Il villaggio

Serie: I marchi sulla pelle #2°stagione

Sette volte il sole era morto e risorto da quando Resia si fosse svegliata in un villaggio libero. Ci era voluto più tempo di quanto avesse potuto immaginare per riprendersi a pieno, ma aveva avuto modo di studiare quella nuova realtà. E tutto sommato, per quanto totalmente distante dal proprio modo di vivere, le piaceva. Quando le era stato spiegato che non esistessero regole, aveva subito pensato a un posto dove avrebbe regnato la più totale anarchia, dove il più forte distruggeva il più debole. Invece, la completa libertà li aveva resi migliori. Ognuno faceva la propria parte per il benessere di tutti; chi coltivava, chi badava agli animali, chi costruiva capanne. Una perfetta società organizzata in cui chi creava disordini, veniva semplicemente allontanato con un voto collettivo. Tai Ortis, quando passava per portarle da mangiare e assicurarsi si stesse rimettendo, le aveva spiegato che ogni sorta di problema erano soliti risolverlo con l’intera comunità e mai per voce di pochi. La gente di lì soppesava con più attenzione le parole di Norbert Atrac e quelle di Delad Brox, qualcuno che non avesse ancora incontrato. Il ragazzo le aveva promesso che non appena avesse avuto la forza di reggersi in piedi e di camminare con il freddo terribile che facesse, le avrebbe mostrato l’intero villaggio e Resia non vedeva l’ora di farlo. Quella mattina, infatti, si sentiva completamente in gabbia. Il suo corpo andava bene ormai, i lividi coloravano la pelle ormai quasi di un brillante color verde lasciandosi indietro il viola scuro. Anche il collo migliorava, nei momenti di solitudine aveva controllato se anche le proprie corde vocali fossero intonse e aveva scoperto, con piacere nascosto, che avesse ancora la facoltà di parlare. Quando Tai passò da lei, come ogni mattina, si fece trovare già vestita e in piedi desiderosa di poter vedere il mondo al di fuori di quella capanna.

-Oh, vedo che stai molto meglio stamattina.

Resia annuì una sola volta. Tai le passò una scodella con del latte caldo e un pezzo di pane, molto di più di quanto avesse potuto mangiare durante il periodo di sopravvivenza all’Accademia. Mangiò in silenzio, più velocemente del normale. Il ragazzo la osservò con un mezzo sorriso sul volto, poggiato al piccolo armadio che c’era nella stanza. Attese che terminasse la colazione e con quel solito sorriso buono le si avvicinò con calma, le faceva ancora paura.

-Pensavo che se ne avessi voglia, più tardi potremmo fare due passi. Norbert dice che ti farà bene.

Resia lo guardò fissò, lieta di poter finalmente prendere una boccata d’aria. Non avrebbe saputo dire perché, ma si fidava di quel vecchio. Le infondeva una quieta e una tranquillità che non aveva mai trovato in nessuno ed era stato solo per quello che avesse deciso di seguire i suoi consigli. E anche per tornare da Mya, la sua unica priorità. E pensò a quello per tutto il resto della mattina che rimase sola, fino a quando il ragazzo tornò per accompagnarla.

Tai sollevò un po’ la tenda in pelle di orso che fungeva da porta e la invogliò ad uscire tendendole il mantello scuro di lana che le aveva regalato Mya. Resia non ci pensò due volte ad afferrarlo e seguirlo.

La capanna di Norbert Atrac, scoprì essere un po’ più distante dallo snodo del resto del villaggio: addossata alla montagna e con un piccolo orticello personale per le erbe mediche, era l’unica a essere isolata. Di fronte a lei, oltre un profondo manto di neve candida e fresca, un agglomerato di capannine e casette in pietra una affiancata all’altra. Tai le spiegò che il villaggio era coperto dalle montagne a sud-ovest e dalla foresta a est, a nord invece vi era il fiume che costeggiava i campi e le fattorie. Il cuore di quel posto, era la piazza e solo in quel momento Resia poté vedere la planimetria che fino a quel momento le era sembrata così disordinata. Il villaggio si disponeva in una spirale che partiva proprio da quella piazza, dove erano soliti fare il mercato e ogni riunione cittadina.

-Durante il giorno quasi tutti sono qui, chi per commerciare, chi per stare semplicemente in compagnia.

Resia bevve con avidità ogni singola parola Tai pronunciasse, anche se si trattasse semplicemente di spiegarle per quale ragione i bambini fossero a giocare con la neve e non con gli eruditi.

-Se ti accontenti, qui puoi trovare di tutto. C’è anche una piccola osteria e ti assicuro che Elbres produce una birra che è spettacolare!- aggiunse indicandole il posto.

La ragazza si guardò intorno, incuriosita da come quelle persone fossero state capaci di costruire tutto quello dal nulla. Voleva porre delle domande, comprendere meglio quella situazione per lei così nuova, aprì la bocca, ma la richiuse immediatamente.

-Qui puoi parlare, te l’ho già detto. Non ci sono regole che lo vietino.

Per lei, fu uno sforzo non indifferente riuscire a dar voce ai propri pensieri.

-Come sono arrivate qui tutte queste persone?

Tai si accorse di non essere affatto sorpreso dal timbro limpido della ragazza. Si era chiesto spesso in quei giorni quanti anni potesse avere e non era mai riuscito a darsi una risposta, solo supposizioni.

