
Il Violinista
La Memoria
– E tu, musica, parla più forte. Non ti sento. –
Non udivo nota da quel violino, io musicista della notte. Mi rinchiusi in un bosco fitto, tra fronde di disperati alberi marcescenti, malati ed ammaliati da qualcuno o qualcosa. Tetra la visione di betulle ormai nero pece, di carpini ossuti spezzati dal tempo. Di regali querce, snelle e malnutrite. I passerotti non esistevano, e se esistevano il loro cinguettio era muto come le corde del mio strumento. Il vento non sussultava, non accarezzava, non leniva le ferite, svanito. Il grigio aveva sostituito il verde, il terriccio muschiato appariva come una melma traditrice. Solida alla vista, melliflua a calpestarla. Mi inerpicai su per un dirupo, fino ad una sorta di cuore della foresta. Cedei alla stanchezza, seduto su di una roccia essa si sgretolò. Era il macigno, ora pietruzza pallida. Malato anch’esso. Mi domandavo cosa stesse succedendo, poi sei arrivato tu. Camminavi stravolto, ad occhi socchiusi, fessure dell’anima. Rimiravi il macabro e ne piangevi fiumi, che a ridosso delle gote, sprizzavano fino a colare nella disperazione delle mute labbra. Colorandole di invisibile. Indivisibile la sensazione che avevi intorno a te, proveniente dalle tue viscere. Io l’udivo. Vibrazioni nervose, come la foglia dilaniata, di quel pino laggiù.
Ti dissi – Dove stai andando? –
Tu rispondesti – Lontano da me stesso. –
Capii benissimo. Antico di mille e più anni, ti eri reincarnato nel buio. Ma la chiave della verità la trovi percependo, non guardando. La sottile linea tra sentire ed ascoltare. Tra vedere ed osservare. Tra essere e non pensar di essere. Tu cercavi qualcosa, qualcuno, ed io sentii il bisogno naturale di suonare per alleviare il tuo male. Presi il mio violino dalle spalle, iniziai con l’archetto a suonarlo. Di primo acchito vibrava tutto in silenzio, ma nell’anima si sentiva benissimo. Mi guardasti spaventato e curioso.
– Come fai a far cantare uno strumento ormai muto? – Risposi con un sorriso, mentre suonavo – Uso l’anima. –
Più suonavo più il verde del prato e delle fronde, riprendeva il suo posto. Gli alberi si drizzavano, le betulle si tingevano di candore, i carpini aggiustavano ferite e le querce riprendevano corposa saggezza. Il bosco, guariva e con esso sia io che te.
– Non chiedermi chi sono, non chiederti chi sei, sii esclusivamente te. Non chiedermi del mio violino. Odi senza orecchie e avrai già le tue risposte. Risposte mute e sinfoniche, quelle che annullano le domande. –
Firmato: Il Violinista
Avete messo Mi Piace5 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
misterioso e allusivo, aperto a diversi significati o forse solo un affresco interiore dove due parti di te dialogano fra loro.
“Tetra la visione di betulle ormai nero pece, di carpini ossuti spezzati dal tempo. Di regali querce, snelle e malnutrite.”
Ho riletto questo tuo racconto solo per il piacere di rileggerlo e mi sembra giusto evidenziare una delle tante frasi che mi hanno colpito.
grazie a tutti
Davvero molto bello.
Un racconto che, in realtà, è più simile ad una poesia e come tale va interiorizzato e non compreso.
Veramente bravo!
Però!
Molto ben scritto ed accattivante l’oggetto. Potrebbe diventare una raccolta di storie, o magari un vero e proprio romanzo.
Ti scrivo in privato.
“– Come fai a far cantare uno strumento ormai muto? – Risposi con un sorriso, mentre suonavo – Uso l’anima. –”
Un piccolo gioiello. Bravissimo
Uno dei racconti più belli che ho letto fino ad ora. Complimenti!
Adoro il violino, adoro la tua prosa e la tua poetica. Ma dov’ eri nascosto, finora, che no ti ho mai visto. Accanto agli altri fusti regali?
Grazie davvero molto gentile 🙂