono e il viso rotondo di sua madre si materializzò sullo schermo.

«Ciao mamma.»

«Ciao tesoro. Come stai?»

«Bene.»

«Mi apri?»

Gli occhi di lei penetravano lo schermo. Lucidi. Un attimo di silenzio.

«È arrivato il bonifico?» disse poi rassegnata.

«Sì, stamattina» rispose con tono piatto.

«Quando vieni a trovarci? Il papà sarebbe contento.»

«Presto.»

La vide allontanarsi lentamente. La vecchia borsa di pelle sul braccio.

Sulla lingua sapore di metallo. La bocca arida. Sudore freddo. Attilio si diresse al bagno con le gambe che tremavano. Recuperò gli strumenti abbandonati sul lavello. Impostò la correzione sulla penna e si punse la pancia direttamente attraverso la maglietta sporca. Si sedette pesantemente sulla tazza e rimase in attesa.

Tornò in cucina leggermente intontito. Aprì il frigo. Il gatto a strusciarsi tra le gambe. Spostò meccanicamente alcuni barattoli e contenitori ormai opachi. Prese il cellulare per ordinare la cena. Mezz’ora dopo, il campanello lo fece sobbalzare di nuovo.

Lo schermo si accese sul viso stanco del solito nordafricano. O forse era un altro.

«Secondo piano, lasci tutto davanti all’interno 6» disse aprendo il portone.

Divorò il doppio hamburger e la porzione maxi di patatine, quasi senza respirare. Lasciò il secondo panino nel contenitore per il giorno successivo. Dopo aver bevuto avidamente la coca cola si abbandonò davanti al televisore.

Fece zapping per un po’, poi iniziò una nuova serie. Gli piacevano quelle che poteva passarci la notte e vederne la fine.

Sullo schermo l’attrice si spogliò in maniera sensuale. Lo colse un’improvvisa eccitazione. I battiti accelerarono. Una lieve erezione. Con gesto automatico prese il telefono e cercò il contatto. Dopo alcuni squilli rispose una voce giovane e allegra.

«Ciao tesoro mio. Come stai?»

«Ciao Susy, sei libera?» rispose timido Attilio.

«Alla solita ora?» chiese la ragazza.

«Sì» rispose Attilio con voce roca.

«Bene, aspetto il solito paypal e ci vediamo dopo» chiuse Susy.

Rimase seduto con gli occhi fissi sullo schermo. La serie andava avanti. Guardò varie volte il cellulare finché, all’ora stabilita, suonò il campanello. Si avvicinò al videocitofono lentamente. Spense la luce della sala e alzò la cornetta.

Il viso dolce. Le trecce bionde. Il corpetto rosa.

«Ciao Attilio, ti piace come sono vestita stasera?»

«Ciao Susy».

La ragazza abbassò il corpetto scoprendo i seni. Li accarezzò in maniera meccanica. Attilio portò la mano dentro gli sformati pantaloncini di cotone. Il respiro si fece affannoso. Susy sorrise e velocemente si girò piegandosi a scoprire il sedere nudo. Il rantolo di Attilio la fece ricomporre.

«Ciao amore, alla prossima» gli disse la ragazza allontanandosi velocemente.

Attilio rimase immobile. Il corpo tremava. Si sostenne pesantemente con il braccio libero appoggiato alla porta di ingresso. Il gatto miagolava passandogli tra le gambe aperte. La cornetta abbandonata e lo schermo del videocitofono acceso sul buio della strada.

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Discussioni

  1. Un videocitofono che, più che una finestra, sembra un muro che separa Attilio dal resto del mondo. Avrei dovuto far partire la colonna sonora a inizio lettura, ma purtroppo l’ho vista solo alla fine e la sto sentendo mentre scrivo questo commento. Solitudine, questo mi urla il tuo racconto.