-Io sono nato qui, questo posto è più vecchio di quanto sembri. I miei genitori erano molto poveri e hanno vagato tanto prima di trovare aiuto qui e io non ho mai voluto andarmene. Ormai, sono diciannove anni che ci vivo.

Tai la spinse a camminare ancora e di tanto in tanto le indicava qualcuno.

-Vedi quell’uomo vestito di rosso? Era un mercante pieno di soldi, ma ha perso tutto giocando d’azzardo. Quello lì, invece- continuò indicando un uomo bassino- ha ucciso sua moglie dopo averla trovata a letto con un altro, ma da quando è qui è una delle persone più pacifiche conosca. La donna seduta sulla fontana- puntò l’indice verso una donna di mezz’età intenta a cucire- era una prostituta. Non aveva un posto dove andare e si è fermata.

Il ragazzo continuò a indicare chiunque gli passasse avanti, raccontando a Resia la storia di un ladro, di un ragazzo ingiustamente accusato, di un vagabondo come Norbert, di una Ike scappata per amore. In quel posto, sembravano unirsi quello che sarebbe potuto definirsi il peggio di una società, eppure risultavano essere tutte brave persone. Tai la scortò verso l’osteria lamentandosi per il freddo troppo incessante, salutò Elbres, una bellissima donna bionda e con gli occhi da cerbiatta, e raccontò a Resia di come fosse arrivata lì da bambina priva di memoria. Non avevano mai saputo cosa le fosse realmente accaduto. Ordinò per entrambi da bere pagando con delle erbe medicinali e della lana.

-È così che pagate?

-Sì, non sapremmo cosa farcene dell’oro o dell’argento. Ci basta il ferro per difenderci quando veniamo attaccati.

Resia aggrottò appena le sopracciglia, chiedendosi per quale ragione ciò dovesse accadere e Tai riuscì a comprendere quella tacita domanda.

-Vedi, un villaggio libero significa speranza, la possibilità di una redenzione che nessun altro vuole darti. Una filosofia che non tutti condividono, specialmente gli uomini e le donne di potere.

-Capita spesso?

Elbres arrivò con due calici stracolmi di birra, poggiandoli sul tavolo e prendendo quanto Tai le avesse offerto. Dopo pochi secondi, portò loro della carne secca e un po’ di zuppa facendo l’occhiolino al ragazzo che riprese a parlare solo quando lei fu abbastanza lontana.

-Da quando c’è Delad, capita molto meno. Lui è uno che fa paura, ma in realtà e una brava persona. È quello lì.

Indicò con un pezzo di carne un uomo seduto da solo a un tavolo; sotto la pelliccia grigia, si rilevava un corpo muscoloso e curato seppur non particolarmente spesso. Il capo rasato ai lati, ma folti e corvini al centro, e la parte del volto destra ustionata, lo rendevano inquietante e il cipiglio pesante che aveva dipinto in viso di certo non aiutava.

-Era un Ike, come te. Ha salvato il figlio di una domestica del suo Lakas senza permesso, ha riportato quelle ferite e loro lo hanno buttato via. Ha provato a tornare, ma qualcuno di quella famiglia gli ha sconsigliato di farlo.

Resia rimase a guardarlo per diverso tempo, sentendosi in parte simile a lui. Certo, Mya non le avrebbe mai fatto qualcosa del genere e ne sarebbe morta se avesse riportato simili lesioni, ma fu curiosa di sapere la storia di quell’uomo e se anche lui, come lei, avesse infranto le regole per qualcuno a cui tenesse. Sgranò gli occhi, non aveva mai riflettuto sul fatto che potesse tenere sinceramente a Mya. Aveva sempre creduto fosse dovere, ma ora che si trovava lontana dalle proprie responsabilità, sembrava essere più capace di vedere sé stessa. Come se un velo le si fosse sollevato dagli occhi nel preciso istante in cui Mya le avesse permesso di evadere da quella vita e fu in quel momento che comprese; se davvero avesse voluto aiutarla, salvarla da ciò cui sarebbe andata incontro, avrebbe dovuto fare ciò le avesse richiesto.

Eppure, le sembrava una cosa totalmente assurda quanto razionale. Mya le aveva salvato la vita allontanandola dalla gabbia.

Forse, avrebbe solo dovuto godere di quel dono.  

Serie: I marchi sulla pelle #2°stagione
  • Episodio 1: Una lunga notte
  • Episodio 2: Colpa
  • Episodio 3: Risveglio 
  • Episodio 4: Il villaggio
  • Episodio 5: Sabbia
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    Discussioni

      1. A volte è importante anche un po’ di leggerezza, è quella che fa vivere bene la vita 😀

    1. Ciao Simona, dicono che la speranza è l’ultima a morire e toglierla è il più grave dei crimini. Mi piace questa nuova consapevolezza di Resia, lontano potrà finalmente crescere, guardare a sé come individuo e diventare più forte: questo, è quello che mi piace immaginare 😀

    2. “-Vedi, un villaggio libero significa speranza, la possibilità di una redenzione che nessun altro vuole darti. Una filosofia che non tutti condividono, specialmente gli uomini e le donne di potere.”
      tristemente vero